Le piste che attraversano una scheda madre sembrano semplici collegamenti metallici, ma alle velocità raggiunte da DDR5 e PCI Express non si comportano più come fili tradizionali. Ogni linea forma una struttura elettromagnetica insieme al materiale isolante e al piano di riferimento sottostante; larghezza, spessore, distanza dagli altri conduttori e rugosità superficiale influenzano la qualità del segnale. Eppure, nonostante decenni di ricerca su alluminio, argento, grafene e collegamenti ottici, il materiale dominante resta sempre lo stesso: il rame.
La sua presenza nei circuiti stampati risale ai primi PCB prodotti industrialmente tra gli anni ’40 e ’50 del novecento. Da allora sono cambiati quasi tutti gli altri elementi: le schede sono passate da uno o due strati a stack-up che, nei sistemi più complessi, possono superare i 20 livelli; le frequenze operative sono aumentate di diversi ordini di grandezza e i collegamenti paralleli hanno lasciato spazio a interfacce seriali ad alta velocità. PCIe 6.0 trasferisce 64 GT/s per linea usando quattro livelli di tensione, mentre DDR5 ha portato le memorie desktop e server oltre 6.400 MT/s nelle specifiche JEDEC, con implementazioni commerciali ancora più spinte.
Il rame non è rimasto al suo posto per inerzia industriale: la combinazione tra conducibilità elettrica, capacità di dissipare calore, lavorabilità e costo continua a renderlo difficilmente sostituibile.
Nella trattazione a seguire, abbiamo scelto di presentare alcuni fenomeni elettromagnetici e aspetti costruttivi in forma semplificata, senza alterarne il significato tecnico essenziale.
Le piste delle schede madri sono ancora in rame
La resistività elettrica del rame puro a temperatura ambiente si colloca intorno a 1,68 x 10-8 ohm metro. L’argento conduce leggermente meglio, mentre l’alluminio presenta una resistività vicina a 2,82 x 10-8 ohm metro. Tradotto in termini pratici, una pista di alluminio deve avere una sezione sensibilmente maggiore per offrire una resistenza paragonabile a quella di una pista in rame. L’argento conduce solo circa il 5-6% meglio del rame.
Su una scheda madre lo spazio a disposizione è un aspetto fondamentale: tra socket, slot DIMM, connettori PCIe, regolatori di tensione e decine di controller, i progettisti devono instradare migliaia di connessioni attraverso aree molto ristrette. Usare un conduttore meno efficiente imporrebbe piste più larghe, più spesse o entrambe le cose; aumenterebbero così il numero di strati, le dimensioni del PCB e la complessità della produzione.

Il rame possiede una conducibilità termica di circa 400 W/mK, cioè trasferisce 400 watt di calore attraverso un metro di materiale per ogni grado di differenza di temperatura; l’alluminio si ferma indicativamente a 235 W/mK. Le ampie zone metalliche presenti vicino ai VRM, i circuiti che regolano la tensione destinata al processore e agli altri componenti, ai controller e agli stadi di alimentazione non trasportano soltanto corrente: distribuiscono il calore su una superficie più grande e lo trasferiscono verso pad termici, dissipatori e strati interni della scheda.

Quando una pista del circuito stampato diventa una linea di trasmissione
Quando un segnale cambia stato molto rapidamente, una pista del circuito stampato non può più essere considerata un semplice collegamento elettrico tra due punti. Se il tempo impiegato dal segnale per percorrerla non è trascurabile rispetto alla durata del suo fronte di salita, cioè al passaggio da un livello logico all’altro, la pista deve essere progettata come una linea di trasmissione. In pratica, non conta soltanto la corrente che scorre nel rame: il segnale si propaga attraverso il campo elettromagnetico che si forma tra la pista, il materiale isolante del PCB e il piano metallico di riferimento, normalmente costituito da un piano di massa continuo; in alcune configurazioni può essere utilizzato anche un piano di alimentazione, purché il percorso di ritorno della corrente ad alta frequenza sia adeguatamente controllato.

Le piste ad alta velocità possono assumere principalmente due configurazioni. Nella struttura detta microstrip, la pista corre su uno strato esterno della scheda e ha sotto di sé un piano di riferimento. Nella configurazione stripline, invece, la pista si trova su uno strato interno, racchiusa tra due piani metallici. Sono termini inglesi comunemente usati anche nella documentazione tecnica italiana.
In entrambi i casi, la pista deve mantenere una determinata impedenza caratteristica, per esempio 50 ohm per una linea singola o circa 85-100 ohm per una coppia differenziale, a seconda dell’interfaccia e delle specifiche di progetto. Il valore dipende dalla larghezza e dallo spessore della pista, dalla distanza dal piano di riferimento e dalle proprietà elettriche del materiale isolante. Anche variazioni molto piccole nella geometria del circuito possono alterare l’impedenza, generare riflessioni del segnale e ridurre il margine disponibile prima che compaiano errori di trasmissione.

Utilizzo delle coppie differenziali
Interfacce come PCIe, USB e SATA utilizzano coppie differenziali: il segnale viaggia su due piste affiancate, sulle quali le tensioni variano in modo complementare rispetto a un livello comune.
Il ricevitore misura principalmente la differenza di tensione tra le due linee, anziché interpretarne separatamente il valore rispetto alla massa; può così attenuare i disturbi che si accoppiano in modo simile su entrambe.

Una variazione improvvisa della distanza tra le piste, un foro di collegamento tra gli strati collocato male o una discontinuità nel piano di riferimento possono squilibrare la coppia. Il segnale differenziale può così convertirsi in parte in un segnale di modo comune, producendo una componente di tensione che varia nello stesso modo su entrambi i conduttori. Le conseguenze possono includere maggiore emissione elettromagnetica, rumore e jitter, vale a dire piccole variazioni temporali nell’istante in cui i bit arrivano al ricevitore.
Il rame si presta bene a queste lavorazioni perché l’industria dei circuiti stampati dispone di processi molto precisi per depositarlo, aumentarne lo spessore mediante una lavorazione galvanica e rimuoverlo selettivamente con procedimenti fotolitografici e chimici. Un PCB parte infatti da strati isolanti rivestiti con sottili fogli di rame; il materiale non necessario viene eliminato, lasciando soltanto piste, pad e piani metallici.
I diversi strati sono poi allineati e pressati per formare un’unica scheda. I collegamenti verticali tra un livello e l’altro si realizzano mediante via, piccoli fori con pareti metallizzate. Esistono via passanti, che attraversano l’intero PCB; via ciechi, o blind via, che collegano uno strato esterno a uno o più strati interni; via interrati, o buried via, presenti soltanto tra strati interni; infine i microvia, fori di diametro molto ridotto usati soprattutto nei circuiti ad alta densità.
Lo spessore del rame: utile per la potenza, meno decisivo per i dati
Storicamente, l’industria statunitense dei circuiti stampati ha espresso lo spessore dei fogli di rame in once per piede quadrato. Un’oncia corrisponde, dopo la lavorazione, a circa 35 micrometri. Nelle schede madri si possono incontrare strati più pesanti nelle aree dedicate all’alimentazione, soprattutto vicino ai convertitori che forniscono centinaia di ampere a CPU e GPU.
Aumentare la sezione riduce la resistenza in corrente continua e limita la caduta di tensione: raddoppiare lo spessore, tuttavia, non implica un miglioramento automatico di un canale PCIe o DDR. Alle alte frequenze entra in gioco lo skin effect o effetto pelle: la corrente tende a concentrarsi vicino alla superficie del conduttore, mentre la parte centrale contribuisce sempre meno al trasporto.
La profondità di penetrazione nel rame è di circa 2,1 micrometri a 1 GHz e scende a circa 0,5 micrometri a 16 GHz.
PCIe 6.0 utilizza la modulazione PAM4 (tecnica di trasmissione dati ad alta velocità che utilizza quattro diversi livelli di tensione per ciascun impulso) e trasmette 32 miliardi di simboli al secondo (32 gigabaud). A velocità così elevate, la corrente associata al segnale non attraversa in modo uniforme tutto lo spessore della pista, ma tende a concentrarsi vicino alla superficie del rame. Alle frequenze più importanti per PCIe 6.0, la corrente penetra nel conduttore soltanto per una frazione di micrometro, mentre una comune pista è spessa circa 35 micrometri. Aumentare ulteriormente lo spessore del rame, quindi, riduce solo in misura limitata le perdite del segnale ad alta frequenza, perché la parte più interna del metallo contribuisce poco alla conduzione. Il rame più spesso resta invece utile per trasportare correnti elevate, limitare le cadute di tensione, distribuire il calore e migliorare la robustezza del circuito stampato.

La rugosità microscopica può attenuare il segnale
I fogli di rame non hanno una superficie perfettamente liscia: una certa rugosità facilita l’adesione alla resina del circuito stampato, evitando separazioni durante la laminazione, la saldatura e i cicli termici. Alle frequenze elevate, però, la stessa caratteristica diventa una fonte di perdita.
Poiché la corrente scorre soprattutto nello strato esterno del metallo, deve seguire le asperità della superficie. Il percorso effettivo si allunga e la resistenza cresce rispetto a quella prevista da un modello basato su un conduttore perfettamente piatto. Il fenomeno assume un peso significativo quando l’altezza dei picchi superficiali diventa comparabile con la profondità di penetrazione.
Per i canali più esigenti si usano quindi fogli VLP e HVLP, sigle che indicano rame a profilo molto basso o estremamente basso. Non si tratta di un rivestimento miracoloso: il produttore deve trovare un equilibrio tra levigatezza e adesione, spesso ricorrendo a trattamenti chimici specifici sul lato rivolto verso il dielettrico.
La scelta può cambiare sensibilmente la perdita d’inserzione su piste lunghe. Su un collegamento di pochi centimetri la differenza potrebbe risultare trascurabile; su una linea che attraversa una scheda server, passa attraverso più via e raggiunge un connettore, ogni frazione di decibel consuma una parte del budget disponibile.
PCI Express 6.0 rende il margine molto più stretto
PCI Express 6.0 raddoppia la velocità di trasferimento rispetto a PCIe 5.0, passando da 32 a 64 GT/s per ciascuna linea.
La sigla GT/s indica il numero di trasferimenti effettuati ogni secondo, non direttamente la quantità di bit utili trasmessi.
Il baud rate, invece, misura quanti simboli elettrici sono inviati ogni secondo.
PCIe 5.0 usa la codifica NRZ, nella quale ogni simbolo può assumere due livelli di tensione e rappresenta quindi un solo bit; per raggiungere 32 GT/s deve trasmettere 32 miliardi di simboli al secondo, cioè 32 gigabaud. PCIe 6.0 mantiene lo stesso baud rate, ma adotta la modulazione PAM4: ogni simbolo può assumere quattro diversi livelli di tensione e trasporta due bit invece di uno. In questo modo il collegamento raggiunge 64 GT/s senza raddoppiare il numero di simboli inviati ogni secondo. Il vantaggio è una maggiore capacità di trasferimento a parità di baud rate; lo svantaggio è che i quattro livelli elettrici risultano più vicini tra loro e quindi più sensibili a rumore, attenuazione e distorsioni del segnale.

Anche il materiale isolante influenza la qualità del segnale
Le prestazioni di una pista non dipendono soltanto dal rame. Il segnale si propaga infatti attraverso il campo elettromagnetico che si forma tra la pista e il piano metallico di riferimento, attraversando il materiale isolante del circuito stampato. Per descrivere il comportamento di questo materiale si considerano soprattutto due parametri: la costante dielettrica, indicata con Dk, e il fattore di dissipazione, abbreviato in Df.
La Dk indica quanto il materiale isolante rallenta la propagazione del segnale rispetto al vuoto. Influisce anche sull’impedenza della pista: a parità di geometria, un valore diverso di Dk modifica il comportamento elettrico del collegamento. Non conta soltanto il valore dichiarato dal produttore, ma anche la sua stabilità al variare della frequenza, della temperatura e dell’orientamento delle fibre di vetro presenti nel laminato. Variazioni eccessive possono introdurre differenze nei tempi di arrivo dei segnali e rendere più difficile mantenere l’impedenza prevista dal progetto.
Il Df misura invece quanta parte dell’energia del segnale viene dispersa nel materiale isolante e trasformata in calore. Più il valore è elevato, maggiori sono le perdite lungo la pista. Su collegamenti brevi e relativamente lenti l’effetto può essere trascurabile; diventa molto più importante quando aumentano la frequenza, la lunghezza delle piste e la velocità delle interfacce.
Perché non usare argento, alluminio o grafene
Abbiamo visto che l’argento ha una conducibilità superiore a quella del rame, ma costa molto di più e pone problemi di migrazione elettrochimica e solforazione. Nei PCB compare soprattutto come finitura superficiale, non come materiale di base per tutte le piste.
L’alluminio costa meno e pesa meno, ma la minore conducibilità richiede sezioni maggiori. Il suo ossido superficiale complica inoltre saldatura, placcatura e realizzazione affidabile dei fori metallizzati. Trova spazio nei circuiti metal-core per LED e moduli di potenza, dove una base in alluminio contribuisce alla dissipazione; le piste continuano comunque a essere normalmente realizzate in rame sopra uno strato isolante.
Il grafene offre proprietà interessanti su scala microscopica, ma trasformarle in una produzione di massa è tutt’altra cosa. Servirebbero film uniformi, processi di deposizione ripetibili, contatti a bassa resistenza e compatibilità con laminazione, foratura, galvanica e saldatura. Inoltre, l’elevata mobilità dei portatori in un campione di laboratorio non equivale automaticamente a una minore resistenza su una pista reale, larga pochi centesimi di millimetro e collegata a pad metallici.
Esistono poi interconnessioni ottiche o co-packaged optics, molto promettenti per collegamenti ad altissima banda nei data center. Non eliminano però la necessità del rame su una scheda madre: alimentazione, segnali di controllo e connessioni a breve distanza restano elettriche. La conversione tra dominio ottico ed elettronico aggiunge inoltre costo, consumo e complessità.
Il vero vantaggio del rame è anche industriale
Un materiale può avere ottime proprietà teoriche e fallire sul piano produttivo. L’intera industria dei PCB dispone di processi maturi per il rame: laminazione, incisione, deposizione galvanica, metallizzazione dei fori, finiture e saldatura. Esistono fornitori qualificati, parametri di processo consolidati e strumenti capaci di simulare il comportamento delle piste prima della produzione.
Anche la distribuzione del rame tra gli strati richiede attenzione. Zone fortemente sbilanciate possono favorire deformazioni durante la pressatura e i cicli termici; per limitarle si aggiungono aree di compensazione e si cura la simmetria dello stack-up. I produttori devono inoltre verificare quanto l’incisione chimica assottigli lateralmente le piste rispetto al disegno originale, controllare lo spessore effettivo del rame dopo la deposizione galvanica e assicurarsi che i vari strati del PCB risultino perfettamente allineati tra loro.
Come si controlla la qualità elettrica delle piste
Una volta realizzato il prototipo, i progettisti verificano che le piste si comportino davvero come previsto. Uno degli strumenti utilizzati è il TDR, acronimo di Time Domain Reflectometer, cioè riflettometro nel dominio del tempo. Lo strumento invia lungo la pista un impulso molto rapido e osserva le eventuali riflessioni che tornano indietro. Se la larghezza della pista cambia, il segnale attraversa un via oppure varia la distanza dal piano di riferimento, l’impedenza non resta costante e una parte dell’impulso viene riflessa. Dal tempo impiegato dalla riflessione per tornare allo strumento è possibile stimare anche il punto della pista in cui si trova la discontinuità.
Per misurare quanto il segnale si indebolisce durante il percorso si usa invece un analizzatore di rete vettoriale, spesso abbreviato in VNA. Lo strumento permette di valutare la perdita d’inserzione, cioè quanta energia si perde tra l’ingresso e l’uscita del collegamento, e la diafonia, vale a dire il disturbo che una pista può indurre su quelle vicine. Le misure si eseguono su apposite piste di prova integrate nel PCB, progettate per rappresentare in modo controllato i collegamenti reali della scheda.
Sostituire il rame non significherebbe soltanto acquistare un altro metallo: occorrerebbe riprogettare chimica, macchinari, controlli, modelli elettrici e procedure di assemblaggio. Un’alternativa dovrebbe quindi offrire un vantaggio enorme, non un miglioramento marginale.
Il rame resterà, ma sarà usato in modo sempre più raffinato
Le schede madri delle prossime generazioni non potranno limitarsi ad aggiungere più rame. Alle velocità di PCIe, DDR e delle interfacce seriali più recenti, ogni dettaglio può avere un impatto enorme: la rugosità della superficie, il materiale isolante, la lunghezza delle piste, la forma dei via e perfino il modo in cui il segnale attraversa un connettore. Per ridurre le perdite serviranno quindi fogli di rame più lisci, laminati con un fattore di dissipazione più basso, collegamenti più corti e geometrie progettate con tolleranze sempre più strette.
Aumenterà anche l’impiego dei retimer, circuiti che ricevono un segnale ormai degradato, ne ricostruiscono temporizzazione e livelli elettrici e lo trasmettono nuovamente.
Diventeranno più importanti anche i connettori progettati per frequenze elevate e le simulazioni elettromagnetiche tridimensionali, utili per studiare punti critici come cambi di strato, via, socket e zone in cui il percorso del segnale non segue più una geometria semplice.
Il rame, insomma, non è un conduttore perfetto. Alle alte frequenze la corrente si concentra vicino alla superficie; la rugosità aumenta le perdite, mentre resistenza e riscaldamento continuano a imporre limiti concreti. Eppure nessun altro materiale riesce ancora a offrire contemporaneamente elevata conducibilità, costi sostenibili, affidabilità e compatibilità con processi produttivi affinati in decenni di esperienza.
Le piste di una scheda madre del 2026 usano lo stesso metallo scelto per i primi circuiti stampati industriali, ma lavorano in condizioni che allora sarebbero sembrate irrealistiche. Il risultato non dipende da una proprietà miracolosa del rame: nasce dalla capacità dei progettisti di controllarne ogni micrometro, trasformando un materiale comune nel supporto di collegamenti capaci di trasferire decine di miliardi di simboli al secondo.