C’è un dato che in queste ore sta accedendo una vibrante discussione. Secondo StatCounter, che ha appena pubblicato i dati di giugno 2026 relativi alle quote di mercato dei sistemi operativi, Windows sarebbe sceso al 56,6% mentre Linux arriva globalmente, per la prima volta, al 4,4%. La soglia psicologica è potente perché Windows risulta sotto il 60% per la prima volta nella serie desktop pubblicata dal servizio. Ma è davvero così? Quanto sono attendibili questi dati?
Perché il crollo di Windows, sotto il 60% nei dati StatCounter, va letto con cautela
Il primo rischio è confondere una quota di traffico con una quota di macchine installate. StatCounter ricava le proprie statistiche da oltre un milione di siti che usano il suo codice analytics e da miliardi di pagine viste mensili. In pratica, quando un browser visita una pagina monitorata, il servizio analizza informazioni come lo user agent e altri segnali utili a classificare browser, sistema operativo e tipo di dispositivo utilizzo da ciascun utente.
Il fatto è che i browser web non comunicano più queste informazioni in modo “affidabile” così come avveniva in passato. Browser, estensioni anti-tracciamento, impostazioni contro il fingerprinting, proxy, ambienti virtualizzati e così via possono alterare o ridurre i dati esposti al server.
Un PC Windows può quindi tranquillamente finire in una categoria anomala se il browser non viene classificato correttamente; allo stesso modo, un sistema Linux con user agent modificato non contribuisce a dare forza alla voce “Linux”.
Per questo il crollo di Windows al 56,6% non dimostra, da solo, che decine di milioni di utenti abbiano abbandonato Windows in poche settimane. Mostra piuttosto che, nel campione StatCounter di giugno 2026, una quota enorme di traffico desktop non riceve più un’etichetta chiara.
La cartina tornasole è l’aumento, altrettanto vorticoso, del dato relativo ai sistemi operativi Unknown: si tratta delle situazioni in cui il codice di StatCounter non è stato in grado di riconoscere con certezza la piattaforma usata lato client.
Il peso della voce Unknown
Come accennato in precedenza, la crescita dei sistemi Unknown tende a falsare molto la classifica. Dentro questo “contenitore sconosciuto” possono ricadere sistemi Windows o Linux mascherati o mal classificati, traffico automatizzato, browser con protezioni anti-fingerprinting, ambienti aziendali e dispositivi modificati.
Il browser, d’altra parte, non è più un “documento d’identità” del sistema client. Chrome, ad esempio, ha spinto verso la riduzione progressiva dell’uso dell’user agent puntando sugli User-Agent Client Hints; Firefox, Brave e Tor Browser adottano approcci differenti per limitare il fingerprinting. Alcuni browser uniformano o riducono le informazioni esposte, altri permettono di modificarle tramite le estensioni.
Il risultato è un Web in cui il rilevamento statistico del sistema operativo diventa meno pulito di quanto fosse nell’epoca di Windows XP, Internet Explorer e stringhe user agent particolarmente “chiacchierone”.
OS X e macOS separati: perché il grafico va letto con attenzione
C’è un altro dato degno di nota: StatCounter separa “OS X” e “macOS”. A giugno 2026 il primo vale l’11,9%, il secondo 4,2%.
Apple ha rinominato OS X in macOS nel 2016, con macOS Sierra. La spiegazione più probabile nella separazione tra i due dati sta nei segnali usati per classificare i sistemi: vecchie denominazioni, versioni interne, stringhe compatibili e identificatori storici possono restare in circolazione molto a lungo.
Sommare OS X e macOS offre una fotografia più sensata della presenza Apple desktop: oltre il 16% è il dato mondiale del market share a giugno 2026.
Anche qui, però, bisogna evitare conclusioni affrettate. OS X non indica necessariamente un parco enorme di Mac fermi a versioni antiche; può riflettere semplicemente la logica di classificazione adottata dal servizio. Lo stesso problema vale, in modo diverso, per Linux.
Linux cresce, ma il 10% non è dietro l’angolo per magia
La quota di Linux al 4,4% è rilevante (ipotizziamo che potrebbe superare il 5% ricalcolando l’Unknown): per anni il desktop Linux ha oscillato intorno a numeri molto più bassi, spesso sotto il 2%.
Oggi la situazione tecnica è diversa: le distribuzioni principali gestiscono meglio firmware, GPU, audio, Bluetooth, Wayland, HiDPI, sospensione, filesystem moderni e aggiornamenti grafici. Ubuntu, Linux Mint, Fedora, Debian, openSUSE, Arch e derivate specializzate come Bazzite o CachyOS intercettano pubblici diversi, dal principiante al giocatore, dallo sviluppatore all’utente che vuole recuperare un portatile non compatibile con Windows 11.
Il salto verso il 10%, però, non dipende solo dalla qualità delle singole distro Linux: serve disponibilità commerciale.
Dell, Lenovo, System76, Tuxedo, Slimbook e Framework mostrano che i laptop Linux non sono un’utopia. Molti modelli Linux-ready o Linux-certified, tuttavia, appartengono a fasce business, workstation o configurazioni acquistabili online; mancano spesso nella grande distribuzione, accanto ai notebook Windows da poche centinaia di euro.
Un portatile con Linux preinstallato a 250-300 euro potrebbe, secondo alcuni osservatori, fare faville anche se oggi i costi di RAM e SSD rendono quella soglia di prezzo meno raggiungibile concretamente rispetto a qualche anno fa.
Linux oltre il desktop: server, cloud e Android raccontano quanto sia davvero utilizzato
Il desktop rappresenta solo la parte più visibile per l’utente comune, non quella in cui Linux pesa di più. Fuori dai PC tradizionali, il kernel Linux e le distribuzioni derivate sono centrali.
Si calcola che quasi l’80% dei server Web visibili su Internet sia alimentato dal “pinguino”; nel cloud computing, realtà come AWS ospitano l’83,5% delle istanze EC2 su Linux, mentre Microsoft Azure conta il 62% di macchine virtuali basate su Linux. Su Google Cloud, secondo dati Statista, la quota sale a circa il 92% per le VM costruite su Linux. A questa diffusione va aggiunto Android: il sistema operativo mobile di Google, installato su miliardi di dispositivi, utilizza infatti il kernel Linux come base tecnica.
A questo quadro si sommano altri ambiti in cui Linux ha un ruolo decisivo: sistemi embedded, apparati di rete, dispositivi IoT, automotive, infrastrutture industriali e supercomputer, dove il kernel Linux è scelto per flessibilità, modularità, stabilità e possibilità di adattamento a hardware molto diversi.
Il settore gaming: Proton ha cambiato tutto, gli anti-cheat restano uno scoglio
Proton, il layer di compatibilità sviluppato da Valve a partire da Wine e integrato in Steam, ha reso eseguibili su Linux migliaia di giochi Windows senza configurazioni manuali. Steam Deck ha poi dato una spinta enorme: SteamOS è una distribuzione Linux, usa KDE Plasma nella modalità desktop e ha portato molti sviluppatori a considerare Linux come piattaforma reale.
La Steam Hardware & Software Survey di maggio 2026 indicava Linux al 4% circa tra gli utenti Steam, sopra macOS al 2,2%, ma ancora lontanissimo da Windows al 94%. Il dato Steam non misura il mercato desktop generale, perché fa riferimento a giocatori che accettano un sondaggio volontario; resta però utile per capire come si sta muovendo il mercato.
Il problema più pesante restano le soluzioni anti-cheat. Easy Anti-Cheat e BattlEye supportano Proton quando gli sviluppatori abilitano la compatibilità, ma molti giochi competitivi restano bloccati o funzionano solo parzialmente. Are We Anti-Cheat Yet, progetto comunitario che censisce la compatibilità dei titoli con GNU/Linux e Wine/Proton, mostra una realtà frammentata: alcuni giochi risultano supportati, altri avviabili, molti ancora non possono funzionare.
La compatibilità dipende da decisioni commerciali e di sicurezza prese dai publisher: un anti-cheat a livello kernel su Windows lavora con presupposti molto diversi rispetto a un gioco eseguito tramite Proton su Linux. Gli sviluppatori temono bypass, superfici d’attacco diverse, costi di supporto e responsabilità.
Windows 10, requisiti di Windows 11 e hardware ancora valido
La crescita di Linux va letta anche alla luce del ciclo di vita di Windows 10. Microsoft ha terminato il supporto standard il 14 ottobre 2025 e consente l’accesso agli aggiornamenti di sicurezza estesi per Windows 10 versione 22H2 fino al 12 ottobre 2027, secondo le condizioni aggiornate del programma ESU consumer. Gli aggiornamenti ESU coprono patch critiche e importanti, non nuove funzioni o correzioni generiche.
Per molti utenti domestici e piccoli uffici, il bivio è cruciale: restare su Windows 10 con copertura limitata, passare a Windows 11 se il PC rispetta i requisiti, comprare un nuovo computer oppure installare Linux (in un altro articolo abbiamo approfondito cosa cambia tra Windows e Linux). Il passaggio a Windows 11 richiede almeno 4 GB di RAM, 64 GB di storage, firmware UEFI con Secure Boot, scheda grafica DirectX 12 con driver WDDM 2.0, schermo HD e soprattutto TPM 2.0. A questi requisiti si aggiunge la lista di CPU supportate, che ha escluso molte macchine ancora adeguate per navigazione, scrittura, posta, streaming e altre attività abituali.
Linux, al contrario, può girare bene su hardware più datato, a patto di scegliere ambiente desktop e distribuzione con criterio. Xfce, MATE e LXQt restano adatti a macchine modeste; GNOME e KDE Plasma richiedono più risorse ma offrono un’esperienza più moderna.
Il fatto è che non tutti gli utenti vogliono scegliere: una persona abituata a Windows non cerca un sistema operativo “libero” in senso filosofico; cerca stampante funzionante, browser, videochiamate, Office o un sostituto credibile, online banking, supporto SPID/CIE, backup e aggiornamenti senza sorprese. Parlando di passaggio da Windows 10 a Linux tra verità e falsi miti abbiamo detto che la chiave è sempre la consapevolezza.
E in un altro articolo abbiamo visto come passare a Linux da zero, senza problemi. Per chi fosse davvero determinato a compiere “il grande salto”.