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Le aziende IT coinvolte nel "datagate" vogliono parlare

Mentre il "datagate" americano continua, con promesse di ulteriori rivelazioni da parte di Edward Snowden, nel centro del mirino sono inevitabilmente finiti i "big player" dell'IT e dei social network, cui l'intelligence americana si è rivolta per ottenere informazioni sui cittadini-utenti.
Così, secondo quanto riporta in queste ore Wall Street Journal, si cerca di prendere le distanze in una sorta di operazione trasparenza non semplice da interpretare. Soprattutto perché permangono alcuni vincoli nel rendere pubbliche certe tipologie di richieste (vedere il nostro articolo USA: dati degli utenti spiati sui server dei provider?).

Facebook nei giorni scorsi ha ammesso di aver ricevuto dalle 9.000 alle 10.000 richieste da tutti gli enti e le agenzie americane nella seconda metà del 2012, Microsoft tra le 6.000 e le 7.000 ed Apple sostiene di aver ricevuto nel periodo dicembre-maggio tra le 4.000 e le 5.000 richieste nelle quali si citavano tra i 9.000 e i 10.000 account o dispositivi.


Facebook ha altresì spiegato che le richieste riguardavano i dati relativi a 18-19.000 utenti individuali su oltre un miliardo di utenti attivi mensilmente. Ed è proprio sulla relativa esiguità della richiesta che si sta concentrando la "linea di difesa" del social network.

In queste ore, sia Microsoft sia Facebook lamentano proprio i vincoli di riservatezza imposti dalle autorità americane: se fosse loro consentito di essere più precise nel chiarire le modalità nelle quali sono pervenute le richieste, sarebbe più semplice far capire alla comunità l’effettiva entità della questione di cui si sta discutendo in questi giorni, Mentre Google, da parte sua, richiede pubblicamente al governo l’autorizzazione a rende pubblici i dati delle richieste da parte della sicurezza nazionale.


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