Un portale governativo statunitense destinato a consentire l’accesso a contenuti bloccati in Europa apre un fronte tecnico e politico che coinvolge sicurezza informatica, libertà di espressione e sovranità digitale. Il progetto, denominato freedom.gov, si inserisce in una lunga tradizione di iniziative statunitensi per aggirare la censura online, ma introduce elementi inediti legati al controllo centralizzato del traffico e all’interazione con le normative europee sui contenuti illegali.
La vicenda si colloca in un contesto storico che risale ai primi anni 2010, quando programmi federali come Internet Freedom hanno finanziato tecnologie open source per eludere blocchi governativi in Paesi come Iran, Myanmar e Cuba, con oltre 500 milioni di dollari erogati in un decennio. Oggi, con l’entrata in vigore del Digital Services Act (DSA) e dell’Online Safety Act, il confronto si sposta verso le democrazie occidentali e pone interrogativi su architetture tecniche, privacy e legittimità giuridica.
Architettura e governance del portale freedom.gov
Il dominio freedom.gov risulta registrato nell’infrastruttura dei domini federali gestita dalla Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA), un’agenzia del Department of Homeland Security responsabile della resilienza delle infrastrutture critiche e della sicurezza delle reti governative. L’attribuzione a CISA indica un livello di supervisione istituzionale e suggerisce l’uso di una piattaforma centralizzata, con possibili componenti di instradamento e caching dei contenuti.
A differenza delle soluzioni decentralizzate adottate in precedenza, la presenza di un unico punto di accesso implica un modello di proxy centralizzato o di gateway applicativo capace di instradare richieste HTTP/HTTPS verso contenuti bloccati, filtrando e riconsegnando il traffico agli utenti finali.
Dal punto di vista tecnico, una piattaforma di questo tipo può operare tramite reverse proxy, tunneling TLS o reti di distribuzione dei contenuti configurate per aggirare restrizioni geografiche.
L’assenza di dettagli pubblici sul codice e sulle modalità di gestione dei log solleva dubbi in tema di conservazione dei dati nonché sull’eventuale ispezione del traffico e sui meccanismi di autenticazione degli utenti.
Differenze con i precedenti strumenti di Internet Freedom
I progetti finanziati dal programma Internet Freedom si basavano su tecnologie come Tor (sapevate che gli USA finanziano la rete Tor?), Psiphon o Lantern, sviluppate con codice aperto e con un’architettura distribuita che garantiva anonimato e resistenza alla censura. Sono strumenti che adottano modelli peer-to-peer, nodi di uscita multipli e cifratura end-to-end per minimizzare la possibilità di sorveglianza da parte di attori statali.
Il nuovo portale si discosta da tali principi. Invece di distribuire software verificabile, concentra il traffico degli utenti in un’infrastruttura controllata da un ente governativo. La differenza è sostanziale: l’approccio open source consente a ricercatori indipendenti di accertare la sicurezza del codice, mentre un sistema chiuso introduce un punto singolo di osservazione e potenziale raccolta di metadati, con implicazioni per la privacy e la sicurezza operativa degli utenti.
Dal punto di vista tecnico, aggirare i blocchi significa bypassare filtri DNS, sistemi di geolocalizzazione IP e meccanismi di content takedown a livello di piattaforma. Tuttavia, l’accesso a contenuti vietati può esporre gli utenti a responsabilità legali nei rispettivi ordinamenti nazionali, creando un conflitto diretto tra infrastrutture tecniche e giurisdizioni normative.
Implicazioni per la sicurezza e la privacy
Un’infrastruttura centralizzata gestita da un’agenzia governativa comporta rischi specifici. Il transito del traffico attraverso server federali potrebbe consentire la registrazione di indirizzi IP, fingerprint dei dispositivi e pattern di navigazione. In assenza di garanzie su politiche di logging, cifratura e conservazione dei dati, l’utilizzo del portale potrebbe esporre attivisti, giornalisti o semplici utenti a forme di monitoraggio.
Un ulteriore elemento riguarda la superficie di attacco. Un gateway centralizzato rappresenta un target ad alto valore per attacchi informatici, come man-in-the-middle, compromissione delle chiavi TLS o exploit su vulnerabilità dell’infrastruttura.
Le contromisure richiederebbero audit indipendenti, pubblicazione del codice e implementazione di protocolli di sicurezza avanzati come TLS 1.3 con perfect forward secrecy e politiche di zero trust.
Dimensione geopolitica e conflitto regolatorio
Il progetto si inserisce in una crescente tensione tra USA e Unione Europea sulla regolamentazione delle piattaforme digitali.
Le indagini della Commissione europea su aziende tecnologiche statunitensi e le misure restrittive nei confronti di alcuni dirigenti mettono in evidenza l’attrito in essere sul tema dei modelli di governance del Web.
Dal lato statunitense, la promozione della libertà di espressione è presentata come un principio cardine, mentre in Europa la priorità è bilanciare libertà e tutela da contenuti illegali o dannosi.
L’implementazione di un portale come freedom.gov rende tangibile questa divergenza, traducendola in un’infrastruttura tecnica che sfida direttamente le politiche europee di moderazione dei contenuti.
Il futuro del progetto dipenderà da vari fattori: l’adozione da parte degli utenti, le reazioni normative dei Paesi europei e la capacità tecnica di garantire sicurezza e anonimato. Una possibile evoluzione potrebbe prevedere l’integrazione con tecnologie di anonimizzazione distribuita o la pubblicazione del codice per consentire verifiche indipendenti.
Allo stesso tempo, le autorità europee potrebbero adottare contromisure tecniche come blocchi a livello di rete, filtraggio dei certificati o restrizioni sui servizi di proxy non autorizzati.