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Applicazioni Linux: chi c'è. E chi non ancora

Il limite sono gli utenti o le applicazioni? Quando si parla di Linux, la questione è meno astratta di quel che si potrebbe pensare.
Perché se è vero che Linux continua a guadagnare fan e supporter, è altrettanto vero che la mancanza di alcune applicazioni rischia di rallentarne l'adozione. D'altra parte, alcune tra le più importanti software house stanno ancora temporeggiando: prima di portare le loro applicazioni verso l'open source è necessario, dicono, che la comunità degli utenti Linux sia più ampia rispetto a quanto non sia ora.
Adobe, Macromedia e Intuit sono solo tre tra i riluttanti, ma questi nomi bastano come esempio.
Il punto è che che anche all'interno della comunità Linux non esiste univocità e se da un lato i cosiddetti puristi sono convinti di poter fare a meno di Quicken o di Photoshop, sostenendo che le applicazioni sviluppate in seno alla comunità saranno sufficienti a soddisfare qualsiasi tipo di esigenza, dall'altro che c'è chi comincia a considerare la disponibilità di queste applicazioni essenziale per lo sviluppo del mercato.
La questione sa un pò del gatto che si morde la coda. Non ci sono abbastanza utenti per giustificare lo sviluppo o il porting di una soluzione sotto Linux, ma nel contempo gli utenti sono riluttanti ad avvicinarsi a Linux proprio per l'assenza di applicazioni a loro familiari.
L'approccio resta comunque cauto e in molti casi sperimentale. Macromedia recentemente ha reso disponibile una versione di Flash ottimizzata per funzionare con l'emulatore Windows-Linux Wine; Corel ha iniziato a distribuire una versione trial per Linux di WordPerfect, mentre Adobe finora si è limitata a rendere disponibile una versione per Linux del proprio Reader.
Da parte dei sostenitori del mondo Linux arriva però un warning. Non c'è molto tempo. Il gioco dell'attendismo è rischioso: più o meno tutte le principali applicazioni Windows hanno oggi una controparte in Linux. Aspettare troppo può spingere gli utenti a provare le alternative disponibili. È come se un'azienda abdicasse al proprio ruolo e al proprio mercato, lasciando ad altri la possibilità di raggiungerlo.
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