Il “re pinguino” torna a far discutere per le sue dichiarazioni sull’intelligenza artificiale e, questa volta, prende di mira chi considera sbagliato utilizzare strumenti AI nello sviluppo software per una questione di principio. Linus Torvalds ha risposto con toni particolarmente duri a uno sviluppatore che chiedeva di mantenere regole esplicite sulla dichiarazione dell’uso dell’AI nei contributi al kernel. Il messaggio di Torvalds è netto: rifiutare una tecnologia soltanto perché rende più semplice lavorare non dimostra maggiore competenza. Semmai, rischia di confondere la padronanza degli strumenti con la reale comprensione del codice.
La polemica nasce da una decisione maturata durante il Linux Maintainers Summit 2026, della quale avevamo già parlato: abbandonare l’obbligo di indicare tramite un’apposita etichetta quando una modifica al kernel Linux nasce con l’assistenza dei modelli AI.
Le prime discussioni sull’attribuzione dei contributi AI risalivano al luglio 2025 e le indicazioni erano entrate nella documentazione ufficiale a gennaio 2026. A distanza di appena 9 mesi, diversi maintainer ritengono che quel meccanismo non sia più utile.
Linus Torvalds non chiede di abbassare gli standard; al contrario, vuole che la valutazione continui a concentrarsi sulla sostanza del contributo, senza trasformare l’utilizzo dell’AI in una “colpa” da dichiarare preventivamente.
Linus Torvalds contro chi rifiuta l’AI: cosa ha detto
Il confronto più acceso è del 13 ottobre 2026, quando Laurent Pinchart, sviluppatore del kernel e fondatore di Ideas on Board, ha contestato l’eliminazione dell’obbligo di dichiarare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nello sviluppo del kernel Linux. Secondo Pinchart, anche una regola difficile da far rispettare può avere valore: serve a comunicare quali comportamenti la comunità considera accettabili e quali invece intende scoraggiare.
Torvalds ha reagito con una risposta pubblicata sulla Linux Kernel Mailing List, utilizzando espressioni tutt’altro che diplomatiche.
Non capisco proprio questa idea idiota secondo cui non si dovrebbe usare l’AI per determinate attività.
Questo ha scritto l’ideatore del kernel Linux, riferendosi alla pretesa di stabilire divieti generali sull’impiego dei nuovi strumenti di sviluppo. Torvalds mette anche in discussione il ragionamento secondo cui utilizzare uno strumento che semplifica un’attività renderebbe automaticamente meno competente chi lo adopera. Per spiegarsi, propone un esempio volutamente provocatorio: perché non vietare anche i compilatori?
Seguendo quella logica, chi sviluppa il kernel dovrebbe scrivere direttamente in linguaggio assembly per dimostrare di comprendere davvero le istruzioni eseguite dal processore. Qualunque astrazione introdotta da un compilatore potrebbe infatti nascondere dettagli che il programmatore non padroneggia fino in fondo.
Per Torvalds, la competenza di uno sviluppatore non dipende dall’assenza di strumenti, ma dalla capacità di comprendere il proprio lavoro. La sua aspettativa è che chi contribuisce al kernel faccia del proprio meglio e sappia spiegare ciò che propone. L’eventuale utilizzo dell’AI non cambia tale responsabilità.
Le persone che rispetta e considera intelligenti, chiosa Torvalds, non sono quelle che evitano strumenti nuovi e interessanti. Certo, ogni tecnologia non deve essere adottata senza riserve, ma i rifiuti pregiudiziali sono intollerabili. 92 minuti di applausi!
Il paragone con i compilatori è provocatorio, ma contiene un principio importante
Chi conosce lo sviluppo del kernel sa che l’analogia proposta da Torvalds non è tecnicamente perfetta. Un compilatore come GCC o Clang traduce codice sorgente secondo regole formali, produce diagnostica e consente verifiche relativamente deterministiche; un LLM (Large Language Model) genera invece risultati probabilistici; nella programmazione può inventare API inesistenti e suggerire implementazioni apparentemente corrette che nascondono difetti difficili da individuare.
Torvalds, però, non sta sostenendo che un assistente AI sia equivalente a un compilatore per affidabilità o prevedibilità. Utilizza il paragone per evidenziare un’altra questione: non ha senso misurare la competenza di un programmatore soltanto sulla base delle facilitazioni di cui si serve.
Un professionista può utilizzare strumenti di analisi statica, debugger, generatori di codice e assistenti AI senza perdere la capacità di ragionare sulle istruzioni che finiranno nel programma. Allo stesso modo, uno sviluppatore può scrivere manualmente ogni riga e introdurre comunque una vulnerabilità critica.
L’origine del codice non è insomma, di per sé, garanzia di qualità: un contributo richiede verifiche tecniche indipendentemente dal fatto che derivi da una sessione con un modello linguistico, da un suggerimento ricevuto da un collega oppure da ore di programmazione tradizionale.
Linus Torvalds non è diventato un sostenitore del codice AI senza controlli
Chi interpreta la presa di posizione di Torvalds come un via libera al cosiddetto vibe coding ha capito ben poco.
Durante l’Open Source Summit Europe di ottobre 2026, Torvalds ha raccontato di utilizzare volentieri l’AI, riconoscendo che può aiutare a programmare e a individuare problemi nel codice. Allo stesso tempo, ha ammesso che l’arrivo di un numero crescente di patch e segnalazioni prodotte con l’AI sta mettendo sotto pressione i maintainer.
Come emerge anche dal resoconto del suo intervento a Praga, alcuni contributi riguardano problemi di sicurezza autentici e importanti; altri interessano parti del kernel che nessuno modifica da decenni, senza che sia sempre evidente il beneficio della correzione proposta.
Nell’ambito di un progetto come Linux, nel quale le patch attraversano mailing list, alberi di sviluppo dedicati ai sottosistemi e revisioni tecniche, ci si trova dinanzi a un problema: la generazione del codice può diventare sempre più economica, mentre la verifica richiede ancora conoscenza approfondita, attenzione e tempo.
La documentazione ufficiale sugli assistenti AI contiene prescrizioni che aiutano a comprendere ciò che la comunità Linux considera realmente importante: in soldoni, chi usa l’intelligenza artificiale deve sempre e comunque sapere come funziona il codice. La responsabilità è sempre di chi ci mette la firma e la faccia, non certo di un modello AI.
La posizione di Torvalds anticipa un cambiamento nel modo di valutare gli sviluppatori?
La discussione sollevata da Linus Torvalds interessa anche chi non contribuisce direttamente al kernel Linux. Tocca una domanda destinata a diventare sempre più frequente nei gruppi di sviluppo: quanto conta sapere che un programmatore ha utilizzato l’intelligenza artificiale, se il risultato soddisfa tutti i requisiti tecnici?
La risposta più semplice sarebbe concentrarsi esclusivamente sul software prodotto. In realtà, un assistente AI può accelerare la scrittura di una funzione, ma non garantisce che chi lo utilizza (e talvolta e chi l’ha sviluppato!…) sappia correggerla quando emergono problemi inattesi. È qui che l’insistenza di Torvalds sulla comprensione del codice è cruciale!
La competenza non coincide necessariamente con la capacità di produrre manualmente ogni istruzione. Conta saper scegliere gli strumenti, verificarne i risultati, riconoscerne i limiti e assumersi la responsabilità delle decisioni.
La posizione di Torvalds non risolve certamente ogni problema legato all’uso dell’intelligenza artificiale nello sviluppo del software. Chiarisce però quale principio il numero uno del progetto Linux intende difendere: non penalizzare chi utilizza strumenti nuovi, ma pretendere da tutti lo stesso livello di competenza e responsabilità.