Quando un prodotto hardware, soprattutto i moderni dispositivi farciti di funzionalità cloud, raggiunge il suo fine vita (end-of-life, EOL), il destino che spesso lo attende è paradossale: device perfettamente funzionanti dal punto di vista fisico sono trasformati in rifiuti elettronici non per usura, ma per una scelta puramente commerciale.
L’attenzione della Commissione Europea verso la riparabilità, la disponibilità dei ricambi e la trasparenza tecnica ha già incrinato un modello industriale basato sull’obsolescenza programmata (a parte il recente “scivolone” sull’obbligo – che obbligo non è – del rilascio di aggiornamenti di sicurezza per gli smartphone per almeno 5 anni). Tuttavia, fermarsi alla sola dimensione fisica non basta più: oggi è il software a decretare la morte di molti dispositivi.
Hardware vivo, software morto
Termostati, elettrodomestici, infotainment per auto, wearable continuano a funzionare a livello elettronico e meccanico, ma diventano di fatto inutilizzabili quando l’app associata non viene più aggiornata, rimossa dagli store o disattivata lato server. Il risultato è un hardware integro, ma amputato delle sue funzionalità smart.
Il fenomeno non è un effetto collaterale inevitabile dell’innovazione, bensì una scelta progettuale. Un prodotto è spesso concepito come estensione di un ecosistema proprietario e, nel momento in cui quell’ecosistema non è più redditizio, l’oggetto viene abbandonato. Il valore residuo dell’hardware, per l’azienda, diventa irrilevante.
In questo contesto, l’idea di obbligare i produttori ad aprire il software quando decidono di dismettere l’hardware non è più una provocazione, un’idea peregrina, bensì una proposta concreta, razionale e sempre più urgente.
L’Europa si sta prodigando per ridurre il volume dei rifiuti RAEE: ha ancora senso, nel 2026, che un produttore possa decidere che un suo dispositivo hardware – regolarmente acquistato dai clienti – non possa essere più utilizzato?
Il precedente che non dovrebbe restare un’eccezione
Esistono rari esempi virtuosi. Un’azienda come Bose ha pubblicato documentazione e rilasciato parti del software una volta terminato il supporto ufficiale. Ma si tratta, appunto, di eccezioni.
La situazione opposta è ben più frequente e recente. Ricordiamo quando Spotify ha dismesso Car Thing, un dispositivo venduto a circa 200 dollari: l’hardware è diventato e-waste nel giro di pochi mesi. Nessuna apertura delle specifiche, nessuna possibilità per la comunità di riutilizzarlo, nessuna continuità funzionale. Il mercato ha “accettato e voltato pagina”, ma il problema rimane.
Citiamo il caso dei vecchi modelli di termostati Nest, riportati in vita da un hacker indipendente che ha rilasciato un firmware personalizzato.
Non open source totale, ma apertura mirata
È importante chiarire un punto: non si tratta di pretendere la condivisione del codice sorgente completo di intere basi di codice proprietarie. Molte applicazioni sono profondamente integrate in piattaforme più ampie, includono segreti industriali o dipendono da servizi terzi. La richiesta sarebbe irrealistica e controproducente.
La proposta è molto più pragmatica: quando un prodotto entra in EOL, l’azienda dovrebbe essere obbligata a pubblicare almeno:
- Le specifiche hardware essenziali.
- I protocolli di comunicazione (Bluetooth, Wi-Fi, USB, API locali).
- La documentazione minima necessaria a interagire con il dispositivo.
Un semplice repository pubblico, ad esempio su GitHub, sarebbe sufficiente per permettere a terzi di sviluppare software alternativo. Non è un costo insostenibile per il produttore e rappresenterebbe un enorme valore per la collettività.
Comunità, sostenibilità e vibe coding
Un tempo, questo tipo di apertura avrebbe favorito solo una ristretta élite di sviluppatori. Oggi non è più così. Con l’evoluzione degli strumenti di sviluppo, dell’AI assistiva e del cosiddetto vibe coding (da usare sempre con cautela e con la massima consapevolezza…), anche utenti non professionisti possono sperimentare, adattare, costruire.
È un cambiamento radicale: l’apertura delle specifiche non è più un gesto simbolico, ma un abilitatore reale di riuso, estensione e innovazione dal basso. Comunità di utenti potrebbero mantenere in vita dispositivi per anni, adattandoli a nuove esigenze, riducendo sprechi, contribuendo a ridurre il volume dei rifiuti in discarica e creando valore dove prima c’era solo dismissione.
Non si tratta di essere nostalgici o contrari al progresso. Si tratta di riconoscere che, in un mondo saturo di elettronica, il fine vita di un prodotto non può coincidere con il ritiro del supporto software o la chiusura di una piattaforma cloud. Se un’azienda decide di non supportare più un dispositivo, dovrebbe almeno restituire alla società gli strumenti per farlo vivere altrove. Tenendo in considerazione che quel dispositivo è comunque stato acquistato dagli utenti.