Usare ChatGPT ci rende stupidi? L'opinione di un esperto

L'analisi di Aaron French esplora come ChatGPT e l'AI possano influenzare il pensiero critico, il rischio di dipendenza e le opportunità.
Usare ChatGPT ci rende stupidi? L'opinione di un esperto

In un’epoca in cui le tecnologie digitali ridefiniscono il nostro modo di apprendere, lavorare e relazionarci, la discussione attorno alla AI generativa assume contorni sempre più rilevanti e complessi.

Un’affermazione che non lascia indifferenti è quella del ricercatore Aaron French: «Generative AI is the first technology that has the potential to replace human thought and creativity». Una provocazione che mette al centro una questione cruciale: strumenti come ChatGPT sono davvero una minaccia per le nostre capacità cognitive, oppure rappresentano una straordinaria opportunità di potenziamento intellettuale? La risposta, come spesso accade quando si parla di innovazione, non è mai scontata e si intreccia con il modo in cui scegliamo di interagire con queste tecnologie.

La riflessione parte da un’analisi storica. Se negli ultimi vent’anni i motori di ricerca hanno rivoluzionato l’accesso alle informazioni, lasciando però all’utente la responsabilità dell’interpretazione, l’AI generativa segna un salto qualitativo: non si limita a fornire dati, ma elabora risposte articolate, argomentazioni complesse e soluzioni pronte all’uso. Questo cambiamento rischia di creare l’illusione di una comprensione autentica, portando a una delega sempre più ampia delle nostre facoltà cognitive. In questo senso, French richiama il celebre articolo di Nicholas Carr, «Is Google Making Us Stupid?», sottolineando però come la passività indotta dai nuovi sistemi sia di tutt’altro livello.

ChatGPT e capacità cognitive: l’erosione del pensiero critico

Uno dei rischi più discussi è la progressiva erosione del pensiero critico. Quando l’utente si limita ad accettare in modo passivo le risposte generate, senza metterle in discussione, viene meno l’abitudine a verificare le fonti, a contestare gli assunti di partenza e ad affrontare la complessità dei problemi. In questo scenario, l’effetto Dunning Kruger si manifesta con forza: chi si affida ciecamente all’AI tende a sopravvalutare la propria comprensione, restando spesso inconsapevole delle proprie lacune. Si entra così in una zona grigia, in cui l’ignoranza diventa consapevole e si trasforma in un ostacolo all’apprendimento continuo.

Eppure, il quadro non è affatto privo di spiragli positivi. Un utilizzo consapevole e intenzionale di ChatGPT può trasformare questo strumento in un vero e proprio amplificatore delle capacità intellettive: un supporto per testare ipotesi, arricchire i ragionamenti, esplorare nuovi ambiti di conoscenza e stimolare la curiosità. La distinzione, come sottolineano molti esperti, non riguarda lo strumento in sé, ma l’atteggiamento dell’utente. Un uso passivo rischia di appiattire il pensiero, mentre un approccio critico e interrogativo può aprire la strada a nuove forme di apprendimento attivo e partecipato.

Il contesto educativo

Il dibattito si fa particolarmente acceso in ambito educativo. Da una parte, vi sono coloro che temono una progressiva perdita delle competenze fondamentali e invocano regole più restrittive; dall’altra, chi propone di integrare l’AI generativa nei percorsi didattici, insegnando agli studenti a verificarne le risposte, sviluppare una solida alfabetizzazione digitale e affinare il pensiero critico. Le buone pratiche condivise dagli esperti includono: trattare le risposte dell’AI come punti di partenza, esplicitare sempre i processi di ragionamento, mantenere esercizi che stimolino il lavoro cognitivo attivo, come la scrittura argomentata e l’analisi testuale.

Le stesse piattaforme, inoltre, hanno una responsabilità concreta nel promuovere un uso consapevole: dovrebbero implementare maggiore trasparenza sulle fonti, indicatori di affidabilità e strumenti che facilitino la verifica indipendente. Parallelamente, non si possono trascurare le opportunità offerte: la capacità di sintetizzare rapidamente informazioni complesse, il supporto alla creatività, la democratizzazione dell’accesso a competenze specialistiche.

La vera sfida, come sottolineano French e la comunità scientifica internazionale, è spostare la domanda da «l’AI ci rende stupidi?» a «come possiamo usare l’AI per diventare più intelligenti?». La risposta dipenderà dalle scelte di ricercatori, insegnanti, sviluppatori e decisori politici: saranno loro a determinare se questi strumenti diventeranno un prezioso complemento al nostro ragionamento o un suo rischioso sostituto.

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