Uno smartphone può continuare a mostrare la stessa versione di Android nelle Impostazioni del sistema operativo e, nel frattempo, acquisire nuove funzioni, cambiare alcuni comportamenti di sistema, ricevere API aggiuntive per le applicazioni o modificare il modo in cui gestisce pagamenti, connessioni tra dispositivi e intelligenza artificiale.
Android, da tempo, non coincide con la sola immagine del sistema distribuita dal produttore dello smartphone, precaricata sul telefono e aggiornabile con gli update del firmware. Google ha progressivamente separato numerosi componenti dalla piattaforma principale, trasformandoli in moduli e servizi aggiornabili autonomamente.
Gli aggiornamenti Google System di settembre 2026 rappresentano bene il quadro: le novità arrivano attraverso Google Play Services, Google Play Store, Android System WebView, Android AICore e altri servizi, senza richiedere il passaggio a una nuova release di Android.
Leggere Android 17 nelle informazioni sul dispositivo non significa che la configurazione software dello smartphone sia rimasta identica al giorno dell’ultimo aggiornamento firmware.
Android è composto da più strati aggiornabili separatamente
Per capire cosa succede bisogna abbandonare l’idea del sistema operativo come un unico grande pacchetto.
C’è sicuramente il firmware distribuito dal produttore, che contiene il kernel, i driver, le personalizzazioni del costruttore e numerosi componenti fondamentali. È il classico aggiornamento OTA (over-the-air) di Samsung, Google, Xiaomi, OnePlus e degli altri produttori: quello che può portare una nuova versione di Android, una nuova interfaccia o all’installazione di patch specifiche per il dispositivo.
Accanto a esso esistono però almeno altri tre meccanismi:
- Aggiornamenti di sistema Google Play, legati al progetto Mainline. Android 10 ha iniziato a trasformare parti del sistema in moduli indipendenti, distribuibili senza aggiornare l’intera immagine del sistema operativo. Tra i componenti modulari figurano, a seconda della versione Android, parti relative a DNS, Wi-Fi, Bluetooth, ART, codec multimediali, gestione delle autorizzazioni, tethering, UWB, dati dei fusi orari e altri elementi. Google utilizza pacchetti APK oppure il formato APEX, progettato proprio per aggiornare componenti che si trovano a un livello più profondo rispetto a una normale applicazione.
- Google Play Services, un insieme di servizi che operano in background e mettono a disposizione funzioni comuni alle applicazioni. Google li aggiorna indipendentemente dal firmware del produttore e dalla versione principale di Android. I Play Services possono ricevere aggiornamenti automatici senza attendere né un aggiornamento del sistema operativo né l’intervento dell’OEM (leggasi, produttore del dispositivo).
- Android System WebView, Android AICore, Android System Intelligence, Private Compute Services e lo stesso Google Play Store sono poi servizi e applicazioni di sistema che anch’esse ricevono aggiornamenti “ad hoc”.
Cosa cambia con Google Play Services 26.36
L’aggiornamento più recente di settembre è Google Play Services 26.36, datato 14 settembre 2026.
Una delle modifiche visibili riguarda Google Wallet. Google introduce la possibilità di modificare in tempo reale il prezzo visualizzato nel carrello quando l’utente seleziona o cambia il metodo di pagamento durante il checkout.
Dietro una frase apparentemente semplice c’è una modifica significativa dell’infrastruttura dei pagamenti. Alcuni sistemi di checkout applicano infatti sconti, promozioni, costi o condizioni differenti in funzione del metodo utilizzato. L’aggiornamento consente al flusso di pagamento di riflettere tali variazioni senza obbligare l’utente a ricominciare l’operazione.
Appena qualche settimana prima, Google Wallet ha abbracciato la possibilità di utilizzare NFC per aggiungere alcune tessere fisiche dei trasporti e i relativi saldi; è spuntata una nuova schermata di conferma per l’aggiunta di una carta.
La versione 26.36 introduce inoltre nuove funzioni destinate agli sviluppatori per processi collegati a Maps e alla connettività tra dispositivi. Google non dettaglia pubblicamente tutte le API coinvolte, ma indica che le novità sulla connettività interessano sia smartphone sia dispositivi Wear OS.
Ci sono infine correzioni relative alla gestione degli account e ai servizi di System Management & Diagnostics, in questo caso distribuite su una gamma molto più ampia di dispositivi: Android Auto, PC, smartphone, TV e Wear OS.
È un esempio utile per comprendere quanto sia diventato esteso il raggio d’azione dei Play Services.
Anche Play Store può modificare l’esperienza senza toccare Android
Google Play Store 53.2, anch’esso datato 14 settembre, introduce invece un nuovo spazio chiamato Contribution Hub nella scheda dedicata all’utente. Da qui diventa possibile pubblicare valutazioni e recensioni e seguire più facilmente l’attività legata ai propri contributi sullo store.
Una settimana prima, Play Store 53.1 aveva già introdotto altre modifiche: brevi descrizioni delle caratteristiche principali delle applicazioni simili, informazioni sui dispositivi sui quali un’app risulta installata e una nuova barra di navigazione per esplorare più rapidamente i contenuti dello store.
Nessuna di queste novità richiede Android 18 o un aggiornamento firmware del produttore. Cambia semplicemente il componente che controlla quella parte dell’esperienza.
È uno dei motivi per cui alcune modifiche dell’interfaccia Google possono comparire apparentemente “dal nulla”.
AICore è forse il caso più interessante
Tra le modifiche di settembre spicca Android AICore, perché mostra come Google stia applicando la stessa logica modulare anche all’intelligenza artificiale eseguita direttamente sul dispositivo.
L’aggiornamento porta miglioramenti nella gestione dei modelli, maggiore compatibilità con differenti dispositivi, ottimizzazioni delle prestazioni e strumenti diagnostici più evoluti.
AICore non è semplicemente un’applicazione AI installata sul telefono: è un servizio di sistema che permette alle applicazioni compatibili di utilizzare modelli generativi locali, tra cui le diverse versioni di Gemini Nano.
Google utilizza AICore come livello comune fra il modello e le applicazioni. Le API GenAI di ML Kit possono per esempio svolgere localmente operazioni quali riassunto, riscrittura, correzione dei testi, descrizione delle immagini, riconoscimento vocale e generazione tramite prompt.
Il vantaggio è notevole: ogni applicazione non deve necessariamente includere e gestire una propria copia di un modello di grandi dimensioni. AICore può amministrare il modello presente sul dispositivo e renderlo disponibile alle applicazioni autorizzate. Google può intervenire sulla disponibilità dei modelli, sulla loro gestione, sulla diagnostica e su alcune caratteristiche dell’inferenza senza aspettare il prossimo grande aggiornamento Android.
È uno degli aspetti che diventeranno più importanti nei prossimi anni: la parte AI di uno smartphone potrà evolvere a una velocità differente rispetto al sistema operativo sottostante.
Un’app può richiedere moduli mancanti al momento del bisogno
La separazione tra sistema e servizi si spinge ancora più in là. Google Play Services permette agli sviluppatori di utilizzare alcuni componenti come moduli installabili on demand. Invece di distribuire in anticipo tutte le funzioni possibili su ogni dispositivo, il sistema può scaricare determinati moduli soltanto quando un’applicazione ne ha effettivamente bisogno.
Google mette a disposizione l’API ModuleInstallClient, tramite la quale un’app può verificare la presenza di un modulo, richiederne l’installazione, seguirne l’avanzamento e gestire eventuali errori. È una soluzione utile soprattutto per funzioni di machine learning e servizi che potrebbero occupare spazio senza essere mai utilizzati.
Dal punto di vista dell’utente, una funzione può diventare disponibile pur senza aver installato consapevolmente né una nuova versione Android né un’app tradizionale.
WebView 154 può cambiare centinaia di applicazioni contemporaneamente
Ancora più evidente è il ruolo di Android System WebView. Molte applicazioni Android mostrano pagine, procedure di autenticazione, documentazione, moduli di pagamento e altri contenuti web senza aprire Chrome. Per farlo possono appunto utilizzare WebView, cioè un motore Chromium integrabile all’interno delle app.
Con Android WebView 154, pubblicato il 10 settembre, Google dichiara miglioramenti di sicurezza e privacy, correzioni di bug e nuove funzioni per gli sviluppatori che mostrano contenuti Web nelle proprie applicazioni.
C’è anche una modifica tecnica che riguarda il modo in cui Google attiva gradualmente alcune novità di WebView. Chromium utilizza un sistema chiamato Finch per distribuire esperimenti e configurazioni a gruppi limitati di utenti, verificarne il comportamento e, se necessario, disattivarli rapidamente senza pubblicare una nuova versione dell’app.
Con WebView 154 Google rende queste configurazioni “uniche” a livello di dispositivo: in precedenza poteva accadere che due applicazioni installate sullo stesso smartphone utilizzassero WebView con impostazioni Finch differenti. Ora l’obiettivo è fare in modo che le app dello stesso dispositivo ricevano più facilmente la stessa configurazione.
Per l’utente significa soprattutto maggiore uniformità: una modifica sperimentale al motore web utilizzato dentro le app dovrebbe comportarsi nello stesso modo in più applicazioni dello stesso telefono, riducendo differenze difficili da spiegare e da diagnosticare.
Google Play Services non può cambiare tutto su Android
Potrebbe nascere l’impressione che, per via dell’impostazione messa a terra, Google possa ormai sostituire completamente gli aggiornamenti Android tradizionali. Non è così.
Play Services non sostituisce il kernel Linux del dispositivo, i driver della GPU, il firmware del modem, il codice specifico del produttore, numerosi componenti hardware né tutte le parti del framework Android.
Una modifica profonda che riguardi la gestione della memoria, un nuovo driver fotografico, il supporto per un componente hardware o una modifica che coinvolge parti non modularizzate richiedono ancora un aggiornamento distribuito dal produttore.
Anche il progetto Google Mainline ha limiti precisi: i moduli possono essere aggiornati separatamente perché utilizzano interfacce stabili definite da Android; non rappresentano un modo per sostituire arbitrariamente qualsiasi parte del sistema. La documentazione AOSP specifica inoltre che gli aggiornamenti dei moduli Mainline non possono semplicemente introdurre nuove API pubbliche Android come farebbe una nuova release della piattaforma.
Conviene quindi distinguere almeno tre concetti:
- nuova versione Android;
- aggiornamento di sistema Google Play;
- aggiornamento dei Google System Services.
Il primo modifica la piattaforma Android vera e propria; il secondo aggiorna componenti modulari relativamente profondi del sistema; il terzo può intervenire su Play Services, Play Store, WebView, AICore e numerosi altri servizi Google.
Perché uno smartphone può ricevere una funzione prima di un altro
Avere installata la versione più aggiornata dei Play Services non garantisce che una nuova funzione compaia immediatamente.
Google avverte che la presenza di una funzione nelle release note non significa che sia già disponibile per tutti e che alcuni rilasci possono richiedere mesi per raggiungere l’intera platea degli utenti.
Molte caratteristiche dipendono infatti anche da configurazioni lato server, rollout progressivi, modello del dispositivo, Paese, account Google, versioni delle altre applicazioni e test.
Android è diventato molto più dinamico di quanto suggerisca la schermata “Informazioni sul telefono“. Chiedere semplicemente “quale versione Android utilizza questo telefono?” non basta più per descriverne realmente lo stato software. Il sistema operativo del robottino verde è sempre meno presentabile come una piattaforma che cambia una o due volte l’anno, bensì come un insieme di componenti che possono evolvere con cadenze differenti.