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Equo compenso: chiesta la sospensione del decreto

Nei giorni scorsi avevamo dato notizia dei rincari sull'acquisto di supporti e dispositivi elettronici atti alla memorizzazione dei dati. Il "Decreto Franceschini" è stato infatti pubblicato in Gazzetta Ufficiale e le tariffe più salate sono ormai da qualche giorno in vigore: Equo compenso, ecco i rincari che valgono solo per l'Italia.

Il cosiddetto equo compenso, tuttavia, continua a far discutere dal momento che rischia di danneggiare le stesse imprese italiane: i consumatori, infatti, grazie ai trattati europei sulla libera circolazione delle merci possono acquistare strumenti per la memorizzazione dei dati dai siti di e-commerce delle altre nazioni del vecchio continente. Senza balzelli aggiuntivi e, spesso, a costi ancor più contenuti grazie alle aliquote IVA più leggere che da noi.


Il presidente di Confindustria Digitale - Elio Catania - ha spiegato quest'oggi che il Decreto Franceschini non può non essere modificato: "in attesa che il provvedimento venga modificato, lasciamo al Ministero la scelta della via migliore per congelarne l'attuazione", ha dichiarato sottolineando come la nuova normativa sia vecchia ed assolutamente anacronistica. "Il 70% degli utilizzatori di smartphone e cellulari si appoggia a tecnologie diverse dalla copia privata, come lo streaming". Che senso ha, quindi, applicare una tassa su un'operazione - la cosiddetta "copia privata" - che oggi non viene praticamente più messa in pratica.

"Se si vuole sostenere la cultura, si intraprendano altre politiche", ha dichiarato Catania che evidenzia come l'Italia, da sola, con l'applicazione del Decreto Franceschini, rischierà di generare il 23% degli introiti derivanti dall'equo compenso su base europea. Una cifra enorme, un importo assurdo che va a cozzare contro la necessità di diffondere nel Paese, invece, un ampio uso della tecnologia.


Anche da ANITEC, l'Associazione Nazionale Industrie Informatica, Telecomunicazioni ed Elettronica di Consumo, le valutazioni sono sostanzialmente sovrapponibili: "la ridefinizione delle tariffe sull’equo compenso per copia privata prevede un gettito superiore di 2,5 volte quello del 2013, e ciò rappresenta un aumento ingiustificato, che non tiene conto delle mutate abitudini dei consumatori, né dell’evoluzione delle tecnologie. Le tariffe su smartphone e tablet diventano così le più alte d'Europa e viene introdotto il compenso sulle Tv con capacità di registrazione, caso unico in tutta l’Unione Europea", ha commentato il vicepresidente Claudio Lamperti.

Contemporaneamente, mentre la SIAE cerca di giustificare gli aumenti tariffari, l'avvocato Guido Scorza lancia dalle colonne del suo blog l'ennesima bordata: "SIAE incassa assai di più di quanto dovrebbe, ovvero incassa milioni di euro a titolo di equo compenso per copia privata anche da soggetti dai quali non dovrebbe incassare un solo centesimo e lo fa consapevolmente, con l’alibi che, tali soggetti, se vorranno, potranno agire per chiedere il rimborso di quanto indebitamente versato. La “confessione” è scritta, nero su bianco, nella relazione all’ultimo bilancio di esercizio della società italiana autori ed editori dove si spiega che alla voce "debiti per copia privata" sono inseriti, tra gli altri, oltre 28,5 milioni di euro <<in quanto suscettibili di restituzione agli utilizzatori nel caso in cui dovesse essere richiesto il rimborso del compenso nelle ipotesi previste dalla normativa vigente>>".

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