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Google e la scappatoia di Hong Kong

Google cambia la strategia in Cina. La società fondata da Larry Page e Sergey Brin non abbandonerà il Paese chiudendo i suoi servizi, come avevano anticipato alcune fonti (ved. questa notizia), ma userà l'espediente del "redirect".

Dopo aver denunciato lo scorso mese di gennaio numerosi attacchi e tentativi di intrusione nelle caselle Gmail di aziende statunitensi e di attivisti dei movimenti dei diritti umani, tutti provenienti dalla Cina, Google aveva in un primo tempo annunciato che non avrebbe applicato più alcun filtro ai risultati delle ricerche su Google.cn.

A distanza di poche settimane, falliti evidentemente tutti i tentativi di conciliazione o di compromesso, la decisione è definitiva e annunciata con un post sul blog ufficiale.

Da oggi i risultati dei servizi di ricerca di Google (Search, News, Images) sono presentati senza alcun filtro di censura, attraverso un semplice redirect che porta gli utenti su Google.com.hk. Dunque, il servizio viene dirottato sui server della società a Hong Kong e fornito in cinese semplificato.
Gli stessi server ospitano anche i servizi destinati agli abitanti di Hong Kong e proprio per il previsto aumento del traffico Google avverte di possibili rallentamenti nel servizio, inevitabili fino a quando lo switch non sarà completato in toto.

La decisione di Google, così come dichiaratamente espresso nel post, è una risposta diretta alle richieste del Governo cinese, che considera la censura come requisito legale non negoziabile per poter operare nel Paese.


Pur essendo convinta della validità legale della sua decisione, Google ne richiede il rispetto da parte del Governo cinese, ben consapevole che questi possa in qualsiasi momento bloccare l'accesso ai suoi servizi.


Non è dato sapere quali saranno le reazioni del Governo cinese all'operazione effettuata da Google. Per il momento il portavoce del ministero degli esteri, Qin Gang, ha fornito solo qualche indizio su quelle che potranno essere gli eventuali provvedimenti spiegando che dev'essere respinto ciò che possa rappresentare "un pericolo per la sicurezza nazionale e per il pubblico interesse".
Qin non ha specificato se l'espediente messo in campo da Google possa violare la legislazione cinese dichiarando che le imprese operanti in Cina debbono attenersi alle normative. Il portavoce ha poi aggiunto che la manovra di Google è da considerarsi come un'iniziativa di una singola azienda che non avrà conseguenze nei rapporti con gli Stati Uniti a meno che la questione non venga in qualche modo politicizzata.

La Cina impone ai fornitori di accesso Internet e alle aziende operanti in Rete di filtrare informazioni relative ad argomenti "sensibili". A titolo di esempio, viene imposto di bloccare la visualizzazione delle pagine contenenti informazioni sulla protesta democratica di Piazza Tiananmen del 1989 e sul Dalai Lama, massima autorità spirituale del buddhismo tibetano. Hong Kong, che gode di autonomia amministrativa e di una propria valuta, è esente dalla censura: da qui la "mossa" dei vertici di Google.

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