La maxi-sanzione da 14 milioni di euro inflitta dall’AGCOM a Cloudflare non è un semplice episodio di enforcement amministrativo contro la pirateria online, né un contenzioso ordinario tra un’Autorità nazionale e un operatore tecnologico globale. Si tratta di un passaggio che segna un punto di discontinuità nel modo in cui l’Italia, e più in generale l’Europa, intendono esercitare il proprio potere regolatorio su infrastrutture digitali che operano su scala transnazionale e che svolgono funzioni sempre più prossime a quelle di servizi essenziali.
Il caso si colloca all’incrocio di tre dinamiche profonde: l’inasprimento degli strumenti di contrasto alla pirateria audiovisiva, la crescente responsabilizzazione degli intermediari tecnici e il conflitto latente tra modelli giuridici e culturali diversi per la governance dei servizi Internet. Da un lato, le Autorità italiane rivendicano la necessità di interventi rapidi ed efficaci per tutelare un settore economico ritenuto strategico; dall’altro, Cloudflare contesta radicalmente il metodo, denunciando una deriva amministrativa che, a suo avviso, travalica i confini dello Stato di diritto e apre la strada a forme di censura extra-giudiziale.
Il numero uno di Cloudflare punta i piedi e contesta apertamente la decisione di AGCOM
Le dichiarazioni pubbliche del CEO di Cloudflare Matthew Prince hanno trasformato una sanzione nazionale in un caso politico internazionale, chiamando in causa la libertà di espressione, il commercio globale, la sicurezza delle infrastrutture critiche e persino la protezione di eventi come le Olimpiadi Milano-Cortina. L’Italia non è più solo il teatro di un’applicazione particolarmente aggressiva delle norme antipirateria, ma diventa un banco di prova per capire fino a che punto uno Stato possa imporre obblighi a soggetti che non ospitano contenuti, ma rendono possibile l’accesso alla rete su scala globale.
Le critiche sul versante giuridico
Sul piano giuridico, Prince costruisce una narrazione fondata su alcuni concetti chiave: assenza di un giusto processo, mancanza di supervisione giudiziaria, opacità delle decisioni e rischio di censura globale. Questi elementi non sono scelti casualmente, ma richiamano direttamente i principi cardine del diritto costituzionale statunitense e del dibattito internazionale sulla responsabilità degli intermediari.
Tuttavia, la ricostruzione di Prince omette volutamente un elemento centrale: il fatto che l’ordinamento europeo, a differenza di quello statunitense, riconosce da tempo la legittimità di interventi amministrativi rapidi in materia di proprietà intellettuale, purché accompagnati da strumenti di ricorso successivo.
Il profilo politico e geopolitico
Ancora più rilevante è il livello politico e geopolitico del messaggio. Quando Prince cita esplicitamente esponenti dell’amministrazione statunitense e figure come Elon Musk, non sta solo difendendo Cloudflare: sta collocando la vicenda italiana all’interno del più ampio scontro transatlantico sulla regolazione del digitale. In questo senso, l’Italia diventa un caso simbolico, quasi un laboratorio europeo di un modello regolatorio che negli USA è percepito come una minaccia diretta alla libertà di espressione e alla competitività delle imprese tecnologiche americane.
Il riferimento al commercio internazionale e alle “unfair trade practices” è particolarmente significativo. Prince lascia intendere che regolazioni come quella italiana possano essere lette, a Washington, non solo come un problema di diritti civili, ma come barriere regolatorie indirette capaci di colpire selettivamente operatori extraeuropei. Così il conflitto si sposta dal piano amministrativo a quello diplomatico, con potenziali ripercussioni che vanno ben oltre la singola sanzione AGCOM.
Le ritorsioni minacciate da Cloudflare dopo la sanzione multimilionaria
Le quattro misure elencate dal numero uno di Cloudflare nel suo post non sono formulate come decisioni definitive, ma come opzioni “in fase di valutazione”. È un dettaglio tutt’altro che secondario: l’obiettivo principale non è l’esecuzione immediata, bensì la creazione di un contesto di pressione politica e istituzionale.
Ritiro delle soluzioni di difesa in vista delle Olimpiadi Milano-Cortina
La prima ritorsione evocata consiste nella sospensione dei servizi di cyber security forniti pro bono per le Olimpiadi Milano-Cortina. Cloudflare non è l’unico attore in grado di fornire protezione per eventi di questa portata, ma è uno dei pochi a farlo su scala globale, con capacità di assorbimento di attacchi DDoS estremamente elevate e con un’esperienza consolidata nella difesa di grandi eventi mediatici.
Un ritiro di Cloudflare dal supporto per le prossime Olimpiadi obbligherebbe gli organizzatori a rivedere in tempi rapidi l’architettura di sicurezza, con un aumento dei costi e una maggiore complessità operativa. Più che un rischio immediato di collasso, si tratterebbe di un segnale politico molto forte: la sicurezza di eventi strategici dipende da equilibri regolatori che travalicano i confini nazionali.
Stop ai servizi gratuiti Cloudflare per gli utenti italiani
La seconda misura, la possibile cessazione dei servizi gratuiti per gli utenti italiani, è probabilmente quella con l’impatto più diretto e diffuso. Migliaia di siti Web italiani, in particolare quelli gestiti da PMI, testate locali, associazioni e progetti open source che utilizzano la versione gratuita di Cloudflare per ottenere protezione di base, caching e mitigazione degli attacchi sarebbero improvvisamente esclusi da ogni possibilità di usare i servizi.
Un’interruzione improvvisa non farebbe “sparire Internet”, come nella retorica più estrema, ma aumenterebbe sensibilmente la superficie di attacco del Web italiano meno strutturato. In un Paese in cui la maturità media in cybersecurity è ancora disomogenea, l’effetto sarebbe un incremento di downtime, compromissioni e costi indiretti, soprattutto per i soggetti più piccoli.
Spegnimento di server della rete Cloudflare dislocati in Italia
La terza ritorsione, il ritiro dei server dalle città italiane, avrebbe conseguenze più tecniche ma meno visibili al grande pubblico. La rimozione dei nodi italiani non impedirebbe l’accesso ai servizi, ma aumenterebbe la latenza e ridurrebbe le prestazioni per gli utenti sul territorio nazionale. Ciò impatterebbe negativamente sull’esperienza utente di siti e servizi che fanno affidamento sulla distribuzione locale dei contenuti, con effetti particolarmente rilevanti per l’ecommerce, lo streaming e le piattaforme ad alta intensità di traffico. Anche in questo caso, il danno non sarebbe catastrofico, ma strutturale e cumulativo nel tempo.
Abbandono di qualsiasi progetto legato all’apertura di uffici in Italia
La quarta minaccia, l’abbandono di ogni piano di investimento e l’eventuale rinuncia ad aprire un ufficio in Italia, è quella che incide maggiormente sul medio-lungo periodo. Qui il messaggio è rivolto non solo al governo italiano, ma all’intero sistema-Paese. Cloudflare segnala che un ambiente regolatorio percepito come ostile o imprevedibile può disincentivare la localizzazione di competenze, posti di lavoro qualificati e investimenti infrastrutturali. In un contesto europeo in cui gli Stati competono per attrarre hub tecnologici, questo tipo di segnale rischia di pesare più della sanzione stessa.
Il CEO di Prince denuncia una scarsa disponibilità all’ascolto da parte delle Autorità italiane
Mentre AGCOM, nel suo provvedimento, ha stigmatizzato il comportamento di Cloudflare che non avrebbe collaborato fattivamente con l’Autorità, Prince scrive: “restiamo lieti di discutere (…) con i funzionari del Governo italiano che, finora, non si sono mostrati disposti a impegnarsi oltre l’emissione di sanzioni“.
E continua: “crediamo che l’Italia, come tutti i Paesi, abbia il diritto di regolamentare i contenuti sulle reti all’interno dei suoi confini. Ma l’Italia deve farlo nel rispetto dello Stato di Diritto e dei principi del giusto processo. L’Italia non ha certamente il diritto di regolamentare ciò che è e non è consentito su Internet negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada, in Cina, in Brasile, in India o in qualsiasi altro luogo al di fuori dei suoi confini“.
Un ulteriore elemento di tensione è rappresentato dal criterio sanzionatorio. AGCOM ha applicato un meccanismo che consente di commisurare la sanzione fino al 2% del fatturato globale dell’azienda, nonostante i ricavi di Cloudflare in Italia siano, secondo quanto dichiarato dallo stesso Prince, inferiori agli 8 milioni di dollari annui. Questo approccio, tipico di molte normative europee pensate per garantire un effetto deterrente reale nei confronti dei grandi operatori globali, è percepito dall’azienda come un evidente eccesso di potere e come una forma di pressione economica sproporzionata rispetto al legame territoriale con lo Stato sanzionante.
La vera posta in gioco non è soltanto l’esito del contenzioso o l’ammontare della sanzione, ma la definizione dei limiti entro cui uno Stato può spingersi nel regolamentare infrastrutture globali senza compromettere principi fondamentali come la proporzionalità, il giusto processo e la neutralità della rete. Se questo equilibrio non sarà chiarito, il rischio è che casi come quello italiano diventino precedenti capaci di ridefinire, nel bene o nel male, l’architettura giuridica di Internet in Europa.