Il Mondo di qualche settimana fa racconta di come molte aziende, complice la crisi, abbiano offerto ai giovani i posti dei loro genitori andatii in pensione. In pratica il papà viene mandato in pensione con la sicurezza però che il figlio avrà un posto.
Questa sorta di neo-nepotismo non a tutti piace. Lo giustifica Alberto Bombassei, presidente di Brembo, secondo il quale se conosci bene una famiglia ti prendi volentieri il figlio perché sai da dove viene che valori ha. "Un padre serio - prosegue -non raccomanda un figlio che non sia altrettanto serio, mettendo così a rischio la propria reputazione".
Quest'ultima frase in particolare, e la faccenda in generale, mi lascia abbastanza perplesso. Qui la meritocrazia (come al solito) non c'entra proprio nulla. Il valore sta nella serità del genitore che ha già lavorato nell'azienda. In questo modo la selezione non viene fatta sul talento o le capacità del ragazzo ma sulla provenienza famigliare.
"E' evidente che da noi non c'è spazio per la meritocrazia", commenta Susanna Camusso della Cgil e non vedo come si possa dargli torto. Qui non c'è più bisogno di avere santi in paradiso basta un genitore. E se il vicino di casa è un ragazzo molto capace ma che ha un padre che ha lavorato da un'altra parte peggio per lui.
E' chiaro che non tutte le aziende fanno così e penso che in Brembo, azienda ad alto tasso di innovazione, probabilmente questo discorso vale soprattutto per certe mansioni meno creative. Dubito infatti che Renzo Rosso, il patron di Diesel basi le sue assunzioni sulla presenza o meno di un genitore in azienda. Lui ha bisogno di talenti.

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