Una vulnerabilità scoperta in Zoom mostra come l’Intelligenza Artificiale possa accelerare la ricerca di falle fino a trasformarla in un supporto operativo per costruire un attacco concreto.
A Security ha individuato nel giugno 2026 un problema nel protocollo che gestisce le annotazioni durante la condivisione dello schermo. Secondo i ricercatori, sono bastati meno di 20 prompt rivolti a un modello AI pubblico per arrivare alla scoperta e a una dimostrazione funzionante.
La falla poteva consentire l’esecuzione di codice da remoto senza download, clic o autorizzazioni esplicite della vittima. Era sufficiente partecipare a una riunione Zoom con condivisione dello schermo. Il problema interessava Windows, macOS, Linux, iOS e Android ed è stato corretto sui server e sui client.
La falla sfruttava le annotazioni dello schermo
Il componente interessato era il protocollo proprietario usato per aggiungere segni, testi ed elementi grafici sopra lo schermo condiviso. I client Zoom devono ricevere e ricostruire in tempo reale i dati inviati dagli altri partecipanti. Un errore nella gestione di questi messaggi poteva provocare una corruzione della memoria e permettere a un partecipante malevolo di eseguire codice sul dispositivo di un altro utente.
Lo scenario era insidioso perché non richiedeva interazioni visibili della vittima. L’attacco poteva essere avviato durante una riunione normale, sfruttando una funzione secondaria considerata innocua. Le vulnerabilità sono state associate ai codici CVE-2026-53413 e CVE-2026-53414: una consentiva l’esecuzione di codice, l’altra poteva causare un blocco del client.
Il rischio non riguardava soltanto il singolo computer. Su un dispositivo aziendale compromesso potrebbero essere presenti credenziali, token, documenti o collegamenti alla rete interna. L’aggressore potrebbe quindi tentare un movimento laterale verso altre risorse dell’organizzazione. Il fatto che l’ingresso coincida con una normale riunione di lavoro rende il vettore difficile da distinguere da un’attività legittima.
L’AI riduce i tempi della ricerca
La scoperta è rilevante anche per il metodo utilizzato. A Security ha riferito di aver impiegato meno di 20 prompt con un modello AI pubblico per orientarsi nel codice, formulare ipotesi sul protocollo e arrivare a un exploit funzionante. I ricercatori hanno stimato che, senza questi strumenti, sarebbe potuto servire un gruppo di circa cinque persone impegnato per sei mesi. La stima non è universale, ma evidenzia la possibile riduzione dei tempi tra analisi e verifica.
L’AI non sostituisce il ricercatore: accelera la lettura del codice, propone test e aiuta a correggere gli errori. Lo stesso vantaggio può essere usato dai produttori per controllare componenti poco esaminati, soprattutto quelli proprietari e privi di documentazione pubblica. Il caso Zoom dimostra però che la capacità è a doppio uso: se la ricerca difensiva diventa più veloce, anche gli aggressori possono ridurre i tempi di scoperta e sfruttamento.
Zoom ha distribuito correzioni lato server e lato client. Gli utenti dovrebbero aggiornare Zoom Workplace almeno alla versione 7.1.5 o 7.0.6, in base al ramo utilizzato; sono disponibili aggiornamenti anche per VDI Client, Zoom Rooms e Meeting SDK. La vicenda ricorda che ogni funzione capace di ricevere dati da partecipanti remoti, anche un semplice strumento di annotazione, fa parte della superficie di attacco. Patch tempestive e monitoraggio degli endpoint diventano quindi essenziali.