Flatpak riceve una delle iniezioni di denaro pubblico più importanti della sua storia recente: 508.640 euro per rafforzare sicurezza, isolamento delle applicazioni e manutenzione di una tecnologia ormai centrale nella distribuzione del software Linux. Il finanziamento arriva dalla tedesca Sovereign Tech Agency attraverso il Sovereign Tech Fund e coprirà un progetto biennale, destinato a proseguire fino alla fine del 2027. Non si parla soltanto di correggere bug o aggiungere qualche funzione: il programma punta a colmare alcune differenze che ancora separano il sandboxing del desktop Linux dai modelli adottati da Android e iOS.
Nato nella prima metà degli anni 2010 con l’obiettivo di separare la distribuzione delle applicazioni dal tradizionale sistema di pacchetti delle singole distribuzioni, Flatpak oggi costituisce il principale meccanismo di distribuzione delle applicazioni in sistemi basati su immagini come Fedora Silverblue, openSUSE Aeon, SteamOS e GNOME OS. GNOME, KDE ed elementary lo considerano inoltre uno dei formati di riferimento per il software desktop.
Il tema ha quindi a che fare non soltanto con la praticità legata all’installazione dello stesso programma su distribuzioni differenti ma anche e soprattutto con la possibilità di eseguire applicazioni non completamente fidate limitandone l’accesso a file, periferiche e servizi del sistema.
Chi mette i 500.000 euro e perché la Germania finanzia Flatpak
Sovereign Tech Agency è un’organizzazione pubblicamente finanziata dallo Stato tedesco e dedicata al rafforzamento dell’infrastruttura digitale open source.
L’ente riceve i fondi dal Ministero federale tedesco per la Trasformazione Digitale e la Modernizzazione dello Stato ed è una controllata di SPRIND, Federal Agency for Disruptive Innovation. Alla base c’è quindi una decisione politica precisa: trattare alcuni componenti open source non come semplici progetti volontari, ma come infrastrutture dalle quali dipendono aziende, amministrazioni e prodotti commerciali.
Molte tecnologie aperte fondamentali ricevono investimenti insufficienti proprio perché il loro codice può essere riutilizzato senza versare alcun corrispettivo. Si crea così una situazione nella quale milioni di sistemi dipendono da componenti mantenuti da gruppi relativamente piccoli. Vi ricordate il “non ce la facciamo più” dell’autore di curl o l’assenza di risorse lamentata dai responsabili del progetto sudo?
Il Sovereign Tech Fund interviene proprio su questo squilibrio. Per accedere ai finanziamenti non basta sviluppare software libero: l’agenzia valuta diffusione, rilevanza, fragilità finanziaria del progetto, interesse pubblico, qualità del lavoro proposto e competenze del gruppo coinvolto. Il codice finanziato deve inoltre restare liberamente riutilizzabile, modificabile e redistribuibile. Flatpak rientra quasi perfettamente nel modello: non è una normale applicazione per l’utente finale, ma una tecnologia sulla quale possono appoggiarsi migliaia di applicazioni e più sistemi operativi.
Flatpak: il problema è rendere la sandbox molto più granulare
Un’app Flatpak può operare all’interno di una sandbox con visibilità fortemente limitata sul sistema host; Flatpak usa bubblewrap per costruire ambienti separati sfruttando namespace e altre funzionalità del kernel Linux. L’applicazione, in condizioni ideali, non dovrebbe poter leggere arbitrariamente i file dell’utente, comunicare con qualunque servizio D-Bus o accedere liberamente alle periferiche.
Uno dei componenti meno visibili ma più importanti è xdg-dbus-proxy, che filtra il traffico D-Bus e determina con quali servizi un programma confinato può comunicare. C’è poi flatpak-builder, utilizzato dagli sviluppatori per costruire i pacchetti, oltre naturalmente al core Flatpak che orchestra installazione, runtime, permessi ed esecuzione.
Il problema emerge quando un’applicazione deve fare qualcosa di utile fuori dal perimetro della sandbox: un editor, ad esempio, deve aprire documenti, un programma di videoconferenza deve usare webcam e microfono, un browser deve aprire collegamenti, un’app può dover stampare oppure inviare notifiche. Dare accesso diretto e permanente a tutte queste risorse indebolirebbe la sandbox.
Flatpak affronta il problema attraverso gli XDG Desktop Portals: sono API D-Bus attraverso le quali l’applicazione chiede al sistema di eseguire una determinata operazione.
Il classico esempio è il selettore dei file: invece di concedere all’app l’accesso indiscriminato alla home dell’utente, il sistema mostra una finestra di selezione; il file scelto diventa accessibile alla singola applicazione. L’autorizzazione nasce dall’azione esplicita dell’utente e il meccanismo funziona bene per molti casi, ma non copre ancora tutto con la stessa precisione. È proprio qui che si concentra il nuovo investimento.
Non solo nuove funzioni: serve qualcuno che mantenga il codice
Modal Collective è un collettivo indipendente di sviluppatori, designer e professionisti open source, in gran parte attivo a Berlino, che lavora su progetti come GNOME, systemd, Linux e postmarketOS. Nel progetto statale, Modal (che ha annunciato l’arrivo dell’investimento su Flatpak) svolge soprattutto un ruolo di coordinamento tecnico e organizzativo, mettendo insieme sviluppatori con esperienza diretta su Flatpak e sui componenti del desktop Linux.
I membri di Modal spiegano che lo sviluppo di Flatpak e dei componenti collegati ha rallentato dopo i progressi ottenuti grazie al precedente investimento del Sovereign Tech Fund in GNOME nel 2023 e 2024. Non per mancanza di idee, ma per una ragione molto più concreta: il numero di sviluppatori con competenze sufficientemente profonde su questo livello dello stack è limitato e i maintainer hanno già un carico elevato da smaltire.
Quel precedente progetto, finanziato con un milione di euro, aveva prodotto interventi su GNOME, accessibilità, Wayland, Flatpak e XDG Desktop Portal.
Tra i risultati figurano il lavoro sul Portal per i dispositivi USB, modifiche al sandboxing Flatpak necessarie per supportarlo, correzioni a xdg-dbus-proxy e miglioramenti applicati a numerosi componenti del desktop.
Modal ha già indicato diversi professionisti coinvolti nell’esecuzione tecnica. Tornano figure note già impegnate nel progetto GNOME finanziato nel 2023 e 2024. A loro si aggiungono numerosi designer di lunga esperienza nell’area GNOME.
Perché il mezzo milione di euro può avere effetti ben oltre Flatpak
Poco più di 500.000 euro possono sembrare una cifra importante per un progetto open source; in realtà si tratta di una quota modesta se confrontata con i budget delle grandi piattaforme proprietarie.
È proprio il confronto con Android e iOS, però, a spiegare l’investimento. Apple e Google dispongono di migliaia di ingegneri e possono definire contemporaneamente kernel, framework, API, distribuzione del software, criteri dello store e modello dei permessi. Sul desktop Linux ciascuno di questi livelli nasce spesso dalla collaborazione tra progetti differenti.
Flatpak occupa una posizione particolare perché si trova nel punto di incontro tra applicazione e sistema operativo. Se i suoi meccanismi di isolamento migliorano, ne beneficiano non soltanto gli utenti di Flathub (principale catalogo online di applicazioni distribuite in formato Flatpak per Linux), ma anche distribuzioni che vogliono costruire sistemi più difficili da modificare accidentalmente e nei quali le applicazioni hanno meno possibilità di interferire con l’host.
Fedora Silverblue, openSUSE Aeon, SteamOS e GNOME OS separano sempre più nettamente il sistema di base dalle applicazioni: in queste configurazioni, Flatpak diventa uno dei confini di sicurezza principali tra il software installato dall’utente e il sistema. Molto più, quindi, di un package manager.