La smart home mainstream ha ormai un volto riconoscibile: assistenti vocali, app centralizzate, configurazioni guidate e un’esperienza pensata per ridurre al minimo la complessità. Google Home rappresenta in modo emblematico questo modello. Funziona bene, è stabile, compatibile con un numero crescente di dispositivi e, con gli ultimi aggiornamenti, ha persino riscoperto il valore dell’interazione fisica attraverso pulsanti hardware.
Tuttavia, dietro questa apparente completezza, resta un limite strutturale: si tratta comunque di un sistema chiuso, governato dal cloud, in cui l’utente è più consumatore che architetto del proprio impianto domotico. È proprio da qui che nasce l’interesse verso soluzioni aperte, per davvero.
Google Home apre ai pulsanti fisici: cosa cambia per la smart home
La piattaforma Google Home, pur essendo uno degli ecosistemi smart home più diffusi e semplici da usare, ha storicamente sofferto per alcune lacune nel campo delle automazioni locali e delle interazioni fisiche. Fino a poco tempo fa mancava un vero supporto per i pulsanti smart fisici, ovvero quei piccoli dispositivi che permettono di controllare luci, scene e automazioni con un tap, un doppio tap o una pressione prolungata.
Con l’aggiornamento alla versione 4.8 dell’app Google Home, distribuito a inizio febbraio 2026, Google ha finalmente introdotto il supporto ai pulsanti smart come trigger di automazioni. In concreto:
- è possibile impostare automazioni che si attivano quando un pulsante viene premuto, con riconoscimento di singolo tap, doppio tap e pressione prolungata;
- la funzionalità apre nuove possibilità di controllo fisico per le automazioni, superando la precedente dipendenza esclusiva da comandi vocali o dall’interfaccia dell’app;
- altri nuovi trigger includono stati come il docking di un robot aspirapolvere o soglie di umidità, ampliando ulteriormente il repertorio di condizioni utili per le routine.
La novità allinea Google Home ad altre piattaforme smart già dotate di supporto ai pulsanti (come Apple Home, Amazon Alexa e sistemi open source come Home Assistant), colmando una lacuna storica e rendendo le automazioni più fisiche, reattive e contestuali.
Perché questa novità è importante
Prima di questo aggiornamento, la domotica basata su Google Home era fortemente vincolata alle interazioni digitali: app sul telefono, comandi vocali tramite Google Assistant o automazioni basate su stati di sensori e dispositivi.
Il modello funziona bene nella maggior parte dei casi, ma perde efficacia in scenari quotidiani in cui si desidera attivare rapidamente una scena (es. “Buonanotte”, “Spegni tutte le luci”) senza aprire l’app; si vuole un controllo fisico conveniente in zone dove l’assistente vocale non è pratico o non è presente; si desidera un trigger affidabile anche quando la connessione Internet è lenta o assente.
La possibilità di usare pulsanti fisici come trigger di automazioni rende il sistema molto più tangibile e vicino alla modalità di interazione a cui siamo abituati nella domotica tradizionale: un pulsante definito, programmabile e ripetibile senza dipendere da Internet o da interfacce touch.
Limiti ancora presenti
È bene tenere presente che, in questa prima fase di rollout il supporto ai pulsanti non è ancora completo su tutte le tipologie di dispositivi o marche; alcune funzioni avanzate — come le automazioni generate da funzioni AI (per esempio tramite “Ask Home” powered by Gemini) — non sono ancora pienamente integrate nella logica dei pulsanti; la compatibilità concreta dipenderà anche dai dispositivi Matter o non Matter che l’utente deciderà di utilizzare con Google Home.
Questo significa che, pur essendo un grande passo avanti, il supporto ai pulsanti in Google Home resta un primo livello di integrazione, che sarà perfezionato nei prossimi aggiornamenti.
Pulsanti smart e Matter: cosa succede “dietro le quinte”
Un elemento chiave per questa novità è l’adozione sempre più diffusa di Matter, lo standard di interoperabilità aperto che consente a dispositivi di brand diversi di funzionare insieme senza bridge dedicati.
Anche se Google Home non espone ancora pienamente tutte le funzioni di controllo native di Matter ai suoi utenti, il fatto che ora possa interpretare trigger fisici come quelli dei pulsanti è una conseguenza diretta di questa evoluzione degli standard.
Sul fronte dei protocolli, Matter promette interoperabilità tra ecosistemi diversi. È un passo avanti, ma non va confuso con l’open source: la governance resta nelle mani di grandi vendor e l’implementazione pratica è ancora limitata. Utile, sì. Liberatoria, no.
L’approccio open: controllo prima della comodità
Le piattaforme aperte (ne parlavamo anche nell’articolo sulla smart home offline) nascono da una filosofia diversa rispetto a Google o Amazon: l’utente mantiene il controllo, anche a costo di rinunciare a una parte dell’immediatezza iniziale. Ciò significa configurazioni più complesse, ma anche indipendenza dal cloud, maggiore robustezza e una vita utile dei dispositivi molto più lunga.
- Home Assistant è oggi la soluzione open più completa e matura. Funziona in locale, integra centinaia di protocolli e dispositivi e consente automazioni estremamente granulari. Qui i pulsanti fisici non sono un’aggiunta recente, ma un elemento strutturale: Zigbee, Z-Wave, MQTT o WiFi, tutto può diventare un trigger.
- Il punto di forza è l’assenza di vincoli artificiali. Se un dispositivo espone uno stato o un evento, può essere usato. Il rovescio della medaglia è la complessità: non è una piattaforma “plug and play” e richiede una certa alfabetizzazione tecnica.
- openHAB segue una logica simile, ma con un’impostazione più ingegneristica. È pensato per chi vuole una separazione netta tra hardware, logica e interfaccia. Meno “amichevole” di Home Assistant, ma molto solido in contesti complessi o ibridi, anche professionali.
- Domoticz è una scelta più minimale. Meno scenografico, ma estremamente efficiente, soprattutto su hardware a basso consumo. È adatto a chi vuole automazioni essenziali, affidabili e completamente locali, senza dipendenze esterne.
- Node-RED non nasce come piattaforma smart home, ma è spesso il collante tra sistemi aperti. Non esistono limiti concettuali: un pulsante può attivare una routine solo se piove, se non sei in casa e se il consumo elettrico è sotto una certa soglia. È automazione nel senso più puro, ma richiede una mentalità da sviluppatore.
Shelly: cos’è, come funziona e perché conta
Il catalogo Shelly è estremamente vasto: pulsanti, relè, sensori, controller WiFi. Shelly è una famiglia di dispositivi smart che punta a una filosofia molto precisa: protocollo aperto (entro certi limiti), WiFi locale, API documentata, possibilità di integrazione diretta con controller open, supporto diretto a Home Assistant, Node-RED, MQTT e altri sistemi.
Tutto questo significa che chi sceglie i prodotti Shelly non è bloccato nel cloud di un colosso: è invece libero di comandare i moduli in locale, con logiche personalizzate e senza dipendere da alcun servizio remoto.
I punti di forza di Shelly
- Supporto WiFi nativo: nessun bridge dedicato (come Zigbee/Z-Wave). Complessità hardware ridotta
- API REST/MQTT aperte: i dispositivi sono utilizzabili con Home Assistant o Node-RED senza vendor lock-in.
- Aggiornamenti indipendenti: firmware aggiornabile, spesso con opzioni dedicate agli utenti esperti.
- Hardware semplice e modulare: pensato per quadri elettrici DIN, scatole di derivazione e così via.
Alternative a Shelly (e quando sceglierle)
Accanto a Shelly esiste un insieme articolato di soluzioni che rispondono a esigenze diverse. I dispositivi Sonoff rappresentano l’alternativa più immediata per filosofia e posizionamento: prodotti economici, spesso basati su WiFi, con un catalogo molto ampio e una comunità estremamente attiva.
Il loro vero valore emerge però quando si abbandona il firmware originale in favore di soluzioni come Tasmota o ESPHome, che consentono il controllo completamente locale, l’integrazione tramite MQTT o direttamente con piattaforme di orchestrazione avanzate come Home Assistant, rendendoli adatti anche ad automazioni articolate.
Quando il requisito principale diventa invece l’efficienza energetica, soprattutto per sensori alimentati a batteria, entrano in gioco i dispositivi basati su Zigbee o Z-Wave: protocolli progettati specificamente per la domotica, con consumi ridotti, latenza locale molto bassa e una buona interoperabilità tra marchi diversi, a fronte però della necessità di un coordinatore dedicato e di una configurazione leggermente più complessa.
All’estremo opposto si collocano le soluzioni DIY basate su ESP8266 o ESP32, che permettono di realizzare sensori e attuatori completamente su misura programmabili con ESPHome o Tasmota: qui il controllo è totale, l’interazione con il sistema domotico è diretta e non esiste alcuna dipendenza esterna, ma il prezzo da pagare è una maggiore competenza tecnica richiesta, che rende questa strada ideale per chi vuole costruire una smart home davvero modellata sulle proprie logiche operative.