ChromeOS verso la fine: perché Google lo chiuderà per puntare su Android Aluminium

Google chiuderà ChromeOS entro il 2034 e lo sostituirà con Aluminium, un Android pensato per PC desktop e notebook, con rilascio completo atteso nel 2028.

Il debutto dei Chromebook risale a 16 anni fa, quando Google distribuì in modo quasi sperimentale il Cr-48, un portatile essenziale, poco appariscente e pensato per dimostrare un’idea più che per conquistare il mercato. Da allora, i Chromebook hanno trovato una collocazione precisa: dispositivi economici, semplici da gestire, fortemente dipendenti dal Web e adatti ad ambienti controllati come scuole e aziende. Oggi, però, quella traiettoria sembra avviarsi verso una conclusione programmata.

Documenti emersi nel contesto del lungo processo antitrust statunitense contro Google indicano che l’azienda ha già fissato una data di uscita di scena per ChromeOS. Non si tratta di una decisione improvvisa, né di un fallimento tecnico, ma della conseguenza di una strategia più ampia che punta a unificare l’esperienza desktop e mobile attorno ad Android. Secondo quanto riportato negli atti giudiziari, la dismissione definitiva di ChromeOS è prevista per il 2034, una scadenza che coincide con la fine del ciclo di supporto garantito ai Chromebook più recenti.

L’idea (troppo estrema) di un sistema operativo basato interamente sul cloud

ChromeOS è nato con una filosofia radicale: il browser come sistema operativo. In origine non esisteva alcun concetto di applicazione locale e l’intero flusso di lavoro era pensato per vivere nel cloud. Con il tempo, tale impostazione si è dimostrata troppo rigida.

Google ha progressivamente integrato il supporto alle app Android, alle applicazioni Linux e persino, per un breve periodo, ai giochi Steam. Tentativi che hanno ampliato le possibilità del sistema, ma che hanno anche messo in evidenza i suoi limiti strutturali. ChromeOS è rimasto un ambiente ibrido, mai completamente desktop, mai davvero all’altezza delle esigenze di potenza e flessibilità richieste da un computer tradizionale.

Nel frattempo, Android ha seguito un percorso opposto. Nato per smartphone, ha conquistato tablet, dispositivi pieghevoli, sistemi automotive e televisori. Il vero punto debole è sempre stato l’uso su schermi ampi con input da tastiera e mouse.

È proprio qui che entra in gioco Aluminium, il progetto con cui Google intende ridefinire Android come piattaforma primaria anche per i PC desktop. Secondo le testimonianze fornite in tribunale, i primi dispositivi basati su Aluminium dovrebbero arrivare nelle mani di tester selezionati entro la fine del 2026, mentre il debutto commerciale su larga scala potrebbe slittare al 2028.

Perché Google vuole davvero chiudere ChromeOS (ma senza poterlo fare subito)

Nel 2025, il responsabile Android Sameer Samat aveva lasciato intendere che l’unificazione tra Android e Chrome fosse un obiettivo imminente, associabile al 2026. Ma nei verbali e nelle dichiarazioni riportate in sede giudiziaria il tono è diverso: non “lanceremo”, bensì “speriamo di”, e la roadmap “più veloce” descritta dagli avvocati di Google conduce comunque a un debutto pieno nel 2028.

Android possiede già la massa critica di applicazioni, strumenti e competenze. Portarlo su PC non significa solo “metterlo su uno schermo grande”, ma riscrivere la sua ergonomia: finestre, multitasking, input ibridi, driver, prestazioni su CPU x86 e ARM, periferiche enterprise, criteri di gestione e compliance. Aluminium, in quest’ottica, è il tentativo di trasformare Android in una piattaforma desktop credibile, riducendo la duplicazione interna (due sistemi, due set di priorità, due stack) e creando un asse unico per sviluppatori e partner hardware.

Eppure Google non può semplicemente “spegnere ChromeOS” quando vuole. Il vincolo principale è contrattuale e regolatorio: l’azienda ha promesso fino a 10 anni di aggiornamenti per i Chromebook e deve onorare tale impegno anche se una parte dei dispositivi non potrà migrare al nuovo “stack” basato su Android.

Da qui la necessità di mantenere ChromeOS almeno fino al 2033 per coprire i modelli più recenti, e la conseguente finestra di phase-out fissata al 2034.

Migrazione selettiva: non tutti i Chromebook “diventeranno” Aluminium

Il punto più delicato per il mercato – e quello che rischia di rendere la transizione disordinata – è la compatibilità hardware.

Secondo quanto riportato, Google riconosce esplicitamente che non tutto l’hardware esistente potrà supportare Aluminium: alcuni dispositivi resteranno su ChromeOS fino alla scadenza degli aggiornamenti, senza upgrade al nuovo sistema. John Maletis (VP ChromeOS) ha confermato pubblicamente l’esistenza di vincoli tecnici e l’intenzione di lavorare alla migrazione per “molti dei dispositivi più recenti”, ma non per tutti.

C’è quindi il rischio concreto che possa venirsi a creare una certa frammentazione che Google dovrà gestire con estrema cura, soprattutto in ambito education ed enterprise: nello stesso parco macchine potrebbero convivere, per anni, Chromebook che restano su ChromeOS e nuovi dispositivi che adottano Aluminium.

Dal punto di vista operativo significa differenze di policy, strumenti di gestione, compatibilità applicativa e – soprattutto – aspettative degli utenti.

Ruby e Sapphire: indizi sul target reale di Aluminium

Le indiscrezioni su un portatile Intel Panther Lake soprannominato “Ruby” e un tablet premium “Sapphire” sono interessanti non tanto per i nomi in codice, quanto per ciò che suggeriscono: Google non vuole un semplice successore dei Chromebook economici, ma un sistema capace di scalare verso l’alto, inclusi dispositivi di fascia alta e form factor che oggi mettono in difficoltà Android.

È una scelta in linea con l’obiettivo di superare la percezione di ChromeOS come alternativa “ridotta” e, contemporaneamente, di dare ad Android un’immagine più adulta sul piano produttivo.

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