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Ecco gli hard disk super compatti che usano atomi di cloro

Le attuali tecnologie per lo storage dei dati sono ancora legate a processi costruttivi che non permettono di ottimizzare al massimo le superfici sulle quali i dati vengono memorizzati.
Alcuni ricercatori del Kavli Institute of Nanoscience dell'Università di Delft, in Olanda, ritengono di aver trovato un'ottima soluzione.

Gli accademici olandesi hanno infatti messo a punto un sistema per lo storage dei dati microscopico capace di codificare ogni singolo bit usando un solo atomo.
Basti pensare che per memorizzare un chilobyte è sufficiente uno storage di dimensioni inferiori ai 100 nanometri.

Ecco gli hard disk super compatti che usano atomi di cloro

In un'area equivalente a un pollice quadrato (circa 6,5 centimetri quadri) si possono memorizzare ben 500 terabit di dati. I più capienti hard disk da 4 TB acquistabili oggi sono in grado di conservare 1 terabit di dati per pollice quadrato.


"In teoria, la densità di storage di cui stiamo parlando può permettere di salvare tutti i libri prodotti dal genere umano in uno spazio equivalente ad un singolo francobollo", ha dichiarato Sander Otte, uno dei responsabili del progetto.

Ecco gli hard disk super compatti che usano atomi di cloro

Gli universitari hanno utilizzato un microscopio a effetto tunnel (STM) per organizzare, in una struttura geometricamente ben precisa, gli atomi di cloro.
Ogni atomo di cloro gestisce un bit e 8 atomi posti sulla stessa "riga" vanno a comporre un singolo byte dell'informazione da conservare.
La memoria è organizzata in blocchi da 8 byte e sono stati utilizzati speciali elementi per indicare, ad esempio, la fine di una riga o di un file oppure il fatto che lo spazio seguente dev'essere ignorato (ad esempio in caso di danneggiamenti).

Allo stato attuale quello presentato dai ricercatori olandesi è comunque un test di laboratorio. Tutto l'impianto può funzionare correttamente solamente se utilizzato sotto vuoto e a temperature di esercizio molto basse (77 gradi kelvin).
La modifica di queste condizioni implicherebbe, infatti, la disorganizzazione della struttura atomica.


La ricerca, appena pubblicata su Nature, potrà contribuire - in futuro e dopo una serie di migliorie - a rivoluzionare le tecnologie utilizzate per lo storage dei dati.

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