I cookie banner, tanto voluti in sede europea, avrebbero dovuto permettere agli utenti di decidere se autorizzare o meno il tracciamento online. Nella pratica si sono trasformati in una presenza quasi automatica: finestre che occupano lo schermo, pulsanti Accetta tutto messi in evidenza, opzioni di rifiuto meno visibili e schermate secondarie piene di interruttori, categorie e fornitori difficili da valutare.
La campagna europea Kill The Cookie Banner parte da una constatazione ormai difficile da ignorare: ripetere la stessa domanda su ogni sito non produce necessariamente un consenso consapevole. Più spesso abitua l’utente a eliminare l’ostacolo nel modo più rapido possibile.
L’iniziativa sostiene quindi una soluzione radicalmente diversa: registrare una volta nel browser le preferenze relative al tracciamento e comunicarle automaticamente ai siti visitati. L’utente potrebbe scegliere di accettare, rifiutare o limitare determinati trattamenti senza interagire continuamente con finestre sovrapposte ai contenuti.
Riprendete i nostri articoli di alcuni anni fa: già in “tempi non sospetti” sostenevamo che il controllo dei cookie e le preferenze relative alla loro gestione dovessero restare sotto il pieno controllo del browser web.
Il problema non sono realmente i cookie
L’espressione cookie banner può generare un equivoco: un sito web non deve chiedere il consenso per ogni cookie e non tutti i cookie servono a “seguire” gli utenti negli “spostamenti” da una pagina all’altra.
I cookie tecnici possono, per esempio, mantenere attiva una sessione autenticata, conservare il contenuto di un carrello o ricordare una preferenza richiesta esplicitamente dall’utente. Simili operazioni non richiedono il consenso preventivo quando risultano indispensabili per fornire il servizio richiesto.
La questione riguarda i cookie di tracciamento utilizzati, spesso da soggetti terzi, per finalità non necessarie lato utente: pubblicità personalizzata, profilazione, misurazione individuale, condivisione con terze parti, identificazione tra siti differenti e ricostruzione del comportamento nel tempo.
Il consenso trasformato in un ostacolo da superare
I promotori dell’iniziativa Kill The Cookie Banner affermano che fino al 90% degli utenti finisce per accettare il tracciamento, mentre soltanto una percentuale molto ridotta lo sceglierebbe spontaneamente. Si tratta di dati presentati dalla campagna e da leggere nel quadro della sua attività di sensibilizzazione, non di una misura universale applicabile a ogni sito e Paese.
Tra i sostenitori di Kill The Cookie Banner vi sono alcune delle principali organizzazioni europee e internazionali per i diritti digitali e la tutela dei consumatori: noyb, fondata da Max Schrems, BEUC, European Digital Rights (EDRi) ed Electronic Frontier Foundation (EFF). La campagna chiede che le preferenze sulla privacy siano impostate una sola volta nel browser o nel dispositivo e rispettate automaticamente dai siti via via vistati.
Nell’impianto attuale, sostengono i detrattori, la scelta più favorevole al sito spesso chiude immediatamente il messaggio. Il rifiuto, invece, può richiedere l’apertura di un pannello, lo scorrimento di un elenco, la disattivazione di varie categorie e una conferma finale. In altri casi il comando Rifiuta tutto appare meno evidente, ha dimensioni inferiori oppure assume l’aspetto di un collegamento secondario.
Quando l’accettazione diventa un riflesso
Una richiesta eccezionale può attirare l’attenzione, una richiesta mostrata continuamente perde invece significato.
L’utente che incontra un banner su quasi ogni nuovo dominio sviluppa una risposta automatica: individua il pulsante che permette di proseguire e lo preme. Non esamina l’elenco dei fornitori, non confronta le basi giuridiche e non valuta le conseguenze delle singole finalità. Vuole semplicemente leggere l’articolo, fruire subito di un contenuto, consultare un orario o completare l’operazione per cui ha aperto la pagina.
Non si tratta necessariamente di pigrizia o disinteresse: il costo richiesto all’individuo risulta incompatibile con il normale utilizzo della rete. Ed è per questo che il cookie banner è “nato male”, come motivavamo ai tempi, fin dall’inizio portando al fenomeno della cosiddetta cookie consent fatigue.
La proposta: una preferenza impostata nel browser
La Commissione europea ha inserito nella proposta Digital Omnibus del novembre 2025 un meccanismo per esprimere le scelte tramite segnali automatizzati e leggibili. Il nuovo articolo 88b proposto per il GDPR riguarda proprio le indicazioni tecniche attraverso cui una persona potrebbe comunicare consenso, rifiuto od opposizione senza ripetere manualmente l’operazione su ogni servizio.
Il principio è simile a quello già usato per altre preferenze. Il browser comunica normalmente ai server alcune informazioni tecniche, come le lingue accettate o le capacità supportate. Potrebbe quindi trasmettere anche una scelta sulla profilazione:
- nessun consenso al tracciamento non necessario;
- consenso limitato a determinate finalità;
- eventuale disponibilità a ricevere una richiesta specifica;
- revoca automatica di un’autorizzazione precedentemente concessa.
Un sito che riceve un segnale valido dovrebbe rispettarlo senza mostrare un banner cookie. L’interfaccia potrebbe rimanere disponibile nelle impostazioni del browser per chi desidera cambiare decisione globalmente oppure definire eccezioni per singoli domini.
Anche perché i “poveri” cookie hanno raccolto enorme attenzione e sono rimasti per anni nell’occhio del ciclone ma “sotto cenere” si nasconde l’annoso tema del fingerprinting lato browser che la normativa conosce o “fa finta” di conoscere. Per non parlare di ciò che avviene lato app sui dispositivi mobili: mentre ci si affanna a mostrare sul web cookie banner, le app mobili sono un vero e proprio far west. Ancora oggi, nel 2026. Con buona pace del Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) e dei vari Garanti nazionali.
Perché il vecchio Do Not Track non ha funzionato
L’idea di comunicare una preferenza direttamente dal browser non è nuova. Il segnale Do Not Track, conosciuto anche come DNT, permetteva al programma di navigazione di trasmettere un’intenzione contraria al tracciamento.
Il progetto non produsse però l’effetto sperato. Nella maggior parte dei contesti il segnale non aveva valore giuridicamente vincolante e i siti potevano semplicemente ignorarlo. Mancava inoltre una definizione universalmente condivisa di ciò che “non tracciare” avrebbe dovuto vietare: pubblicità personalizzata, misurazione delle conversioni, analisi delle visite, conservazione lato server o tutte queste attività insieme.
Alla fine, un segnale tecnico acquista efficacia soltanto quando esiste l’obbligo di rispettarlo: senza conseguenze per chi lo ignora, resta una dichiarazione volontaria. E non ci voleva un esperto per capire che costruire un impianto normativo sull’idea di Do Not Track senza “reinventare la ruota” sarebbe stato molto più conveniente: una decisione presa una volta avrebbe sostituito centinaia di interazioni quasi identiche con altrettanti, controproducenti, cookie banner.
Il browser potrebbe diventare il vero pannello della privacy
Affidare la scelta al browser presenta un altro vantaggio: l’interfaccia sarebbe uniforme. Oggi ogni sito stabilisce autonomamente terminologia, colori, categorie e successione dei passaggi. La persona deve ogni volta comprendere dove si trovi il rifiuto, quali opzioni risultino attive e se il comando finale salvi davvero la configurazione.
Con un pannello centrale, le medesime preferenze apparirebbero sempre nello stesso luogo e con lo stesso significato: Firefox, Chrome, Safari, Edge e gli altri browser potrebbero mostrare controlli comprensibili, accessibili anche da tastiera e compatibili con le tecnologie assistive.
Il browser, tuttavia, non dovrebbe trasformarsi in un nuovo strumento di pressione: le impostazioni iniziali, la formulazione delle domande e gli eventuali suggerimenti del produttore potrebbero influenzare le decisioni quanto gli attuali banner. Servirebbero quindi specifiche comuni e controlli sui dark pattern anche a questo livello.
D’altra parte, pur attendendosi puntualmente, alle preferenze espresse dagli utenti l’editore potrebbe eventualmente spiegare i vantaggi che un consenso potrebbe introdurre perché è palese: buona parte delle realtà online si sostengono con la pubblicità, diversamente è necessario introdurre altre forme di monetizzazione per pagare stipendi e affrontare i costi di esercizio.
Non basta nascondere il cookie banner con un’estensione!
Strumenti come uBlock Origin, Consent-O-Matic e le liste dedicate possono rimuovere i cookie banner oppure selezionare automaticamente alcune opzioni. Sono utili per migliorare la navigazione, ma non equivalgono necessariamente a una preferenza giuridicamente riconosciuta.
Nascondere un elemento HTML non garantisce che gli script di tracciamento non siano già partiti. Un’estensione può eliminare la finestra senza inviare un rifiuto alla piattaforma di gestione del consenso; in altri casi riesce a interagire correttamente solo con banner conosciuti e configurazioni previste dalle sue regole.
Consent-O-Matic, per esempio, si basa su descrizioni dei sistemi di consenso e tenta di compilare automaticamente le scelte. Se il sito cambia struttura, utilizza un’implementazione personalizzata o collega in modo errato la piattaforma agli script pubblicitari, l’automazione può non funzionare.
Il segnale del browser non eliminerebbe automaticamente simili problemi: renderebbe però più semplice controllare il comportamento atteso. Con una preferenza negativa ricevuta, i siti non hanno titolo per caricare alcun tracker non autorizzato.
Tanto le lobby che offrono (anch’esse lautamente remunerate) tool per la gestione dei cookie banner saranno certamente in grado di individuare nuovi meccanismi per monetizzare i loro know how…