La migrazione delle macchine virtuali da un ambiente VMware verso piattaforme alternative è diventata più complicata per chi dipende da strumenti costruiti attorno a componenti proprietari.
Al centro della questione c’è il Virtual Disk Development Kit (VDDK), una libreria utilizzata da software di backup e gestione dei dischi virtuali, ma anche da diversi strumenti di trasferimento.
Dopo la limitazione dei download ai partner, sviluppatori e amministratori si sono trovati davanti a un ostacolo concreto. L’architetto cloud Andrija Panić ha deciso di affrontare il problema con OpenVDDK, un progetto indipendente che mira a mantenere operative alcune procedure senza dipendere dalla distribuzione ufficiale VMware.
OpenVDDK, come funziona l’alternativa open source
Panić descrive OpenVDDK come un sostituto compatibile con l’interfaccia della libreria VMware caricata da numerosi programmi.
Il progetto è stato realizzato da zero in Go, con un sottile livello C che riproduce l’interfaccia binaria attesa dai software esistenti. L’autore afferma di aver utilizzato documentazione pubblica e test a scatola nera, senza incorporare codice VMware. La compatibilità, quindi, è perseguita a livello d’interfaccia: l’obiettivo è permettere agli strumenti già predisposti per VDDK di caricare la nuova libreria senza dover essere riscritti integralmente.
C’è un limite funzionale da considerare: OpenVDDK legge i dischi virtuali, ma non consente di modificarli o scriverli. La sua destinazione dichiarata è dunque l’accesso necessario a operazioni di backup e migrazione, non la gestione completa dei contenuti dei dischi. Panić ha riferito di averlo verificato con ambienti vSphere 6.7 U3, 7.0.3, 8.0.3 e 9.1.1; nei test condotti sulla versione più recente, le letture effettuate tramite vCenter su un host ESXi autonomo avrebbero restituito dati corrispondenti.
Adozione, verifiche e alternative disponibili
Secondo quanto riferito a The Register, tester indipendenti hanno segnalato l’utilizzo con Forklift e Migration Toolkit for Virtualization su OpenShift, oltre che in flussi basati su Proxmox VE e nbdkit. Panić ha inoltre raccolto testimonianze di impiego in produzione: tra gli esempi citati figurano la migrazione di un file server presso un provider cloud tedesco e il passaggio verso Apache CloudStack/KVM da parte di un’azienda statunitense. Sono dichiarazioni attribuite allo sviluppatore e ai tester, non certificazioni indipendenti né garanzie di funzionamento in qualsiasi infrastruttura.
OpenVDDK, disponibile attraverso il sito ufficiale del progetto, non è l’unica strada per uscire da VMware. OpenNebula propone OneSwap e dichiara un tasso di successo del 96 per cento; Nutanix ha aggiornato Move per operare senza VDDK, mentre Red Hat sta lavorando a una correzione e ha pubblicato una procedura temporanea. La pluralità di approcci mostra che il problema interessa un ecosistema più ampio del singolo progetto.
Il codice è distribuito con licenza Apache. Per le aziende, il punto decisivo non sarà soltanto verificare che la libreria venga caricata, ma provarla su copie controllate dei propri ambienti, misurare l’integrità dei dati e predisporre un piano di ripristino. OpenVDDK offre una possibilità concreta da valutare, ma la responsabilità della validazione resta in capo a chi la introduce nei processi operativi.