Cloudflare contesta la sanzione AGCOM da 14 milioni di euro

Cloudflare impugna la sanzione AGCOM da 14 milioni di euro, contestando Piracy Shield sul piano tecnico e giuridico. Al centro del ricorso anche la presunta sproporzione della multa e la sua compatibilità con il diritto europeo.

Nuova puntata del braccio di ferro, destinato probabilmente ad essere piuttosto lungo, tra Cloudflare e AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni). L’azienda guidata da Matthew Prince ha infatti comunicato di aver formalmente avviato le pratiche per contestare in tribunale la sanzione da 14 milioni di euro irrogata dall’Autorità italiana a inizio anno.

Al centro dello scontro non c’è soltanto l’ammontare della multa, ma l’impianto stesso del sistema Piracy Shield, la sua compatibilità con il funzionamento tecnico di Internet e con il quadro normativo dell’Unione Europea.

Secondo l’azienda statunitense, la misura adottata dall’AGCOM rappresenta un precedente pericoloso, capace di produrre effetti disastrosi ben oltre il contrasto alla pirateria online. La contestazione avanzata da Cloudflare si estende anche al metodo con cui l’Autorità avrebbe interpretato il proprio ruolo e i poteri attribuiti dalla legge.

Nell’articolo Cloudflare vs AGCOM: chi ha ragione avevamo condiviso qualche nostro spunto sulla possibile strategia difensiva dell’azienda a stelle e strisce. In attesa di leggere le motivazioni dell’impugnazione della sanzione AGCOM dinanzi al TAR del Lazio, Cloudflare ha iniziato a mostrare le sue carte.

Piracy Shield sotto accusa: un meccanismo ritenuto tecnicamente invasivo

Cloudflare definisce Piracy Shield una piattaforma strutturalmente inadeguata a distinguere tra contenuti illeciti e servizi legittimi. Il sistema, progettato per consentire blocchi rapidi su segnalazione dei detentori dei diritti, interviene a livello infrastrutturale, coinvolgendo indirizzi IP e risorse condivise.

In questo contesto, l’azienda sottolinea come l’architettura moderna di Internet si basi su servizi distribuiti, CDN, reverse proxy e infrastrutture multi-tenant. Bloccare un singolo endpoint può tradursi, di fatto, nell’interruzione di numerosi servizi del tutto estranei alla violazione contestata. È proprio questo aspetto che, secondo Cloudflare, rende Piracy Shield “tecnicamente pericolosa”: il rischio di overblocking non è un effetto collaterale occasionale, ma una conseguenza diretta del modello adottato.

Matthew Prince, co-fondatore e CEO dell’azienda, ha parlato apertamente di un danno alla rete italiana, sostenendo che il sistema non risolve il problema della pirateria e, al tempo stesso, compromette l’affidabilità dei servizi digitali.

Il ruolo di AGCOM e la delega a soggetti privati

Uno degli elementi più controversi sollevati da Cloudflare riguarda la governance del sistema. Secondo l’azienda, l’Autorità avrebbe demandato a soggetti privati un potere di segnalazione e intervento che, nella pratica, incide direttamente su ciò che gli utenti possono o non possono raggiungere online.

L’impostazione, sempre secondo la società, altera l’equilibrio tra tutela dei diritti d’autore e salvaguardia della neutralità della rete, spostando il baricentro decisionale fuori da un controllo pubblico. L’assenza di verifiche tecniche approfondite e di contraddittorio preventivo amplificherebbe il rischio di errori e abusi, con conseguenze che possono estendersi a settori critici dell’economia digitale.

Il nodo giuridico: compatibilità con il Digital Services Act

La contestazione non si ferma agli aspetti tecnici. Cloudflare sostiene che la normativa applicata dall’AGCOM sia incompatibile con il diritto europeo, in particolare con il Digital Services Act (DSA). Il DSA stabilisce principi chiari in materia di responsabilità degli intermediari, proporzionalità degli interventi e obblighi procedurali.

Secondo l’interpretazione dell’azienda, l’approccio seguito dall’Autorità italiana rischierebbe di aggirare tali principi, imponendo obblighi generalizzati e sanzioni che non tengono conto del ruolo effettivo dell’operatore coinvolto. Cloudflare ribadisce di non ospitare contenuti pirata, ma di fornire servizi infrastrutturali utilizzati da milioni di siti su scala globale.

La sproporzione della sanzione economica

Un ulteriore punto centrale del ricorso riguarda l’ammontare della multa. Anche ipotizzando la legittimità dell’azione sanzionatoria, Prince sostiene che AGCOM abbia superato i limiti previsti dalla legge. In base al fatturato registrato in Italia nel 2024, la sanzione massima applicabile non dovrebbe superare il 2% dei ricavi dell’anno precedente, pari a circa 140.000 euro.

La cifra di 14 milioni di euro risulterebbe quindi, secondo l’azienda, 100 volte superiore al tetto consentito, fondata su un’interpretazione giuridica ritenuta errata. Un aspetto che trasforma il caso da semplice contenzioso amministrativo a potenziale banco di prova per la certezza del diritto applicato alle imprese tecnologiche operanti nel mercato italiano.

I vertici di Cloudflare insistono che la legge che attribuisce poteri sanzionatori all’AGCOM non prevede esplicitamente il fatturato globale. Inoltre, il diritto europeo e nazionale non può prescindere dal fatturato rilevante sul territorio e dalla natura dell’attività svolta.

Impatti su investimenti e servizi essenziali

Al di là della disputa legale, Cloudflare avverte di un possibile effetto dissuasivo sugli investimenti nel Paese. Un quadro regolatorio percepito come imprevedibile e tecnicamente disallineato rispetto alle dinamiche della rete può spingere operatori globali a riconsiderare la propria presenza o l’espansione dei servizi in Italia.

Secondo l’azienda, a essere esposti non sono solo i grandi provider, ma anche startup, imprese digitali e servizi essenziali che si appoggiano a infrastrutture cloud per garantire continuità operativa, sicurezza e prestazioni.

L’esito del contenzioso permetterà di chiarire i confini tra contrasto alla pirateria, tutela dell’innovazione e rispetto delle architetture tecniche di Internet. Un equilibrio che, se gestito in modo approssimativo, rischia di produrre più danni collaterali che benefici reali.

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