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Panda è la ricetta di Google contro lo spam sul web

Nelle scorse settimane avevamo dato notizia delle misure che Google sta gradualmente adottando, sul suo motore di ricerca, per penalizzare i siti di bassa qualità che usano copiare contenuti altrui o realizzare pagine web ospitanti materiale creato col solo scopo di scalare le SERP (Search engine results page). La società di Mountain View è quindi decisa ad un "giro di vite" nei confronti delle cosiddette "content farms", siti che appunto mettono in atto degli espedienti tesi a promuovere pagine di scarsissimo valore (per maggiori informazioni, vi invitiamo a far riferimento anche a questi nostri articoli).

Con un annuncio pubblicato sul blog ufficiale dell'azienda, Google ha confermato che sta procedendo ad estendere il nuovo algoritmo, implementato nel motore di ricerca, a tutti gli utenti anglofoni. "Panda", questo il nome in codice dell'algoritmo, è stato lanciato in primis negli Stati Uniti ed esteso, da qualche giorno, a tutte le ricerche effettuate utilizzando termini inglesi fuori dal Paese a stelle e strisce.


Dopo l'attivazione di "Panda", dall'Inghilterra sono arrivate le prime critiche: alcuni importanti siti web di grandi dimensioni avrebbero subìto una netta penalizzazione, nonostante la loro presenza tra i primi 25 posti della classifica stilata da ComScore. Secondo una ricerca svolta da Search Metrics, About.com avrebbe ad esempio perso circa il 30% in termini di visibilità mentre eHow.com qualcosa come il 53%. I siti di comparazione prezzi avrebbero fatto segnare un bel tonfo: Ciao, di proprietà di Microsoft, avrebbe fatto registrare un peggioramento del suo ranking pari al 94%.

Google ha dichiarato che il nuovo algoritmo funziona bene e "si è rivelato molto preciso nel determinare la qualità di ciascun sito web". Secondo quanto si legge "tra le righe", l'aggiornamento - nel caso dell'Italia - non dovrebbe essere applicato nell'immediato: "continueremo i test ed ottimizzeremo il funzionamento prima di estendere la novità alle altre lingue", ha precisato Amit Singhal, Google Fellow.

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