La promessa di un codec video aperto e privo di royalty ha accompagnato AV1 fin dalla sua nascita nel 2018. Il formato, sviluppato dall’Alliance for Open Media, nasce con un obiettivo preciso: ridurre i costi e le incertezze legate ai brevetti che hanno caratterizzato standard precedenti come HEVC. L’adozione è cresciuta rapidamente: piattaforme streaming, browser e dispositivi hardware hanno iniziato a supportarlo per sfruttarne l’efficienza, che consente di ridurre il bitrate fino al 30-50% rispetto a VP9 e H.264 a parità di qualità visiva. Tuttavia, una causa legale avviata da Dolby contro Snap (l’azienda dietro il software di messaggistica SnapChat) potrebbe rimescolare le carte in tavola e minacciare il futuro del progetto open.
AV1: la causa Dolby contro Snap e il nodo dei brevetti
Dolby ha avviato un’azione legale negli USA accusando Snap di violare alcuni brevetti legati alla compressione video attraverso l’uso combinato di AV1 e HEVC. Il procedimento, depositato presso il tribunale del Delaware, riguarda tecnologie che secondo Dolby risultano fondamentali per il funzionamento del codec e non sono mai state concesse in licenza gratuita.
L’accusa si concentra su quattro brevetti specifici e punta a ottenere risarcimenti economici, oltre a un’ingiunzione che potrebbe limitare l’uso delle tecnologie contestate. Non si tratta solo di una richiesta di royalty: Dolby chiede anche che venga riconosciuto il proprio diritto a non concedere licenze secondo condizioni FRAND (Fair, Reasonable, And Non-Discriminatory), cioè eque e non discriminatorie.
Snap, nel frattempo, utilizza AV1 per ottimizzare la distribuzione video all’interno della propria piattaforma, adattando dinamicamente lo streaming in base alle capacità dei dispositivi client.
Il software verifica il supporto alla decodifica AV1 e, quando possibile, converte e distribuisce i contenuti in quel formato per ridurre banda impegnata e latenza.
Perché AV1 non è immune ai brevetti
Il modello di AV1 si basa su una licenza aperta definita dall’Alliance for Open Media, che impone ai partecipanti di rendere disponibili le proprie tecnologie senza richiedere royalty. Il problema nasce dal fatto che l’organizzazione non controlla tutti i brevetti potenzialmente coinvolti nelle implementazioni reali del codec.
Molte tecniche utilizzate nella compressione video moderna derivano da decenni di ricerca e risultano già coperte da brevetti depositati prima dello sviluppo di AV1.
Dolby sostiene che alcune di queste tecnologie, in particolare quelle che riguardano la codifica a blocchi (suddivisione dell’immagine in parti più piccole per comprimerla meglio), la predizione del movimento (stima degli spostamenti tra fotogrammi per ridurre i dati da memorizzare) e la trasformazione dei coefficienti (processo matematico che ottimizza la rappresentazione del segnale), sono utilizzate sia nello standard HEVC sia in AV1, rendendo inevitabile una certa sovrapposizione tra i due sistemi.
Il punto critico è che la definizione di uno standard aperto non elimina automaticamente i diritti di terze parti. Anche se il bitstream e le specifiche sono pubblici, un’implementazione concreta può comunque utilizzare metodi protetti da brevetti esterni.
Il ruolo dei patent pool e il precedente HEVC
Il settore dei codec video ha già affrontato una situazione simile con HEVC, dove la frammentazione dei diritti ha portato alla nascita di più patent pool, tra cui MPEG LA, Access Advance e Sisvel. Questa frammentazione ha reso complesso e costoso ottenere licenze complete, rallentando l’adozione del codec in diversi ambiti.
Nel caso di AV1, la situazione sembrava diversa: l’obiettivo era evitare proprio questa complessità. Tuttavia, negli ultimi anni sono emersi consorzi che raccolgono brevetti ritenuti essenziali anche per AV1, suggerendo come il modello royalty-free non riesca a coprire l’intero spettro delle tecnologie coinvolte.
La causa Dolby si inserisce in una dinamica già nota: anche in presenza di uno standard aperto, i titolari di brevetti possono agire contro chi implementa la tecnologia senza licenza. Il fatto che l’azione legale colpisca un utilizzatore finale come Snap, e non il consorzio che ha sviluppato AV1, riflette una realtà giuridica consolidata: la responsabilità ricade su chi distribuisce o utilizza il software.
Chi integra AV1 all’interno di applicazioni o dispositivi deve a questo punto iniziare a considerare diversi livelli di rischio. L’uso del codec implica la gestione di componenti come encoder software (ad esempio libaom o rav1e), decoder hardware integrati nei SoC e pipeline di streaming che supportano container come ISOBMFF o WebM.
Ogni elemento della catena può introdurre esposizione a brevetti: un encoder potrebbe implementare tecniche di quantizzazione o predizione protette, mentre un decoder hardware potrebbe integrare logiche proprietarie sviluppate dai produttori di chip. L’assenza di una copertura completa da parte della licenza Alliance for Open Media rende necessario verificare eventuali accordi di indennizzo con fornitori e partner tecnologici.
Uno scenario aperto: tra innovazione e minacce future
La disputa tra Dolby e Snap non rappresenta un caso isolato ed è la cartina tornasole di nuvole grigie che si addensano sopra un codec come AV1.
AV1 resta infatti una tecnologia centrale per lo streaming moderno, grazie alla sua efficienza e al supporto diffuso da parte dei principali attori del settore. Tuttavia, la vertenza recentemente apertasi evidenzia un limite concreto: l’etichetta royalty-free non garantisce immunità legale.
Il risultato del contenzioso sarà determinante non solo per Snap, ma per l’intera filiera che ruota attorno alla distribuzione video su Internet.