Giornalista accusa Google: la sua voce su NotebookLM senza consenso

Il giornalista radiofonico David Greene cita in giudizio Google sostenendo che NotebookLM replica la sua voce.
Giornalista accusa Google: la sua voce su NotebookLM senza consenso

Nel panorama tecnologico attuale, la relazione tra innovazione e diritti personali si fa sempre più complessa.

Non si tratta più di una questione puramente accademica: il caso che vede protagonista David Greene, noto giornalista radiofonico statunitense, apre un nuovo capitolo nel dibattito su proprietà e controllo della propria immagine vocale.

La controversia nasce da una presunta imitazione non autorizzata della sua voce da parte di NotebookLM, piattaforma sviluppata da Google, e pone interrogativi profondi su quali siano i confini etici e giuridici dell’Intelligenza Artificiale applicata al riconoscimento e alla riproduzione della voce umana.

La vicenda prende avvio nell’autunno del 2024, quando un ex collega di Greene lo mette in guardia: la voce maschile sintetica utilizzata per le Audio Overviews di NotebookLM ricorda in modo impressionante il suo timbro, la cadenza, e persino quei tic verbali che lo caratterizzano, come il ricorrente uso di “uh” e “like”.

Da qui nasce una causa legale che rischia di diventare un punto di riferimento per l’intero settore. Greene sostiene che la sua identità vocale sia stata replicata senza alcuna autorizzazione, mettendo in discussione la trasparenza dei processi di sviluppo delle voci sintetiche e il rispetto dei diritti individuali.

La risposta di Google non si è fatta attendere: la società di Mountain View ha rigettato ogni accusa, precisando che la voce in questione sarebbe stata creata a partire da registrazioni legittimamente ottenute da un attore professionista, senza alcun collegamento diretto con Greene.

Il caso Greene e le possibili conseguenze

Tuttavia, questa difesa apre la porta a una riflessione più ampia: quanto è sottile la linea che separa l’ispirazione legittima dalla violazione della personalità? In molte giurisdizioni esistono strumenti come il “diritto di pubblicità”, concepiti per proteggere l’uso commerciale dell’immagine e della voce di una persona. Tuttavia, l’applicazione di tali norme nel contesto delle voci sintetiche generate dall’AI rimane tuttora incerta e soggetta a interpretazioni contrastanti.

Gli esperti di diritto ipotizzano che la strategia di David Greene possa ruotare attorno a diversi pilastri: dalla violazione del diritto all’identità vocale, all’appropriazione indebita, fino a possibili infrazioni di copyright, qualora si dimostrasse una corrispondenza tra la voce sintetica e registrazioni originali di Greene.

Non si tratta di un episodio isolato: solo pochi mesi prima, anche Scarlett Johansson aveva sollevato una contestazione simile, ottenendo la rimozione di una voce AI troppo simile alla sua. Questi precedenti stanno spingendo l’industria a ripensare radicalmente le modalità di selezione dei doppiatori, la tracciabilità dei dataset utilizzati per l’addestramento delle intelligenze artificiali e l’implementazione di sistemi di watermarking digitale per distinguere le voci autentiche da quelle artificiali.

Le aziende del settore continuano a dichiarare che i loro modelli vocali si basano esclusivamente su dati provenienti da professionisti autorizzati e dataset specifici, ma la pressione da parte di esperti e attivisti per una maggiore trasparenza non accenna a diminuire. Cresce la richiesta di introdurre etichettature obbligatorie per tutti i contenuti generati con voce AI, una misura che tutelerebbe sia il pubblico sia i professionisti del settore.

La sentenza del caso Greene potrebbe segnare una svolta epocale, stabilendo regole chiare e universalmente riconosciute sulla voce come attributo personale e intangibile nell’era digitale. Un verdetto contrario a Google avrebbe ripercussioni profonde: obbligherebbe le aziende a rivedere contratti, procedure di acquisizione vocale e controlli sulle somiglianze involontarie tra voci reali e sintetiche.

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