20 anni di Mac Intel: perché Apple ha cambiato strada due volte

Vent'anni di Mac Intel raccontano perché Apple cambiò processore due volte e come nacque la rivoluzione Apple Silicon.
20 anni di Mac Intel: perché Apple ha cambiato strada due volte

A giugno 2005, durante la Worldwide Developers Conference, Apple annuncia l’abbandono dei processori PowerPC in favore delle CPU Intel.

Quindici anni dopo, nel 2020, l’azienda compie una svolta altrettanto radicale lasciando Intel per sviluppare chip proprietari basati su architettura ARM. Con l’arrivo di macOS 27, che abbandona il supporto ai Mac Intel, la transizione verso Apple Silicon può considerarsi completata anche dal punto di vista software.

Ars Technica ha ripercorso vent’anni di trasformazioni che hanno ridefinito più volte il computer Apple, rivelando come entrambe le migrazioni siano nate dallo stesso problema: recuperare il controllo sul futuro della piattaforma.

Perché Apple ha cambiato processore due volte

All’inizio degli anni Duemila i chip PowerPC di IBM e Motorola avevano perso competitività.

Steve Jobs aveva promesso pubblicamente Mac con processori G5 a 3 GHz, un obiettivo mai raggiunto. Il problema più grave era però il consumo energetico: IBM non riusciva a produrre versioni efficienti per notebook sottili, un mercato che per Apple diventava sempre più importante. Intel offriva una roadmap chiara, chip più efficienti e capacità produttiva superiore.

La migrazione fu completata in meno di un anno, con Rosetta che garantiva la compatibilità delle applicazioni PowerPC sui nuovi modelli, e Boot Camp che per la prima volta permetteva di eseguire Windows su un Mac.

Con il passare degli anni emersero però nuove criticità. Intel iniziò ad accumulare ritardi nello sviluppo delle nuove generazioni di chip e Apple si ritrovò nella stessa posizione dell’era PowerPC: il futuro del Mac dipendeva dai ritmi di innovazione di un fornitore esterno. Nel frattempo i processori progettati internamente per iPhone e iPad, evoluti dopo l’acquisizione di PA Semi nel 2008, stavano diventando abbastanza potenti da immaginare un’espansione verso il mercato dei computer.

Apple Silicon: prestazioni, autonomia e Neural Engine

Nel 2020 il debutto del chip M1 mostrò immediatamente i vantaggi dell’approccio integrato. CPU, GPU, memoria unificata e acceleratori specializzati come il Neural Engine confluivano nello stesso die, riducendo i consumi e migliorando drasticamente il rapporto tra prestazioni e autonomia. I notebook con M1 garantivano tempi di utilizzo nettamente superiori ai precedenti modelli Intel, con temperature più basse e maggiore silenziosità. Gli standard dell’intero settore dei portatili ne uscirono ridefiniti.

Rosetta 2 accompagnò anche questa transizione, traducendo automaticamente le applicazioni Intel con prestazioni spesso sorprendenti. La rapidità di adozione da parte del mercato permise ad Apple di completare il passaggio in pochi anni.

La fine dei Mac Intel e la lezione che si ripete

macOS 27 richiede esclusivamente Apple Silicon e segna la chiusura definitiva dell’era Intel. La scelta riflette anche nuove esigenze legate all’Intelligenza Artificiale: molte funzionalità di elaborazione locale richiedono il Neural Engine, componente assente nei processori Intel.

Osservando le due grandi transizioni emerge un elemento costante: Apple non ha cambiato architettura per seguire tendenze tecnologiche, ma ogni volta che il fornitore dei processori non era più in grado di sostenere la sua visione del prodotto. La fine dell’era Intel non rappresenta soltanto la conclusione di una piattaforma: conferma la disponibilità dell’azienda a riscrivere completamente le fondamenta dei propri prodotti quando la tecnologia esistente non è più sufficiente.

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