Proposta una tassa sul traffico Internet: 6 centesimi per GB in Francia

La Francia approva un emendamento per tassare i dati trasmessi online: 5,5 centesimi per GB, fino a 10 miliardi di euro annui. La misura coinvolgerebbe Google, Meta, Netflix e altri fornitori di contenuti.

La Francia vuole introdurre una tassa sul traffico Internet che potrebbe cambiare profondamente il modo con cui i grandi fornitori di contenuti contribuiscono ai costi delle reti di telecomunicazione. Il 30 ottobre 2026, l’Assemblea nazionale francese ha approvato un emendamento alla legge di bilancio 2027 che prevede un’imposta di 0,055 euro per ogni gigabyte di dati trasmessi agli utenti francesi. Nel mirino finiscono Google, Meta, Netflix, Amazon e altri operatori che generano enormi quantità di traffico.

L’iniziativa riapre una discussione che attraversa l’Europa da oltre un decennio: chi deve finanziare le infrastrutture sulle quali viaggiano video, applicazioni, social network e servizi cloud? Finora il confronto si è concentrato soprattutto sul cosiddetto fair share, ossia sull’eventuale contributo economico delle grandi piattaforme agli investimenti degli operatori di telecomunicazioni transalpini ed europei. La proposta francese introduce però un meccanismo differente: anziché negoziare compensazioni tra aziende, lo Stato intende applicare direttamente un’imposta proporzionale ai dati trasferiti.

Secondo i dati dell’autorità francese Arcep, nel 2025 cinque operatori – Akamai, Netflix, Amazon, Google e Meta – rappresentavano complessivamente il 48,9% del traffico Internet destinato agli utenti finali, rispetto al 46,9% del 2024. Quasi metà del traffico, insomma, dipende da pochissime aziende.

Come funzionerebbe la nuova tassa francese sui gigabyte

Il provvedimento nasce con l’emendamento I-1358, presentato dal deputato socialista Laurent Lhardit il 9 ottobre 2026. La misura non colpisce direttamente gli abbonati Internet né prevede un’imposta sulle tariffe di connessione: il soggetto obbligato a pagare sarebbe il fornitore di contenuti e applicazioni che genera il traffico diretto verso gli utenti francesi.

La proposta introduce infatti due soglie: il prelievo non potrebbe superare il 15% del fatturato realizzato in Francia oppure il 2% del fatturato complessivo dell’impresa.

Gli autori dell’emendamento stimano una raccolta annua di 10 miliardi di euro, dato che deriva da una valutazione di circa 200 miliardi di gigabyte trasmessi annualmente attraverso gli operatori francesi. Moltiplicando tale volume per 0,055 euro si ottengono 11 miliardi di euro lordi; la previsione effettiva risulta quindi inferiore, ma manca un modello pubblico sufficientemente dettagliato per verificare quanto inciderebbero esenzioni, limiti e difficoltà di attribuzione del traffico.

Gli operatori telefonici dovrebbero misurare il traffico di Google, Netflix e Meta

La vera complessità emerge quando si passa dalla semplice moltiplicazione all’architettura della rete Internet. La proposta affida ai fornitori di accesso alla rete il compito di misurare i volumi trasferiti e individuare le imprese responsabili della loro emissione.

Gli operatori francesi, tra cui Orange, Free, SFR e Bouygues Telecom, dovrebbero raccogliere informazioni aggregate sotto la supervisione di Arcep e dell’amministrazione fiscale DGFiP, trasmettendo le rilevazioni ogni trimestre.

Il fatto, tuttavia, è che attribuire un flusso di rete a una specifica azienda non è sempre immediato: un indirizzo IP identifica un endpoint, non necessariamente l’impresa che possiede il contenuto. Un Autonomous System, identificato da un ASN e utilizzato nel routing BGP, può ospitare servizi appartenenti a numerose organizzazioni. Inoltre, cloud provider e piattaforme di distribuzione possono trasportare contenuti di migliaia di clienti differenti.

La cifratura aggiunge un’ulteriore difficoltà: HTTPS e HTTP/3 proteggono il contenuto delle comunicazioni; con QUIC, il trasporto avviene su UDP e non attraverso le tradizionali connessioni TCP; tecnologie come Encrypted Client Hello riducono ulteriormente le informazioni applicative osservabili dagli intermediari.

In pratica, misurare quanti byte attraversano un’interfaccia è facile. Stabilire chi debba pagarci sopra un’imposta, evitando errori e duplicazioni, è tutt’altra questione. E così, ancora una volta, il legislatore rischia di presentare normative che poi avranno una scarsissima applicabilità pratica.

Il problema delle CDN: chi paga quando i dati arrivano da una cache?

Una parte consistente del traffico Internet passa attraverso le Content Delivery Network (CDN), reti di server distribuiti geograficamente che conservano copie dei contenuti vicino agli utenti finali.

Quando un abbonato francese guarda un film su Netflix, scarica un aggiornamento software oppure visualizza un video, i dati possono provenire da un server cache collocato direttamente nella rete dell’operatore di telecomunicazioni. Non serve necessariamente recuperarli ogni volta da un’infrastruttura remota.

L’emendamento affronta questo caso: quando un fornitore utilizza una CDN, il volume rilevante ai fini fiscali corrisponde alla somma dei flussi in uscita dalla rete di distribuzione. La scelta evita, almeno sul piano concettuale, di limitare il conteggio ai collegamenti internazionali; introduce però una difficoltà commerciale e tecnica che risiede nel distinguere il traffico della CDN da quello dei suoi clienti.

Akamai, Cloudflare e altri operatori possono distribuire contemporaneamente contenuti di servizi molto diversi. Un singolo indirizzo IP condiviso può inoltre servire numerosi domini. Senza dati affidabili forniti dagli intermediari, un operatore di accesso difficilmente riuscirebbe ad attribuire ogni trasferimento al titolare effettivo del servizio.

Le CDN possiedono, evidentemente, sistemi di contabilizzazione molto dettagliati, utilizzati per fatturare banda e richieste HTTP ai clienti. Integrare tali informazioni con le misurazioni degli operatori potrebbe rappresentare una soluzione tecnica ma richiederebbe regole comuni, verifiche indipendenti e una precisa ripartizione delle responsabilità.

Una tassa che potrebbe incidere su streaming, aggiornamenti e videogiochi

Il provvedimento colpirebbe in misura differente le attività digitali. Un motore di ricerca che trasferisce prevalentemente pagine HTML e piccoli contenuti genera volumi molto inferiori rispetto a un servizio di streaming video, anche quando il numero di richieste risulta elevatissimo.

Per capire le proporzioni basta considerare un filmato di due ore che occupa 8 GB: la nuova imposta ammonterebbe teoricamente a 0,44 euro per ogni riproduzione completa. Per un videogioco da 100 GB, invece, il trasferimento comporterebbe 5,50 euro di prelievo prima dei limiti fiscali.

Gli esempi sono puramente illustrativi, ma evidenziano una caratteristica dell’imposta: il traffico diventa un costo fiscale diretto, indipendentemente dal valore economico del contenuto distribuito.

Per gli sviluppatori di videogiochi, i fornitori di storage cloud e le aziende che distribuiscono software, persino gli aggiornamenti periodici potrebbero acquisire un peso significativo. Un pacchetto da 10 GB scaricato da un milione di utenti francesi genererebbe, secondo la tariffa proposta, un’imposta teorica di 550.000 euro.

Non è difficile immaginare conseguenze sulle scelte tecniche: distribuzione di aggiornamenti differenziali, compressione più efficiente, riduzione dei download ridondanti e maggiore attenzione alle dimensioni degli asset multimediali.

Simili ottimizzazioni esistono già per ridurre costi operativi e tempi di trasferimento: la novità consisterebbe nell’aggiunta di un incentivo fiscale, capace però di penalizzare i servizi che, per loro natura, devono movimentare grandi quantità di dati.

Gli effetti sulla neutralità della rete e sulla privacy

La proposta francese solleva questioni che vanno oltre la fiscalità. Il principio della neutralità della rete, disciplinato nell’Unione Europea dal Regolamento 2015/2120, impone agli operatori di trattare il traffico Internet senza discriminazioni ingiustificate.

Una tassa applicata ai fornitori di contenuti non comporta automaticamente una violazione di tale principio: il pagamento riguarderebbe un obbligo fiscale, non una corsia preferenziale di trasmissione. Bisognerà però verificare che il sistema di identificazione e contabilizzazione non introduca trattamenti differenziati o vantaggi ingiustificati per determinati operatori.

Esiste poi un problema di privacy. La proposta vieta di esaminare contenuti e destinazioni delle comunicazioni, ma associare quantità di traffico a determinati soggetti può richiedere strumenti di osservazione e correlazione piuttosto sofisticati.

Un sistema fondato esclusivamente su contatori aggregati presenta rischi molto diversi rispetto a uno che impiega Deep Packet Inspection (DPI) o conserva metadati dettagliati sulle connessioni individuali.

Sono analisi cruciali anche nell’ottica di una valutazione di compatibilità con il GDPR, applicando principi come minimizzazione dei dati, limitazione delle finalità e proporzionalità.

Perché tassare i gigabyte potrebbe rivelarsi una cattiva idea

La proposta francese presenta diverse criticità, tanto che lo stesso governo ha espresso parere contrario all’emendamento, approvato con una maggioranza a dir poco risicata.

Il problema principale riguarda il criterio scelto per la tassazione: a differenza della web tax introdotta nel 2019, che colpisce determinati ricavi dei servizi digitali, la nuova imposta si basa sui gigabyte trasferiti, indipendentemente dal valore economico dei contenuti.

Una piattaforma che distribuisce video, aggiornamenti software o videogiochi potrebbe quindi sostenere costi elevati anche in presenza di margini ridotti, mentre servizi molto redditizi ma poco esigenti in termini di banda risulterebbero relativamente avvantaggiati.

Come hanno osservato il ministro David Amiel e il relatore Philippe Juvin, il prelievo rischia inoltre di penalizzare anche le imprese francesi e di trasferirsi indirettamente sugli utenti: le grandi piattaforme potrebbero aumentare le tariffe pubblicitarie, rincarare gli abbonamenti oppure ridurre i compensi riconosciuti ai propri partner.

C’è poi una contraddizione tecnica: tassare ogni gigabyte non significa premiare chi utilizza Internet in modo più efficiente. Una CDN che avvicina i contenuti agli utenti, riducendo il traffico sulle dorsali e i costi di trasporto, continuerebbe infatti a generare lo stesso volume di dati tassabili.

Se altri Paesi europei adottassero misure analoghe, inoltre, aumenterebbero anche gli oneri amministrativi e le difficoltà di attribuzione del traffico alle singole imprese. Il rischio, insomma, è trasformare una misura pensata per far contribuire i giganti tecnologici al finanziamento delle infrastrutture in un’imposta che penalizza la distribuzione dei contenuti digitali, senza garantire maggiori investimenti nelle reti.

Peraltro, la tassa non è ancora legge: l’emendamento deve ancora completare l’iter parlamentare e potrebbe subire modifiche sostanziali o essere eliminato.

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