C’è stato un momento preciso nella storia recente in cui la tecnologia non era invisibile. Non era nel cloud, non era dentro un abbonamento, non era dentro un’app. Era un oggetto che occupava spazio, faceva rumore e pesava. Chi è cresciuto in Italia tra la fine degli anni ’90 e la metà dei 2000 ricorda una cosa precisa: l’odore di plastica nuova, di cartone lucido, di manuali multilingua mai letti. Il lusso tecnologico era fisico, ingombrante, costoso e profondamente umano. E soprattutto, era fatto di oggetti che – in gran parte – oggi non servono più.
Oggi, a distanza di più di 25 anni, molti di questi strumenti sono diventati irrilevanti, sostituiti da soluzioni più semplici, integrate o addirittura completamente digitali. L’evoluzione tecnologica ha trasformato il concetto stesso di “lusso”.
Il sogno in tasca: telefoni che definivano chi eri
All’inizio degli anni 2000 il telefono non era solo uno strumento. Era un segno di identità.
In Italia c’erano modelli che dicevano tutto di te senza bisogno di parlare. Chi sceglieva un Nokia 3310 cercava un dispositivo affidabile, pratico, indistruttibile. Un “muletto” partner di mille avventure. Chi passava al Nokia 6310i era entrato in una dimensione più adulta, quasi professionale.
Poi fu la volta di modelli che facevano davvero la differenza: Nokia 6600, N70, N73 e infine il mitico N95 con GPS, fotocamera 5 MP e WiFi quando ancora il WiFi non era una specifica “scontata”.

E poi c’era chi non voleva solo funzionalità, ma stile. Il Motorola Razr V3 non era il telefono più potente, ma era quello che si notava di più. Lo aprivi con uno scatto metallico e sembravi uscito da un videoclip.

Infine c’era la categoria più “seria”: i BlackBerry. La tastiera QWERTY, l’email push, l’aria da consulente sempre in riunione. Avere un BlackBerry significava lavorare. O in molti casi voler sembrare un business-man o una business-woman. Chi scrive ricorda colleghi che non facevano altro che pavoneggiarsi con frasi contenenti 4 o 5 “…il mio BlackBerry qui, …il mio BlackBerry là…”.
PDA e smartphone pre-iPhone: il lusso della produttività mobile
Prima dell’iPhone esistevano dispositivi come:
- Palm Pilot
- Handspring
- BlackBerry
- Treo
Questi device offrivano calendario, contatti, email push, tastiere fisiche, talvolta anche connettività dati. Erano strumenti professionali, spesso costosi, diffusi in ambito aziendale.
Oggi tutte queste funzioni sono integrate e superate da un unico dispositivo tascabile. Il concetto di “telefono professionale” è scomparso.

Credit immagine: Letdorf, CC BY-SA 3.0
Il lusso della connettività mobile
All’epoca, avere accesso a Internet in mobilità era davvero qualcosa per pochi. Non bastava un telefono: serviva hardware dedicato e un abbonamento non proprio economico.
I primi strumenti diffusi erano i modem PCMCIA da inserire nello slot laterale del portatile: schede lunghe e sottili, spesso con una piccola antenna estraibile, compatibili con reti GPRS o EDGE e velocità che, nella migliore delle ipotesi, si aggiravano tra i 56 e i 200 kbps reali. I modelli più avanzati supportavano già il primo UMTS a 384 kbps, ma a prezzi elevati e con copertura limitata.

Poi arrivarono le chiavette USB 3G, vere protagoniste della seconda metà degli anni 2000: dispositivi marchiati spesso dagli operatori (TIM, Vodafone, Wind, 3), con SIM dedicata e software proprietario per la connessione. Le velocità teoriche iniziavano a salire – 1,8 Mbps, poi 3,6 Mbps e infine 7,2 Mbps con HSDPA – ma nella pratica la stabilità era altalenante e il segnale dipendeva moltissimo dalla zona.
Le offerte prevedevano limiti di traffico mensili, spesso di pochi gigabyte, e costi che oggi sembrano sproporzionati per quelle prestazioni.
Parallelamente, i primi smartphone “always-on” – BlackBerry, Nokia Serie N, Palm Treo – offrivano accesso dati continuo, ma con browser semplificati, rendering limitato e compressione server-side per ridurre il consumo di banda.
Navigare significava attendere il caricamento delle pagine, disattivare immagini, scegliere versioni “lite” dei siti. Apprezzammo un browser come Opera Mini che permetteva di comprimere i siti Web e ricevere una versione più leggera, utile per rispettare le “soglie dati”.
Oggi la connessione è diventata invisibile e pervasiva. Ogni smartphone integra modem 4G LTE o 5G, antenne multiple MIMO, velocità che superano facilmente i 100–300 Mbps in download e latenze ridotte, spesso con piani dati economici e generosi.
Il valore non è più l’accesso alla rete – quello è dato per scontato – ma la qualità dei servizi che funzionano sopra: streaming, cloud, videoconferenze, sincronizzazione in tempo reale.
Registratori, fotocamere compatte e gadget vari
Nel 2005 era perfettamente normale avere una piccola collezione di dispositivi dedicati alla registrazione del mondo reale.
Il registratore vocale digitale – spesso Olympus o Sony – registrava in formato WAV o MP3 su memoria interna da 64 o 128 MB, con microfoni mono e, nei modelli più evoluti, modalità di registrazione “HQ” o “LP” per bilanciare qualità e autonomia. Alcuni avevano persino la funzione VOR (Voice Operated Recording), che iniziava a registrare automaticamente quando rilevava un suono sopra una certa soglia.
Accanto a questo c’era la fotocamera compatta digitale: modelli Canon PowerShot, Nikon Coolpix, Sony Cyber-shot o Fujifilm FinePix con sensori CCD da 3 o 5 Megapixel, zoom ottico 3x o 4x, ISO limitati (100–400) e memorie su schede CompactFlash, Memory Stick o SD da pochi megabyte. L’autofocus era lento, il tempo di scatto non immediato, ma avere una fotocamera che non usava pellicola era già rivoluzionario.
Poi c’era il camcorder MiniDV – Panasonic, Sony Handycam, Canon – che registrava su cassette digitali con codec DV a circa 25 Mbps. Offriva zoom ottici anche 10x o 20x, stabilizzazione elettronica o ottica, ingresso FireWire (IEEE 1394) per trasferire il video sul PC e, nei modelli più avanzati, microfoni stereo e controlli manuali dell’esposizione.
Erano oggetti separati, ognuno con una funzione precisa, ognuno con i suoi limiti tecnici e le sue peculiarità.
Oggi tutto questo è concentrato in uno smartphone che integra sensori fotografici multi-lente, registrazione video in 4K o superiore, microfoni direzionali con cancellazione del rumore e algoritmi di elaborazione computazionale che migliorano automaticamente immagini e audio.
La musica portatile: quando portavi con te le tue scelte
Prima dello streaming online, la musica non era qualcosa a cui potevi facilmente accedere via Internet. Era una “scelta fisica”.
Se uscivi di casa con un Sony Discman con anti-shock, avevi deciso quali CD portare con te. Se eri più avanti, magari usavi un MiniDisc Sony – tecnologia quasi esoterica, con registrazione digitale e editing delle tracce.
Aprendo il cassetto della memoria spunta anche un oggetto da cultori: il Rio Diamond da 32 MB (MB, non GB), con 10-15 canzoni se comprimendo a bitrate più bassi. È il dettaglio tecnico che fa sorridere perché oggi una singola foto pesa più del contenuto dati gestibile con quello storico lettore.

E poi arrivò lui: l’Apple iPod. L’iPod non era solo un lettore MP3, era un dispositivo che faceva compiere un immenso balzo in avanti.
Chi aveva un iPod Classic da 20 GB portava con sé migliaia di canzoni; chi aveva un iPod Mini colorato aveva gusto; chi aveva lo Shuffle con clip era già nel futuro. L’Apple iPod, il Creative Zen e il Microsoft Zune rappresentavano il vertice dell’esperienza musicale portatile. Unità da 5, 10 o 30 GB, interfacce dedicate, batterie sostituibili, sincronizzazione via iTunes o software proprietari.
Oggi abbiamo accesso a milioni di brani in streaming, ma non scegliamo più cosa portare con noi.
Il salotto: quando la tecnologia occupava spazio (e lo rivendicava)
Negli anni 2000 il salotto era il luogo in cui si vedeva il tuo rapporto con la tecnologia. Il sogno era il TV al plasma.
Marchi come Panasonic Viera, Samsung Plasma e soprattutto Pioneer Kuro erano sinonimo di prestigio. Costavano migliaia di euro, fino a 5.000 euro, consumavano tantissimo e pesavano come un frigorifero.
Accanto al televisore c’era l’impianto: amplificatore Yamaha, Denon o Onkyo; lettore DVD Pioneer o Sony; cinque casse più subwoofer. Il sistema 5.1 non era solo audio. Era orgoglio domestico.
E poi c’erano i lettori DVD con progressive scan, le uscite component, i cavi dorati. Dettagli che oggi sembrano irrilevanti ma che allora facevano la differenza tra “normale” e “top”. Perché?
La scansione progressiva (progressive scan) mostrava tutte le linee dell’immagine in ogni fotogramma invece di alternarle come nella scansione interlacciata, riducendo sfarfallii e artefatti e rendendo l’immagine più stabile e definita. Le uscite component separavano il segnale video in più componenti (luminanza e crominanza), limitando le interferenze e preservando meglio i dettagli e i colori rispetto alle connessioni composite; i connettori placcati in oro, infine, non miglioravano la qualità del segnale in sé, ma assicuravano una trasmissione più stabile nel tempo per via della resistenza all’ossidazione e del contatto elettrico più affidabile.
Oggi basta una smart TV sottile e una soundbar. È una configurazione che, vivaddio, non ha lo stesso peso fisico ma neanche, forse, lo stesso peso emotivo.
Il sogno profondo un metro che oggi vale meno del trasporto
C’è qualcosa di profondamente malinconico nel ricordare quella TV rear projection da 64 pollici pagata circa 15.000 euro, un monolite tecnologico che all’epoca sembrava l’apice del progresso domestico, capace di trasformare il soggiorno in una sala cinematografica privata, per poi finire anni dopo ceduto a 50 euro, quasi come se fosse diventato un ingombro più che un bene.
Enorme, scenografica, pesantissima, eppure destinata a non avere più mercato, perché il costo e la fatica di spostarla superavano il suo valore residuo.
In quel periodo si discuteva con passione del confronto plasma vs LCD, con la convinzione diffusa che il plasma offrisse un’immagine più “vera”, più profonda, con neri cinematografici, ma con il sospetto di una durata inferiore.
E accanto al plasma e alle retroproiezioni c’era la tribù DLP (Digital Light Processing), con modelli da circa 3.000 euro nei primi anni 2000, ognuno con i suoi sostenitori, i suoi difetti tollerati, i suoi rituali di calibrazione.
Il rito della copia: masterizzatori, CD vergini e collezioni
Uno dei simboli più forti di quell’epoca, a cavallo tra fine anni ’90 e anni 2000, è il masterizzatore.
Software come Nero Burning ROM, pile di CD Verbatim o TDK e weekend passati a creare compilation. La musica e i film non erano accessibili: erano copie da creare, custodire e organizzare.
Hard disk esterni capienti e le stesse chiavette USB di grande capacità erano considerate oggetti quasi professionali.
Vi ricordate di quella chiavetta USB da 1 GB (!) custodita in un cassetto chiuso a chiave e concessa solo in casi eccezionali; di quell’hard disk da 20 GB considerato all’epoca come “impossibile da riempire in una vita”?
Oggi lo storage è diventato una commodity a bassissimo costo (e rimaniamo meravigliati del fatto che improvvisamente il mondo intero inizi a soffrire una carenza di chip NAND e supporti di memorizzazione dati). Il valore si è spostato dal possesso della memoria alla sua disponibilità distribuita e sincronizzata. Il passaggio è cruciale: non è più importante quanto spazio possiedi, ma da dove e come puoi accedere ai tuoi dati.
iOmega Zip Drive: la memoria rimovibile prima che l’USB diventasse banale
Altro nome che fa scattare l’album dei ricordi: iOmega Zip Drive, con i suoi supporti rimovibili da 100 MB.
Per un certo periodo fu “la soluzione” definitiva: più robusto dei floppy, più comodo della masterizzazione dei CD, perfetto per l’ufficio e i lavoro grafici. Anche noi avevamo 2 unità Zip Drive, pagate profumatamente.
Oggi è archeologia per due motivi: interfacce sparite (SCSI/parallela/USB nei primi standard) e supporti deperibili. Ma per chi l’ha usato, “Zip Drive” è una parola che ha ancora un suono preciso.

Credit immagine: Ylitvinenko, CC BY 2.0
L’auto come centro tecnologico
L’auto era uno dei luoghi dove il lusso tecnologico si manifestava di più. I dispositivi TomTom e Garmin rappresentavano un investimento significativo: schermi a colori, mappe su memoria interna, aggiornamenti a pagamento, voci guida personalizzabili.
Un navigatore GPS poteva costare tra 300 e 600 euro. Poi sono arrivati gli smartphone con GPS integrato e mappe gratuite aggiornate in tempo reale tanto che il navigatore dedicato è scomparso quasi completamente nel giro di pochi anni.
Le auto di fascia alta montavano lettori CD a 6 o 12 dischi nel bagagliaio (ricordo di avere installato un cambiatore CD Sony, con l’aiuto di mio padre, su una mia modesta Lancia Y e in posizione “anomala”, sotto il vano portaoggetti lato passeggero…), autoradio con frontalino estraibile (Alpine, Pioneer, Kenwood), amplificatori dedicati, equalizzatori. Erano sistemi costosi e complessi, oggi sostituiti dallo streaming via Bluetooth e dalle soluzioni di infotainment software. I minivan e le auto familiari montavano schermi ribaltabili per DVD.
Chi scrive ricorda ancora un’uscita di un amico: “ho pagato 500 euro per un Garmin e una settimana dopo i telefoni sono diventati GPS“: c’era un sentimento diffuso da parte di chi si ostinava a usare il navigatore semplicemente perché “doveva valere i soldi spesi“.
Oggi Google Maps e Waze aggiornano in tempo reale traffico, incidenti e variazioni di percorso. Il navigatore dedicato, senza connettività e mappe fresche, è un mattone.
Conclusioni
Quegli oggetti che un tempo rappresentavano il lusso tecnologico oggi occupano cantine, soffitte e cassetti. Sono ingombranti, superati, spesso inutilizzabili nella vita quotidiana.
In Italia esiste una filiera precisa per la gestione dei rifiuti elettronici: i centri di raccolta RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). Conferire correttamente un vecchio televisore, un navigatore, un lettore CD o un telefono significa evitare dispersione di materiali, recuperare componenti riutilizzabili e ridurre l’impatto ambientale. È il modo giusto per chiudere il ciclo di oggetti che, nel loro momento storico, hanno rappresentato innovazione e desiderio.
Eppure, non tutto è destinato allo smaltimento. Negli ultimi anni è cresciuto un mercato del collezionismo tecnologico fatto di appassionati, nostalgici e restauratori. Alcuni dispositivi – un Nokia N95 in buone condizioni, un iPod Classic funzionante, un Pioneer Kuro, un MiniDisc Sony, persino un vecchio iMac o un’autoradio Alpine d’epoca – possono avere ancora valore, sia economico che affettivo. Non cifre folli nella maggior parte dei casi, ma piccole soddisfazioni per chi li ha conservati con cura.
In fondo, questi oggetti raccontano una storia: quella di un’epoca in cui la tecnologia era concreta, ingombrante, piena di limiti ma anche di fascino. Se non trovano una nuova casa tra i collezionisti, meritano almeno un’uscita dignitosa attraverso il riciclo corretto.
Perché anche il futuro, a volte, ha bisogno di essere smontato con rispetto.