Google sta affrontando una delle contraddizioni più difficili della sua storia: l’intelligenza artificiale cerca di rispondere a domande più articolate e complesse ma rischia contemporaneamente di indebolire il meccanismo pubblicitario che ha reso Alphabet una delle aziende più redditizie al mondo. I risultati finanziari del terzo trimestre 2026 mostrano i primi effetti concreti di questa trasformazione: la ricerca continua a crescere, ma genera ricavi inferiori alle aspettative, mentre gli investimenti nell’AI assorbono quantità enormi di liquidità.
I responsabili di Alphabet, la casa madre di Google, hanno ammesso che le ricerche effettuate tramite AI Mode monetizzano meno della ricerca tradizionale, mentre gli investimenti nei datacenter continuano a crescere.
Il modello economico di Google si è consolidato nei primi anni 2000 grazie alla pubblicità collegata alle ricerche, inizialmente attraverso AdWords. Il principio era semplice: intercettare le intenzioni degli utenti e proporre annunci pertinenti, spesso remunerati attraverso il cost per click (CPC). Con l’arrivo delle risposte generate dall’AI artificiale, però, cambia il modo stesso di utilizzare il motore. E i numeri comunicati da Alphabet il 28 ottobre 2026, relativi al trimestre concluso il 30 settembre, suggeriscono che la transizione potrebbe risultare assai più costosa del previsto.
Cos’è AI Mode per Google, in breve
AI Mode è la modalità di ricerca conversazionale Google basata sui modelli di intelligenza artificiale Gemini.
A differenza della ricerca tradizionale, che propone un elenco di risultati, AI Mode genera risposte articolate combinando informazioni provenienti da più fonti Web, con collegamenti alle pagine originali.
L’utente può inoltre porre domande successive, approfondire gli argomenti e utilizzare testo, immagini o voce per interagire con il sistema.
A differenza delle AI Overviews, che mostrano sintesi automatiche all’interno dei normali risultati di ricerca, AI Mode offre un’interfaccia conversazionale dedicata. La funzionalità è accessibile direttamente da Google AI Mode; maggiori dettagli sono disponibili nella documentazione ufficiale Google.
La conferma di Google: AI Mode rende meno della ricerca tradizionale
Il dato più significativo riguarda Google Search, che ha generato circa 63,4 miliardi di dollari nel trimestre, registrando una crescita del 12% su base annua. Gli analisti si aspettavano circa 64,9 miliardi. Inoltre, il ritmo di crescita risulta inferiore a quello osservato nei trimestri precedenti, quando aveva raggiunto rispettivamente il 19% e il 17%.
Durante la conferenza sui risultati finanziari, Philipp Schindler, Chief Business Officer di Google, ha riconosciuto candidamente che la rapida crescita delle interrogazioni effettuate attraverso AI Mode ha contribuito al rallentamento dei ricavi, perché il nuovo sistema presenta attualmente una monetizzazione inferiore rispetto alla ricerca tradizionale.
Non è però l’unica spiegazione. Schindler ha indicato nelle oscillazioni valutarie il principale fattore del rallentamento rispetto al trimestre precedente, citando anche cambiamenti nella spesa pubblicitaria di alcuni settori, tra cui commercio e intrattenimento. L’effetto dell’AI è quindi reale e riconosciuto dall’azienda, ma non rappresenta la causa esclusiva della crescita inferiore alle aspettative.
Curiosamente, Sundar Pichai – numero uno di Google – ha riferito che il numero delle ricerche continua ad aumentare e che il tasso di crescita annuale delle interrogazioni ha raggiunto il livello più elevato degli ultimi 5 anni. In altre parole, più ricerche non significano necessariamente più ricavi pubblicitari nella stessa proporzione.
Perché le risposte AI rischiano di cannibalizzare Google Search
Nella pagina classica, Google presenta una serie di collegamenti, annunci sponsorizzati e risultati organici. L’utente che cerca un prodotto, un servizio o un’informazione può selezionare uno dei risultati; gli inserzionisti pagano secondo le modalità previste dalla campagna, spesso per ogni clic.
Con AI Overviews e AI Mode, il percorso cambia: il sistema può sintetizzare informazioni provenienti da più pagine, confrontare alternative, spiegare procedure e rispondere direttamente alle domande senza richiedere necessariamente l’apertura di un sito esterno.
Immaginiamo una persona che cerchi informazioni su un problema di Windows 11. Prima avrebbe probabilmente consultato più risultati, visitando forum, guide tecniche e documentazione Microsoft; con la ricerca generativa può ottenere una procedura completa direttamente nell’interfaccia di Google e proseguire la conversazione per chiarire eventuali dubbi.
La conseguenza possibile è una diminuzione dei clic verso i siti Web, quindi verso le proprietà degli editori (di qualunque dimensione) che le informazioni le producono, ma anche una modifica delle opportunità pubblicitarie. Una sessione conversazionale non offre necessariamente lo stesso numero di impression pubblicitarie, né intercetta le intenzioni commerciali negli stessi momenti di una sequenza di ricerche tradizionali.
Il fenomeno prende il nome di cannibalizzazione: un prodotto innovativo sviluppato dalla stessa azienda sottrae attività o ricavi a un servizio preesistente, almeno finché non emerge un modello economico capace di compensare la perdita.
Per “indorare la pillola”, Google sostiene comunque che gran parte delle interrogazioni in AI Mode rappresenti utilizzi aggiuntivi, anziché semplici sostituzioni delle ricerche tradizionali. Il problema documentato, per ora, riguarda soprattutto il minor rendimento economico delle nuove interrogazioni.
AI Mode e Gemini cambiano anche i costi tecnici della ricerca
C’è un secondo aspetto, meno visibile per gli utenti. Una ricerca convenzionale utilizza infrastrutture di indicizzazione, recupero dei documenti, classificazione e distribuzione dei risultati, ottimizzate in decenni di sviluppo.
Una risposta generativa introduce invece un ulteriore carico elaborazionale: il sistema deve interpretare la richiesta, recuperare informazioni pertinenti e utilizzare un modello linguistico per produrre il testo, eventualmente gestendo più passaggi di ragionamento e una conversazione successiva.
È il processo di inferenza AI, che richiede acceleratori hardware, memoria ad alta velocità e capacità di calcolo: Google utilizza anche le proprie Tensor Processing Unit (TPU), progettate per accelerare le operazioni matematiche tipiche delle reti neurali.
Secondo Pichai, le richieste in AI Mode sono mediamente 3 volte più lunghe di quelle tradizionali; una su cinque, a livello globale, utilizza inoltre voce, immagini o documenti. Si tratta di caratteristiche che possono aumentare la complessità computazionale delle interazioni.
Google deve rendere economicamente sostenibile un servizio che combina una maggiore complessità tecnica con un rendimento pubblicitario ancora in fase di sviluppo.
La risposta di Google: più pubblicità dentro le conversazioni AI
Google non intende rallentare lo sviluppo della ricerca generativa. Al contrario, ha annunciato l’espansione internazionale degli annunci all’interno di AI Mode e l’introduzione negli USA di pubblicità multi-turno, capaci di adattarsi ai diversi passaggi di una conversazione.
Il meccanismo potrebbe cambiare sensibilmente il funzionamento delle campagne: anziché limitarsi a una parola chiave, gli annunci possono sfruttare l’intenzione che emerge progressivamente dalle domande successive dell’utente.
Per esempio, una persona potrebbe chiedere quale notebook acquistare, restringere la scelta ai modelli con 32 GB di RAM e infine domandare quali siano disponibili sotto una determinata soglia di prezzo: la pubblicità potrebbe seguire questa progressione, mostrando offerte sempre più pertinenti.
Google sta inoltre lavorando sulle esperienze di acquisto assistite da agenti AI, utilizzando anche l’Universal Commerce Protocol per facilitare le transazioni.
Google deve ripensare AI Overviews e AI Mode per valorizzare le fonti?
Il problema, quindi, non riguarda soltanto gli editori che perdono traffico da strumenti come AI Overviews e AI Mode. Google stessa rischia di compromettere il meccanismo che alimenta il suo motore di ricerca: se i siti Web non riescono più a sostenere economicamente la produzione di contenuti originali, anche i sistemi AI potrebbero ritrovarsi con meno informazioni aggiornate, approfondimenti e verifiche indipendenti da utilizzare nelle risposte.
Google ha iniziato a riconoscere il problema. Il 15 ottobre 2026 ha annunciato nuove modifiche ad AI Overviews e AI Mode, introducendo collegamenti più evidenti direttamente nelle risposte, sezioni dedicate alle fonti ufficiali e ulteriori strumenti per favorire la visita dei siti originali. Ma rendere un link più visibile non garantisce che l’utente lo selezioni, soprattutto quando la risposta generata contiene già tutte le informazioni che cercava.
La novità potenzialmente più importante riguarda però la remunerazione diretta degli editori: Google sta sperimentando un programma che riconosce compensi economici ai produttori di contenuti utilizzati nelle risposte di AI Overviews, AI Mode e Gemini. Il progetto pilota coinvolgerebbe circa 100 editori e prevederebbe pagamenti collegati al contributo effettivo dei contenuti, non semplicemente alla presenza di un link nella risposta.
Un articolo può contribuire alla generazione di una risposta senza produrre alcuna visita al sito originale: riconoscere economicamente tale contributo significherebbe iniziare a separare il valore dell’informazione dal numero di clic ottenuti. Resta però da capire come Google possa misurarlo in modo trasparente, quali editori possano partecipare e se il modello sarà esteso anche ai piccoli e medi siti indipendenti.
La sfida consiste nel costruire un modello di redistribuzione del valore che renda sostenibile la produzione di informazioni originali. Senza un equilibrio tra chi crea contenuti e chi li utilizza per generare risposte, Google rischia di indebolire proprio il Web da cui dipende la qualità del suo motore di ricerca.