Quando Microsoft presentò Windows 8 a inizio giugno 2011, esattamente 15 anni fa, il pubblico si trovò dinanzi a un sistema operativo radicalmente diverso rispetto al passato, almeno per quanto riguarda l’interfaccia utente. L’interfaccia tradizionale basata sul desktop veniva affiancata da un ambiente completamente ripensato per touchscreen, tablet e nuove modalità di interazione. Raymond Chen, uno degli sviluppatori e divulgatori tecnici più noti di Microsoft, ha riportato alla luce alcuni dettagli divertenti e quasi surreali relativi ai primi anni di sviluppo di Windows 8.
Nel suo blog “The Old New Thing“, Chen racconta aneddoti, curiosità e retroscena sullo sviluppo di Windows, spiegando le motivazioni tecniche e storiche che hanno portato a molte delle scelte progettuali adottate da Microsoft nel corso dei decenni.
Prima che il nome Metro diventasse conosciuto dal grande pubblico e quindi molto prima che Microsoft introducesse una denominazione ufficiale per la nuova interfaccia utente di Windows 8, gli sviluppatori la identificavano con un termine molto semplice: la chiamavano semplicemente Modern.
Quando i nomi in codice diventano linguaggio quotidiano
Nei grandi progetti software, soprattutto quando coinvolgono migliaia di sviluppatori distribuiti in decine di team differenti, è necessario individuare rapidamente una terminologia condivisa. Spesso i nomi provvisori nascono per pura praticità e finiscono per sopravvivere molto più a lungo del previsto.
Nel caso di Windows 8, la distinzione era immediata. Da una parte esisteva l’ambiente tradizionale ereditato da Windows 7, internamente definito “Classic Experience“; dall’altra prendeva forma la nuova interfaccia, indicata come “Modern Experience“.
Come accade frequentemente all’interno di Microsoft, la tendenza a creare abbreviazioni trasformò rapidamente questi termini in un vero e proprio gergo aziendale. La nuova shell grafica divenne così la “Modern Shell“, presto abbreviata in MoSh. In parallelo, come racconta Chen, qualcuno cominciò persino a utilizzare ClaSh per identificare la vecchia “Classic Shell“, ma questa denominazione non riuscì mai a imporsi.
L’aspetto interessante è che il prefisso “Mo” iniziò gradualmente a diventare una sorta di etichetta universale applicata a qualsiasi nuovo componente sviluppato per il futuro ecosistema Windows.
L’esplosione del prefisso “Mo” con Windows 8
La situazione degenerò rapidamente in una sorta di gioco collettivo, dice Chen. Ogni volta che un team non riusciva a trovare un nome convincente per una nuova funzionalità, la soluzione più semplice consisteva nell’aggiungere il prefisso “Mo” davanti a qualsiasi termine esistente.
Uno degli esempi più curiosi riguardava il nuovo menu Start. Prima di Windows 8, alcune sperimentazioni interne avevano portato alla creazione di una schermata nota come “Go Page“, ovvero la pagina dalla quale l’utente avrebbe dovuto iniziare qualsiasi attività. Quando Microsoft integrò il progetto nella nuova esperienza Modern, il suo nome in codice si trasformò automaticamente in “MoGo“.
Le altre parti dell’interfaccia ereditarono il medesimo schema: la sezione dello schermo dedicata alle applicazioni agganciate lateralmente ricevette il nome di “MoBar“, mentre l’area principale utilizzata dalle applicazioni funzionanti quasi a schermo intero ricevette il nome di “MoBody“.
Anche il pannello delle impostazioni non sfuggì alla regola, assumendo il nome di “MoSet“.
In alcuni casi il risultato appariva ancora più bizzarro. Il nuovo controllo grafico destinato alla visualizzazione di raccolte e contenuti era stato inizialmente chiamato “Modern Collection Control“, una denominazione piuttosto lunga che fu successivamente abbreviata in “MoCo“.
Un riflesso della trasformazione più ambiziosa di Microsoft
Con il passare del tempo il fenomeno si diffuse ben oltre l’infrastruttura del sistema operativo. Anche i team responsabili delle applicazioni iniziarono a partecipare a questa moda interna. Il nuovo browser destinato all’ambiente Modern venne inizialmente indicato come “MoB” e poi rinominato con una variante ancora più giovanile: “MoBro“.
Anche il software per la gestione delle foto integrato in Windows 8 fu battezzato “MoPho“, seguendo una scia molto poco creativa ma in linea con l’idea di puntare tutto sull’interfaccia Modern.
Dietro l’aspetto scherzoso di questi nomi si nascondeva un contesto tecnologico molto significativo. Windows 8 rappresentava infatti uno dei cambiamenti più profondi mai affrontati dalla piattaforma Windows. Microsoft stava cercando di adattare il proprio sistema operativo all’era post-PC, caratterizzata dalla crescente diffusione di smartphone e tablet. L’obiettivo era creare un’esperienza unificata capace di funzionare sia con mouse e tastiera sia attraverso il tocco diretto sullo schermo.
Questa trasformazione richiese la riscrittura di numerosi componenti fondamentali del sistema operativo, la creazione di nuove API, nuovi modelli di applicazione e un’interfaccia completamente differente rispetto a quella che aveva caratterizzato Windows per oltre 15 anni.
I curiosi nomi in codice nati durante quel periodo sono la cartina tornasole dell’atmosfera che si respirava all’interno dei team di sviluppo.
I motivi del fallimento commerciale di Windows 8
Il fallimento di Windows 8 fu soprattutto un fallimento di esperienza utente, non di architettura. Sul piano tecnico, il sistema introduceva miglioramenti rilevanti rispetto a Windows 7: avvio più rapido grazie al meccanismo di Hybrid Boot, gestione più efficiente della memoria, Task Manager riscritto, migliori strumenti di recovery, supporto più maturo per UEFI, Secure Boot, USB 3.0, storage moderno e dispositivi ad alta densità di pixel.
Il problema fu che Microsoft innestò queste evoluzioni su una rottura drastica del modello d’uso tradizionale di Windows. La rimozione del pulsante Start, la Start screen a tutto schermo, gli angoli attivi, la Charms bar e il passaggio continuo tra desktop Win32 e ambiente Modern/Metro crearono un sistema percepito come incoerente, soprattutto su PC non touch.
Il mercato non era pronto per la migrazione al touch
Redmond precorse troppo i tempi pensando che il mercato era ormai pronto a un’ondata di dispositivi touch. Non fu così.
Il successo travolgente dell’Apple iPad, la crescita degli smartphone e la diffusione delle interfacce touch lasciavano pensare che anche il mondo dei PC tradizionali fosse ormai pronto per una rapida convergenza verso dispositivi ibridi e sistemi operativi progettati principalmente per essere utilizzati con le dita anziché con mouse e tastiera.
La realtà si rivelò molto diversa. Sebbene il mercato dei tablet fosse in forte espansione, la maggior parte degli utenti Windows continuava a utilizzare computer desktop e notebook privi di schermo touch, spesso in contesti professionali dove produttività, precisione e velocità operativa avevano la priorità rispetto alle nuove modalità di interazione. E la stessa cosa succede ancora oggi, nel 2026.
L’arrivo di Windows 8.1
Microsoft tentò di correggere la rotta con Windows 8.1, che reintrodusse il pulsante Start, permise il boot diretto sul desktop tradizionale, rese più efficiente la gestione dell’affiancamento delle app Modern permettendo di organizzare e visualizzare più finestre sullo schermo in modo più pratico e preciso, la schermata Start diventò più configurabile e attenuò alcune frizioni tra desktop classico e nuova interfaccia. Tuttavia, molte correzioni arrivarono quando la reputazione del prodotto era già compromessa.
Eppure Windows 8.x non era tecnicamente un cattivo sistema operativo. Anzi, sotto diversi aspetti era più moderno e performante di Windows 7. L’avvio era più veloce perché il kernel era ibernato invece di essere inizializzato da zero; la gestione della memoria beneficiava di ottimizzazioni come una migliore deduplicazione delle pagine e un uso più aggressivo della compressione/razionalizzazione delle risorse; il nuovo Task Manager offriva una visione molto più dettagliata di processi, servizi, impatto all’avvio e consumo di CPU, memoria, disco e rete.
Anche il sottosistema grafico, il networking e la sicurezza ricevettero interventi significativi. Windows Defender divenne un antivirus integrato, SmartScreen fu esteso al sistema operativo, Secure Boot rafforzò la catena di avvio e l’integrazione con account Microsoft, BitLocker e funzionalità di ripristino rese il sistema più adatto a scenari moderni.
Il problema fu la transizione obbligata imposta da Microsoft
Per questo, secondo molti tecnici, Windows 8 e soprattutto Windows 8.1 furono sistemi sottovalutati: rapidi, stabili, efficienti e spesso più leggeri di Windows 7 a parità di hardware. Il loro limite non fu il motore, ma la “carrozzeria” imposta all’utente.
Microsoft cercò di forzare su desktop e notebook un’interfaccia pensata prioritariamente per tablet, rompendo abitudini consolidate senza offrire una transizione graduale.
Windows 10, non a caso, recuperò molte delle innovazioni tecniche di Windows 8.x, ma le ricollocò dentro un’interfaccia più familiare, con un menu Start ibrido (si pensi alle “piastrelle” o tile) e una separazione meno traumatica tra applicazioni tradizionali e app moderne.