4775 Letture

Start-up web in cerca di capitali? Le regole da seguire

"Poca teoria, tanta pratica". Per interessare un potenziale investitore, "essere soli con una buona idea non basta". Alla base dev'esserci un team "di almeno tre persone che condividano la volontà e l'entusiasmo di percorrere insieme la medesima strada" imprenditoriale e che, soprattutto, risultino "complementari tra di loro in termini di competenze, esperienze e capacità messe a fattor comune".

La sensazione per chi sceglierà di investire su di loro e sul progetto che condividono dovrà essere quella "di scommettere su una squadra che, con un venditore, un tecnico e un amministratore, ha già bello che formato il nocciolo di un'azienda". La seconda buona regola da seguire è "avere un'idea che non sia solo valida ma anche realizzabile".

In terza battuta occorre "essere in possesso di un piano che, per prendere la giusta forma, richiede il suo tempo". Tanto che, in questa fase, sarebbe consigliabile "interagire già con potenziali investitori per capire gli eventuali punti di debolezza del proprio progetto imprenditoriale".


Infine, "non devono mai mancare tenacia, voglia di emergere e un pò di sana arroganza nel credere di poter realizzare ambizioni, anche estremamente elevate".

Il managing partner di DPixel Gianluca Dettori non ha dubbi. Intervenuto per discutere dell'emergente fenomeno delle start up Web a Kultur Convivio, la giornata organizzata a Milano da Grafo Ventures, una “family company” fondata da Giandomenico Sica, Caterina Mauri e Daniela Cortellessa, Dettori parte da una semplice constatazione: «in Italia, il mercato delle start up è ancora vergine e rappresenta un'enorme opportunità per chi, come noi, fa il mestiere di investitore».

Lo sa bene Earlybird, Vc tedesco sul mercato dal 1997 che, un anno fa, e per primo in assoluto, ha iniziato a lavorare per la creazione di un fondo d'investimento basato nel nostro Paese che, stando a quanto riferitoci da Michele Novelli, dovrebbe aprire presumibilmente «tra la fine di quest'anno e il primo trimestre dell'anno prossimo, anche in base a come evolverà il particolare momento economico che stiamo vivendo a livello mondiale».

Intanto, la fase di “first close”, ossia quella in cui si coinvolge un numero sufficiente di investitori, sembrerebbe prossima alla conclusione stando al manager che, alle spalle, ha un passato speso nella Start Up di Vodafone, per poi entrare in eBiscom occupandosi anche dell'acquisizione di aziende estere finalizzata a realizzare il medesimo modello di Fastweb. Proprio in una di queste, la tedesca AnsaNet, Novelli ha lavorato dal 2000 a oggi come managing director lasciando un'azienda del valore di 1,4 miliardi di euro per affrontare il nuovo progetto propostogli da Earlybird.

Non tutto può essere in fase start up
Anche per Novelli, per attrarre un investimento istituzionale nel capitale di rischio occorre «non dare l'impressione di trovarsi di fronte un'armata Brancaleone, anche se provvista di una buona idea che potrebbe avere successo. Occorre avere un vero e proprio progetto industriale e non farsi percepire come start up in ogni singolo aspetto, anche in quelli ormai standard come far bene un sito Web. Purtroppo, però, le start up italiane sono ancora molto indietro in tanti aspetti mentre dovrebbero concentrarsi sulla vera area innovativa della propria azienda».

In tal senso, le start up devono imparare a essere “meno artigianali in ogni loro aspetto” e a proporsi di più come “progetti industriali”. «Fortunatamente - è l'ulteriore commento di Novelli -, le imprese di casa nostra sono estremamente veloci sia a capire, che a imparare e ad adeguarsi».

La pensa così anche Massimiliano Magrini che, fuoriuscito da Google dopo una serie di altre esperienze spese in numerose multinazionali, ha dato vita a Annapurna Ventures convinto che in Italia a mancare sia il vero capital imprenditoriale, «ossia il Venture Capital che riesce a unire competenze finanziarie a competenze industriali senza le quali non è possibile incidere nella parte early stage, ossia nella fase anticipata, sulla start up».

Sempre per Magrini: «Il problema è che in Europa, rispetto agli Stati Uniti, i manager che hanno avuto la capacità di sviluppare la propria impresa e hanno poi messo la loro esperienza al servizio di altre imprese sono, per lo più, Venture Capitalist che provengono da esperienze di finanza e banking e che non hanno necessariamente il background imprenditoriale di chi ha fatto carriera sulle tecnologie, come è invece accaduto nella Silicon Valley».

Traendo le giuste conclusioni, la scelta di Magrini è stata quella di fondare Annapurna Ventures «verificando prima la presenza o meno di una domanda imprenditoriale italiana e chiedendoci, contestualmente, se saremmo stati in grado di portare il giusto valore». La risposta la danno i 7 investimenti finanziati in due anni di lavoro sul nostro mercato negli ambiti delle tecnologie digitali, del mobile e dell'enterprise software dei quali il Vc creato da Magrini si occupa con l'ambizione, ora, «di raccogliere anche capitali esterni oltre ai nostri».

Non esiste una start up uguale all'altra
Anche perché, non esiste un'iniziativa finanziata uguale a un'altra. Ci sono, infatti, persone con forti competenze tecnologiche a cui manca tutta la parte di early stage investment in ottica business. Ma anche team con persone che hanno alle spalle una decina di anni di esperienza in azienda ma con skill tecnologici inferiori che, per essere supportati, richiedono anche co-investimenti con altri player.

Per Lorenzo Franchini, managing director di Italian Angels for Growth attenta a investire in tutti i principali settori, «a fronte di un mercato italiano meno affollato, lo scotto da pagare è quello di una minore preparazione culturale dell'imprenditore italiano, molto meno preparato a numerose implicazioni che sottendono il creare una start up Web».

Idee dal respiro internazionale pronte a "emigrare"
Ma da noi il problema principale «non è la mancanza di capacità di presentazione, quanto quella di execution, visione e implementazione dei progetti proposti dai nostri imprenditori, che devono avere respiro internazionale e seguire il mercato di riferimento, che non sempre è quello in cui l'idea nasce».


Fortunatamente da noi, secondo Franchini, la capacità innovativa in Italia «è molto elevata, tanto che da noi si vedono buone idee e buone innovazioni». Specie nello sviluppo software e nelle aree biotech e medicale appartenenti al settore Life Science, dove la difficoltà, semmai, «è lavorare sui ricercatori spiegandogli cosa vuol dire fare uno spin off dall'Università e che la carriera accademica e quella dell'imprenditore non sempre coincidono».

Poco supporto dallo Stato
Ancora una volta, occasioni come quella messa a fattor comune dalla già citata Grafo Ventures, che ha chiamato a raccolta i principali Venture Capitalist paneuropei per condividere approcci, fare network e condividere spunti, fanno emergere una serie di forti discrepanze.
Anche a livello governativo.

«Basti pensare che in Francia - denuncia Dettori - esiste un fondo di fondi da 400 milioni di euro finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti che supporta i fondi di Venture Capital francesi. Questo dando atto al fatto che i Vc creano occupazione e lo fanno nelle aree più innovative, aprono a mercati globali per definizione, danno sbocco a chi studia nelle università e possiedono un'efficienza del capitale, in termini di generazione di nuovi posti di lavoro, neanche paragonabile a qualsiasi fondo pubblico».

Forse, invece, di provvedere alla cassa integrazione delle imprese attive in settori in forte regressione, «occorrerebbe investire in fondi di fondi nazionali per Venture Capital che, da subito, creerebbero nuove imprese in mercati che hanno delle prospettive».

Le opportunità potrebbero essere anche per il Governo italiano, non solo per i Vc e le start up di casa nostra.

www.01net.it

Start-up web in cerca di capitali? Le regole da seguire - IlSoftware.it