A Manzano in Friuli Venezia Giulia, ex capitale mondiale della produzione di sedie, di 1.100 aziende ne sono rimaste 700. E un altro centinaio è a rischio chiusura. a 19 chilometri di distanza Ikea sta aprendo il suo nuovo punto vendita che darà 300 posti di lavoro fra diretti e indiretti.
Il negozio viene aperto dopo che qualche lungaggine burocratica stava allungando pericolosamente i tempi. La minaccia di Ikea di andare in Slovenia ha improvvisamente accelerato la pratica, ma non è questo il punto. La multinazionale svedese compra in Friuli il 19% della produzione. Una boccata d'ossigeno importante per le aziende della regione che soffre parecchio la concorrenza cnese.
Secondo l'analisi che un sindacalista ha fatto a Dario Di Vico del Corriere, i piccoli produttori locali negli anni hanno pensato a farsi concorrenza tra loro, senza creare un marchio Doc, aggregarsi e curare la distribuzione. "Così quando è arrivata la recessione ci ha trovati deboli e già in crisi".
Il distretto infatti è specializzato nella produzione di sedie di medio-bassa qualità andate in crisi contro la concorrenza basata sul prezzo dei produttori asiatici. Sembra che nonostante la crisi la mentalità non sia cambiata. I produttori si ostinano a rimanere da soli e l'arrivo di Ikea non solleva gransdi speranze. "Purtroppo non siamo attrezzati per diventare veri fornitori degli svedesi", commenta il sindacalista.
Gli unici chesi salvano sono quelle aziende che hanno cercato di sviluppare una produzione di qualità. Giuseppe Morandini, presidente della Piccola industria di Confindustria, è pessimista ma ritiene che l'unica possibilità èper continuare sia quella che vede la produzione "salire di gamma". Sedie migliori con raffinato design a un prezzo più elevato.
Una storia simile l'ha raccontata anche l'ultima puntata di Report, l'ottimo programma di Milena Gabanelli. Protagonista del programma era il distretto dell'imbottito di Forlì che sta facendo la fine di quello di Prato in forte crisi a causa della concorrenza dei cinesi che producono fianco a fianco delle imprese italiane.
i cinesi hanno imparato il mestiere e, grazie anche a lavoro in nero e saltando un po' di normativa, riescono a produrre a prezzi stracciati Gli unici che si salvano sono i fustai che possiedono tecnologie e conoscenze difficilmente imitabili.
La ricetta pare una sola. Contro i cinesi ci vuole qualità.

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