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Smau: un elettroshock culturale per l'innovazione

Nel corso del convegno inaugurale, Andrea Rangone, della School of management del Politecnico di Milano parla di problema culturale sistemico. E lancia una provocazione.

Anche per Andrea Rangone, della School of Management del Politecnico di Milano, è questione di cultura. Solo che per lui quel che ci vuole è un elettroshock culturale. Perché non basta dire che l'Italia è fanalino di coda negli investimenti Ict rispetto al Pil.
"Lo siamo anche nella chimica. O nell'elettronica, se è per questo. Il problema è che le tecnologie digitali non sono verticali, bensì pervasive. E un freno nella loro adozione è un freno allo sviluppo complessivo".

Ci sono decisori aziendali che investono poco, è la sintesi estrema della visione di Rangone, vuoi perchè condizionati da una serie di fattori esogeni, vuoi perchè non riescono a percepire l'effettiva rilevanza delle tecnologie digitali per il loro business, vuoi perchè fanno fatica a gestirne gli aspetti organizzativi.
Anche chi decide di investire, tuttavia, non è detto che riesca o sappia farlo nel modo migliore, riuscendo a gestire governance da un lato e capacità esecutiva dall'altro.


"Ci troviamo di fronte a un serio problema culturale sistemico, che riguarda tutti gli attori in gioco, sia nelle piccole sia nelle medie imprese. È una sorta di circolo vizioso, nel quale sempre più marcato è lo scollamento tra tecnologia e business. E la sfida è trasformare questo circolo da vizioso a virtuoso".

Un'analisi della School of management del Politecnico saggia la predisposizione all'innovazione delle piccole e medie imprese.

Malgrado il "problema culturale sistemico" di cui parla Rangone investa tutti gli attori in gioco, le difficoltà sembrano coinvolgere in modo più pesante le aziende di piccole e medie dimensioni.


Ne ha interpellate 700 la School of Management del Politecnico, cercando di saggiare la loro reale predisposizione all'innovazione. Quanto ci credono gli imprenditori e i vertici aziendali? E anche credendoci, sono state fatte azioni concrete per la gestione della variabile tecnologica?

Dall'indagine, condotta su realtà tra i 10 e i 500 addetti, le aziende emergono suddivise in tre macrogruppi.
Le belle addormentate, come le definisce Rangone, nelle quali manca in toto la sensibilità dei vertici. Sono il 50% del campione.
Un 30% risulta a metà del guado: si cominciano a prendere le prime decisioni.
Il 20% viene definito "sul pezzo" e dunque riesce già a coniugare convinzione del management e capacità di gestione.
"Va detto - ed è questo il segnale di incoraggiamento che ne ricava Rangone - che in quel 20% si trovano le realtà migliori e che, non a caso, per loro la leva tecnologica è ormai diventata leva di business e di innovazione".

Un'indagine della School of management del Politecnico evidenzia come la propensione all'innovazione nelle grandi imprese si realizza quando un management convinto si allea a un Cio proattivo.

Non sono solo le piccole e medie imprese quelle passate sotto il microscopio della School of management del Politecnico di Milano.
In questo caso, però, il campione si è ristretto a 100 realtà, per le quali si sono valutati i livelli di maturità infrastrutturale e i livelli di maturità applicativa.

Anche in questo caso, le criticità non mancano. Per un 12% di imprese definite da Andrea Rangone “lungimiranti”, quelle che per dirla con le sue parole “hanno già buttato il cuore oltre l'ostacolo”, ce n'è un 25% decisamente miopi e statiche. Il 42% sono ancora immature, e dunque dispongono di infrastrutture e applicazioni a volte embrionali, a volte decisamente obsolete. Resta un ultimo 21%. Rangone le chiama “impostate”: sono comunque al lavoro.


Non è un quadro omogeneo, e da regione a regione le differenze si sentono. È tuttavia sufficiente per identificare alcune dinamiche.
“Quando si parla di grandi imprese da un centinaio di miliardi di euro in su – spiega – la predisposizione culturale all'innovazione nasce dall'unione della sensibilità tecnologica dei vertici e della predisposizione all'innovazione di business del Cio. È evidente che laddove vi siano vertici avversi all'innovazione tecnologica e Cio conservativi o temporeggiatori le aziende finiscano per essere bloccate. Questo avviene nel 25% dei casi da noi analizzati. C'è però nel panorama da noi analizzato un buon 40% di realtà che definiamo top performer, nelle quali management convinti e Cio proattivi riescono ad esprimere esperienze “best in class”. Va detto, per amor di verità, che molte di queste sono aziende nelle quali l'it è la portante delle operation stesse, come le banche o gli operatori delle tlc”.

Che i segnali non siano però del tutto negativi, lo si evince da una ulteriore indagine condotta sempre dalla School of management del Politecnico. In questo caso sono stati interpellati 700 direttori di funzioni non tecnologiche di grandi imprese, ai quali è stato chiesto quale ruolo abbia avuto negli ultimi tre anni e quale ruolo avrà nei prossimi tre anni l'Ict come driver dell'innovazione. Sono in molti a dichiararsi convinti che il ruolo è stato significativo. E sono ancora di più quelli che sostengono che lo sarà ancor di più.
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