Smartphone riparabili in Europa? L'80% non mostra i dati richiesti

Un'analisi condotta su 2.334 smartphone venduti in Europa mostra gravi lacune nei dati sulla riparabilità. Vediamo cosa impongono davvero le regole europee su ricambi, batterie, software e assistenza: come i produttori hanno reagito (male).

Comprare uno smartphone nell’Unione Europea dovrebbe mettere nelle mani dei consumatori qualche vantaggio in più. Dal 20 giugno 2025, infatti, i produttori devono rispettare nuovi requisiti europei di ecodesign ed etichettatura energetica; a distanza di oltre un anno, però, un’analisi condotta da Right to Repair Europe e iFixit mostra una situazione piuttosto complessa sul piano della riparabilità degli smartphone.

L’Unione Europea ha costruito un sistema piuttosto dettagliato per misurare quanto un prodotto possa essere smontato, riparato e mantenuto nel tempo; se però parte dei dati alla base della valutazione manca o conduce a informazioni inutilizzabili, il punteggio esposto al consumatore rischia di perdere buona parte del suo valore pratico.

Il dato più significativo riguarda infatti EPREL (European Product Registry for Energy Labelling), il registro europeo dei prodotti soggetti a etichettatura energetica.

Esaminando 2.334 schede relative a modelli di smartphone immessi sul mercato nell’arco di circa un anno, i ricercatori hanno rilevato che soltanto il 18% circa indica un sito nel quale prezzi dei ricambi o istruzioni di riparazione risultano effettivamente reperibili. Circa metà delle schede lascia invece vuoto il campo destinato al collegamento; un ulteriore 19% rimanda a pagine generiche di prodotto o di assistenza prive delle informazioni richieste.

Cosa impongono le regole europee sugli smartphone

Le principali prescrizioni derivano dal Regolamento UE 2023/1670 sull’ecodesign e dal Regolamento delegato UE 2023/1669 sull’etichettatura energetica. Si applicano agli smartphone e ai tablet immessi sul mercato europeo dal 20 giugno 2025, con alcune esclusioni specifiche previste dalla normativa.

Bruxelles punta soprattutto ad allungare la vita utile dei dispositivi: maggiore resistenza a cadute, acqua e polvere; batterie più durevoli; disponibilità prolungata dei ricambi; aggiornamenti software garantiti; accesso agli strumenti necessari per sostituire componenti associati via software al terminale.

Per diversi componenti critici i produttori, gli importatori o i rappresentanti autorizzati devono garantire la disponibilità dei pezzi di ricambio fino ad almeno 7 anni dopo la fine della commercializzazione del modello nell’Unione Europea. I tempi di consegna previsti ricadono tipicamente tra 5 e 10 giorni lavorativi, a seconda del periodo trascorso dalla fine delle vendite.

La lista comprende componenti che incidono davvero sulla possibilità di mantenere operativo un telefono: batteria, display, copertura posteriore, fotocamere, connettore di ricarica, pulsanti, microfoni, altoparlanti e, nei pieghevoli, cerniere e meccanismi del display. In pratica, la normativa cerca di evitare che un componente relativamente economico renda inutilizzabile un prodotto da centinaia o migliaia di euro.

Come nasce il punteggio di riparabilità

L’etichetta europea assegna a smartphone e tablet una classe di riparabilità da A ad E. Dietro la lettera compare un indice numerico costruito su sei parametri: profondità di smontaggio, tipo degli elementi di fissaggio, strumenti necessari, disponibilità dei ricambi, durata degli aggiornamenti software e qualità delle informazioni di riparazione.

La formula attribuisce il peso maggiore alla profondità di smontaggio, che incide per il 25%; gli altri cinque parametri pesano ciascuno per il 15%. Non si tratta quindi soltanto di stabilire se la batteria possa essere rimossa. Conta quanti passaggi servono per raggiungerla, quali viti o adesivi incontra il tecnico, se sono necessari attrezzi particolari e se il ricambio è effettivamente acquistabile.

Anche la natura dei sistemi di fissaggio entra nel calcolo. Un elemento riutilizzabile riceve una valutazione migliore rispetto a uno che deve essere sostituito dopo lo smontaggio; analogamente, poter intervenire senza strumenti o con utensili di base produce un risultato migliore rispetto alla necessità di ricorrere ad attrezzatura commerciale più specialistica.

Il fatto è che, allo stato attuale, il meccanismo rimane ampiamente basato sulle dichiarazioni fornite da produttori e importatori. Non significa che le aziende possano assegnarsi arbitrariamente una lettera: devono applicare formule e criteri definiti dal regolamento. Resta però un problema di controllo: se i dati dichiarati non trovano riscontro in informazioni pubbliche facilmente consultabili, una verifica indipendente diventa molto più difficile.

Modelli in classe A ma senza informazioni utili sulla riparazione

Right to Repair Europe evidenzia proprio questa contraddizione. In alcune schede EPREL, dispositivi che dichiarano una classe di riparabilità A riportano allo stesso tempo campi vuoti oppure collegamenti che non permettono di accedere alle informazioni previste.

La questione diventa ancora più evidente osservando la voce dedicata alle informazioni sulla riparazione. Il massimo punteggio previsto per tale parametro presuppone disponibilità pubblica e gratuita delle informazioni di manutenzione per gli utenti finali, oltre alla documentazione più completa destinata ai riparatori professionisti. Dichiarare il massimo valore mentre il collegamento corrispondente risulta assente rende quantomeno difficile capire su quale base il consumatore possa verificare la valutazione.

Tra i 2.334 record analizzati, Right to Repair Europe segnala inoltre un 8% circa di schede con indicazioni generiche come “consultare il manuale“; quasi il 5% rimanderebbe addirittura a marketplace come AliExpress o Temu per ricambi e, in alcuni casi, perfino per le istruzioni.

Una situazione simile produce anche conseguenze giuridiche e pratiche: acquistare direttamente un componente da un venditore extra UE può trasformare il consumatore nell’importatore del prodotto, con responsabilità differenti rispetto all’acquisto di un ricambio distribuito ufficialmente sul mercato europeo.

Batterie: 800 cicli, 80% di capacità e un’importante alternativa progettuale

Le regole europee impongono requisiti specifici anche sulla durata delle batterie. La Commissione indica come riferimento minimo una capacità residua dell’80% dopo almeno 800 cicli completi di carica e scarica.

In determinati casi il Regolamento 2023/1670 permette ai produttori di evitare una sostituzione della batteria eseguibile direttamente da un utilizzatore non specializzato, purché il dispositivo rispetti condizioni più severe.

Tra queste figurano almeno una protezione IP42 e requisiti di longevità della batteria più stringenti: almeno l’83% della capacità nominale dopo 500 cicli e almeno l’80% dopo 1.000 cicli completi. In pratica, l’UE accetta un compromesso: una batteria meno semplice da sostituire può essere ammessa se dura sensibilmente più a lungo e il dispositivo soddisfa le ulteriori condizioni previste.

Dal 18 febbraio 2027 entrerà inoltre pienamente in gioco l’articolo 11 del Regolamento UE 2023/1542 sulle batterie. La regola generale stabilisce che le batterie portatili incorporate nei prodotti debbano risultare facilmente rimovibili e sostituibili dall’utente finale, salvo le deroghe contemplate dal regolamento e dai successivi atti europei.

Una batteria può considerarsi “facilmente rimovibile” anche usando strumenti normalmente disponibili in commercio; non devono però servire utensili proprietari, calore o solventi, a meno delle eccezioni previste.

Gli aggiornamenti software fanno parte della riparabilità

La longevità dell’hardware perderebbe senso se il sistema operativo cessasse di ricevere manutenzione mentre il telefono funziona ancora perfettamente.

Per tale motivo le regole di ecodesign includono anche un requisito relativo agli aggiornamenti del sistema operativo: devono risultare disponibili per almeno 5 anni dalla data in cui l’ultima unità del modello termina la fase di immissione sul mercato.

Non si parla semplicemente di “cinque anni dal lancio”: il riferimento parte dalla fine della commercializzazione dell’ultima unità del modello. Su un dispositivo venduto a lungo, l’obbligo può quindi spingersi ben oltre il quinquennio successivo alla presentazione sul mercato.

Per il consumatore significa poter valutare la riparabilità anche in termini software. Spendere 150 euro per sostituire schermo e batteria avrebbe poco senso se, pochi mesi dopo, il prodotto smettesse di ricevere correzioni di sicurezza o aggiornamenti indispensabili per applicazioni bancarie, autenticazione e servizi online.

Il problema principale è la sorveglianza del mercato

Le Autorità nazionali dei Paesi membri devono applicare le procedure di verifica definite dai regolamenti europei. Sulla carta, quindi, esiste un meccanismo di controllo. Nella pratica, Right to Repair Europe osserva che migliaia di campi vuoti o collegamenti chiaramente inutili sembrano essere rimasti online senza interventi.

Il motivo, secondo gli autori dell’indagine, sarebbe da ricondursi al fatto che le Autorità di sorveglianza dispongono di risorse limitate e tendono comprensibilmente a concentrare l’attenzione sulle non conformità che comportano rischi diretti per sicurezza e salute. Un URL mancante in una scheda prodotto difficilmente riceve la stessa priorità di una batteria pericolosa o di un apparecchio elettrico non sicuro.

Gran parte dei controlli preliminari potrebbe essere automatizzata: un sistema potrebbe rilevare campi vuoti, URL non raggiungibili o collegamenti che portano a pagine palesemente estranee alla documentazione richiesta. Non servirebbe neppure analizzare subito la qualità tecnica di ogni manuale; già eliminare le anomalie più evidenti ridurrebbe il margine per dichiarazioni superficiali.

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