Un no che ha fatto storia: quando Linus Torvalds rifiutò Steve Jobs e salvò Linux

All’inizio degli anni 2000 Apple, sotto la guida di Steve Jobs, puntava a costruire un sistema moderno e completamente controllato. Jobs offrì a Linus Torvalds un ruolo in Apple chiedendogli però di smettere di lavorare su Linux, con l’obiettivo di neutralizzare il progetto.
Un no che ha fatto storia: quando Linus Torvalds rifiutò Steve Jobs e salvò Linux

All’inizio degli anni 2000, Apple non era ancora il gigante tecnologico che conosciamo oggi. Il ritorno di Steve Jobs aveva avviato una profonda ristrutturazione aziendale, con un obiettivo chiaro: costruire una piattaforma moderna, stabile e “Unix-based” per il grande pubblico, mantenendo un controllo verticale totale sull’intero stack software. Mac OS X, derivato da NeXTSTEP, si fondava sul kernel ibrido XNU, a sua volta basato su Mach e componenti BSD, e rappresentava il tentativo di unire l’affidabilità di Unix alla semplicità e al design tipici di Apple. In un altro articolo mettiamo in evidenza le differenze tra macOS e Linux.

Parallelamente, GNU/Linux aveva già superato la fase sperimentale. Adottato in server, data center e supercomputer nonché supportato da grandi aziende come IBM, Linux si stava affermando come la risposta de facto al collasso dell’ecosistema Unix proprietario, soffocato da licenze rigide, cause legali e frammentazione. L’interesse di Jobs per Linus Torvalds, creatore di Linux, non era dunque casuale: Linux rappresentava al tempo stesso una risorsa tecnica preziosa e una minaccia strategica per l’orizzonte di Apple.

L’offerta: neutralizzare Linux, non collaborare

Secondo quanto raccontato dallo stesso Torvalds in una storica intervista del 2012, Jobs gli offrì un posto in Apple per lavorare sul kernel Unix del Mac. La promessa era allettante: “Unix per la base utenti più grande del mondo”, spiegava Jobs. Tuttavia, la condizione era chiara e intransigente: smettere di lavorare su Linux.

È un dettaglio cruciale: Apple non voleva tendere la mano a Linux né alla comunità open source. L’obiettivo era eliminare il principale punto di riferimento simbolico e tecnico del progetto. Anche se Linux non è mai stato un progetto monocratico, la figura di Torvalds ha sempre svolto un ruolo di arbitro architetturale e culturale. Accettare l’offerta avrebbe significato lasciare il kernel “orfano” almeno nel breve-medio periodo, esponendo la comunità a derive corporate o tecniche.

Torvalds rifiutò, non per ego o ideologia, ma per una questione di governance: il kernel Linux era e rimane un ecosistema robusto perché decentralizzato (in un altro articolo abbiamo parlato del futuro del kernel Linux dopo Linus Torvalds). La sua architettura sociale e tecnica — sviluppo asincrono e distribuito, separazione netta tra kernel e userland, licenza GPL come meccanismo di difesa e indipendenza da qualsiasi singolo vendor — non poteva essere sacrificata.

Governance, non carisma

Spesso si minimizza l’importanza di Torvalds, sostenendo che Linux sarebbe sopravvissuto comunque. In astratto è vero, ma non nella forma e nell’efficacia attuale. La presenza di Torvalds ha garantito coerenza tecnica del kernel, resistenza a derive eccessivamente sbilanciate verso le esigenze e gli interessi delle realtà commerciali, equilibrio tra innovazione e stabilità.

Molti progetti open source falliscono non per mancanza di qualità tecnica, ma per assenza di una leadership riconosciuta. Linux, al contrario, ha prosperato grazie a una figura centrale che non esercita potere autoritario, ma funge da punto di convergenza e riferimento condiviso.

Come sottolinea Torvalds, il rifiuto a Apple gli ha permesso di concentrarsi sugli aspetti tecnici del kernel, senza inseguire fama o ricchezza. “Sono molto felice di aver fatto la cosa giusta”, ha dichiarato. Una scelta che ha poi reso possibile la costruzione di un ecosistema aperto, dal cloud agli smartphone.

Conseguenze reali: Linux domina dove Apple non arriva

Volgendo lo sguardo indietro, l’impatto del “no” di Torvalds a Steve Jobs è enorme:

  • Linux oggi domina su server, cloud e supercalcolo.
  • Android, basato su kernel Linux, è il sistema operativo più diffuso al mondo.
  • Embedded e IoT dipendono quasi esclusivamente da Linux.
  • L’intera economia del cloud-native (container, Kubernetes, microservizi) si fonda su Linux.

Apple, pur costruendo un ecosistema estremamente redditizio e coeso, ha scelto la chiusura verticale. Linux ha creato qualcosa di meno visibile, ma infinitamente più pervasivo e resistente.

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