Gli ingegneri di Uber hanno creato una versione AI del loro capo

Uber svela Dara AI, un chatbot che imita il CEO dell'azienda: l'adozione dell'AI aumenta la produttività ma solleva questioni etiche.
Gli ingegneri di Uber hanno creato una versione AI del loro capo

All’interno delle aziende tecnologiche si sta compiendo una rivoluzione silenziosa, una di quelle che, più che essere annunciata a gran voce, si insinua nei processi quotidiani e ne trasforma il DNA stesso.

Il caso di Uber rappresenta oggi uno dei punti di svolta più emblematici: qui, l’adozione di un assistente virtuale in grado di replicare le decisioni e il pensiero dello stesso CEO della compagnia (ovvero Dara Khosrowshahi) segna una nuova era, in cui la tecnologia non si limita più a supportare, ma si sostituisce potenzialmente al vertice decisionale.

Il dato che più colpisce è che il 90% degli ingegneri software della società utilizza strumenti di Intelligenza Artificiale, e il 30% di loro si può già definire “power user”. Questo trend, che sta modificando la struttura stessa della produttività aziendale, apre a scenari inediti sul tema della sostituibilità umana nei ruoli apicali.

Perché il progetto Dara AI è così interessante (e spaventoso)

All’interno degli uffici di Uber, la presenza di Dara AI ha introdotto una nuova routine tra i team di sviluppo.

Prima di affrontare le presentazioni con il vero CEO, i gruppi di lavoro testano le proprie idee davanti a questo clone digitale, in grado di offrire un feedback immediato e di simulare il ragionamento di Dara.

Non si tratta più di una semplice esercitazione: il “provare il discorso davanti allo specchio” si trasforma in un confronto reale, in cui lo specchio digitale valuta, commenta e propone soluzioni, basandosi su milioni di parametri appresi dall’esperienza e dallo stile manageriale del CEO. In questo modo, si riducono i tempi di preparazione, si ottengono suggerimenti precisi e si ha la possibilità di simulare scenari complessi senza il rischio di esporre errori direttamente ai vertici.

Efficienza e produttività: la nuova frontiera della leadership

La penetrazione dell’AI nei processi decisionali non si limita a incrementare la produttività. Il vero salto di qualità è rappresentato dalla capacità dei modelli generativi di apprendere in tempo reale, replicando il giudizio e le priorità dei leader.

Dara Khosrowshahi stesso ha riconosciuto il potenziale di questa trasformazione, sottolineando come la continua evoluzione degli algoritmi consenta di ottenere risultati sempre più precisi e tempestivi. Tuttavia, non ha nascosto le proprie perplessità: “Quando i modelli possono imparare in tempo reale, quello è il punto in cui penserò che siamo tutti sostituibili.” La riflessione del CEO non è solo una provocazione, ma solleva interrogativi concreti sulla governance interna, sull’accesso ai dati, sulla trasparenza degli algoritmi e, soprattutto, sulla natura stessa della responsabilità manageriale.

Un fenomeno in espansione: le big tech e la governance algoritmica

Quello che sta accadendo in Uber non è un caso isolato. Sempre più spesso, le grandi aziende tecnologiche adottano assistenti conversazionali per la formazione, l’onboarding e la simulazione di scenari complessi.

Tuttavia, la creazione di un clone funzionale del CEO rappresenta un salto qualitativo: l’AI smette di essere un semplice strumento e si trasforma in una vera e propria estensione del potere decisionale. Il rischio, in questo contesto, è che le questioni legate alla trasparenza, ai bias algoritmici e alla privacy vengano messe in secondo piano rispetto ai vantaggi in termini di efficienza.

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