Nell’era della smart home, la sottile linea tra sicurezza e controllo si fa sempre più sfumata, e la recente controversia che ha coinvolto Ring lo dimostra in modo lampante.
L’azienda, celebre per le sue videocamere di sorveglianza domestica, si trova ora al centro di un acceso dibattito dopo la presentazione della funzione Search Party, una tecnologia che promette di aiutare i proprietari a ritrovare animali domestici smarriti, ma che – secondo documenti interni trapelati – nasconderebbe ambizioni ben più ampie.
Tutto ha avuto inizio con la messa in onda di uno spot durante il Super Bowl, che ha acceso i riflettori sulla nuova funzione basata su intelligenza artificiale. La promessa è semplice e rassicurante: scansionare i feed video delle telecamere nei dintorni per individuare cani e gatti persi.
Tuttavia, una e-mail interna datata ottobre 2025 e firmata dal fondatore Jamie Siminoff, successivamente trapelata alla stampa, ha cambiato radicalmente la percezione pubblica dell’iniziativa. In quel messaggio, Siminoff descriveva il progetto come un tassello fondamentale verso l’obiettivo di azzerare i crimini nei quartieri, una dichiarazione che ha immediatamente sollevato sospetti e timori circa una possibile evoluzione della funzione verso forme di sorveglianza più invasive, magari rivolte alle persone e non solo agli animali.
Un’e-mail trapelata ha fatto esplodere il caso
Il timore di una deriva verso il controllo capillare non è affatto infondato. Ring vanta infatti una lunga storia di collaborazione con le forze dell’ordine, soprattutto attraverso l’app Neighbors, che permette alle autorità di accedere rapidamente ai filmati registrati dai cittadini.
Questo rapporto privilegiato, già oggetto di numerose polemiche in passato, alimenta ora il sospetto che la funzione Search Party possa rappresentare solo il primo passo di un percorso che porta a una sorveglianza di massa sempre più pervasiva.
Gli esperti di privacy e le associazioni a tutela dei diritti digitali parlano apertamente di mission creep: la tendenza, cioè, di tecnologie nate con uno scopo apparentemente limitato a essere progressivamente riconvertite per finalità molto più ampie e spesso invasive. In questo scenario, le rassicurazioni fornite dall’azienda appaiono insufficienti.
La fine della collaborazione con Flock Safety
Sebbene Ring sostenga che la funzione non processi dati biometrici umani e che sia possibile disattivarla in qualsiasi momento, la pressione mediatica e le preoccupazioni dell’opinione pubblica hanno già prodotto i primi effetti concreti. L’integrazione con Flock Safety, società specializzata nella lettura automatica delle targhe automobilistiche, è stata infatti cancellata – almeno temporaneamente – proprio per placare le polemiche e limitare i danni reputazionali.
La questione resta tuttavia tutt’altro che chiusa. Da una parte, i sostenitori della sicurezza domestica sottolineano come strumenti come Search Party possano effettivamente portare benefici tangibili, aumentando le probabilità di ritrovare animali smarriti e fornendo alle forze dell’ordine nuovi strumenti per accelerare le indagini su episodi criminali. Dall’altra, attivisti, policy maker e numerosi cittadini continuano a chiedere maggiore trasparenza, audit indipendenti e norme più stringenti per garantire che i dati raccolti non vengano utilizzati in modo improprio o per finalità diverse da quelle dichiarate.
Nel frattempo, Ring si trova costretta a gestire una crisi reputazionale senza precedenti, mentre la società civile osserva con crescente attenzione ogni evoluzione della vicenda. La paura è che dietro innovazioni presentate come innocue – e anzi utili per la comunità – si nasconda una silenziosa ridefinizione dei confini tra sicurezza collettiva e libertà individuale. La storia recente insegna che le tecnologie digitali, una volta introdotte, tendono spesso a sfuggire al controllo originario, trasformandosi in strumenti di sorveglianza ben più potenti e difficili da regolamentare.