GrapheneOS: l’Android ultra sicuro che protegge davvero i tuoi dati

Analisi tecnica di GrapheneOS: architettura, sicurezza, sandbox Google Play e limiti operativi del sistema Android orientato alla privacy.

GrapheneOS rappresenta una delle evoluzioni più radicali dell’architettura Android in termini di sicurezza e tutela dei dati personali. Nato come progetto indipendente nel 2018 e sostenuto da una fondazione senza scopo di lucro con sede in Canada, si inserisce in un contesto storico segnato dalla crescente concentrazione di servizi digitali nelle mani di pochi fornitori e dalla progressiva erosione della privacy sui dispositivi mobili.

Secondo analisi tecniche indipendenti, la maggior parte degli smartphone commerciali integra servizi con privilegi di sistema che raccolgono telemetria e dati di utilizzo in modo continuativo.

GrapheneOS nasce proprio per rispondere a questa criticità, ridefinendo la base del sistema operativo a partire dal codice dell’Android Open Source Project (AOSP) e introducendo meccanismi di isolamento, hardening e controllo delle autorizzazioni più avanzati rispetto alla soluzione standard.

In Europa, a gennaio 2026, la quota di Android risulta attorno al 60,5% contro il 39% di iOS, un equilibrio che rende evidente quanto il tema aggiornamenti, privacy e controllo delle dipendenze sia ormai trasversale e non più da nicchia. Nello stesso periodo, la frammentazione delle versioni Android rimane significativa: la disponibilità reale delle patch e delle nuove release dipende da vendor, modello e firmware. Non sorprende che quasi 1 miliardo di dispositivi Android sia a rischio attacco. Ed è proprio qui che soluzioni orientate all’hardening come GrapheneOS provano ad alzare l’asticella.

Cos’è GrapheneOS e cosa cambia rispetto ad Android “stock”

Una volta accettata l’idea che Android non è un blocco unico ma una base su cui esistono implementazioni radicalmente diverse, diventa plausibile chiedersi se esista una variante che tratti la superficie d’attacco e la raccolta dati come requisiti di progetto, non come optional.

Non sono pochi gli osservatori che periodicamente preconizzano una situazione in cui uno Stato europeo, improvvisamente indossando la veste di regime totalitario iper-oppressivo, possa spingere verso forme di accesso eccezionale o indebolimenti delle garanzie rispetto ai dispositivi personali dei cittadini.

Al di là della retorica, la vicenda più documentata è la decisione di GrapheneOS di spostare infrastruttura e operatività fuori dalla Francia citando pressioni e rischi legali legati a richieste incompatibili con la sicurezza del sistema. Oltralpe, infatti, GrapheneOS è stato definito, a torto, “il telefono dei criminali“. In realtà gli obiettivi del progetto sono alti e perfettamente trasparenti.

GrapheneOS deriva da AOSP, ma la differenza non è cosmetica: l’obiettivo è ridurre compromessi e assunzioni pericolose in aree come isolamento, mitigazioni contro exploit, gestione delle chiavi e controllo delle autorizzazioni. La scelta più percepibile per chi arriva da un Android tradizionale è l’assenza di integrazione obbligatoria con i servizi Google a livello di sistema, senza però rinunciare a un’esperienza moderna e aggiornata.

Il tratto distintivo è la possibilità di installare Google Play Services come app ordinaria, senza privilegi speciali, facendo leva sul normale isolamento del sistema operativo e su una compatibilità dedicata.

In pratica, l’esecuzione avviene all’interno di una sandbox e non come componente “di sistema” onnisciente: è un approccio diverso da molte ROM che reinseriscono pacchetti Google con privilegi elevati. Se un’app ottiene autorizzazioni ampie, potrà comunque usarle: la differenza sta nel fatto che i servizi Google non partono con un set di permessi impliciti e privilegiati.

Perché proprio i Pixel: sicurezza della catena di avvio e hardware

Chi prova GrapheneOS su uno smartphone Pixel dice che il sistema operativo funziona meglio rispetto all’Android stock.

In realtà la motivazione per cui GrapheneOS si rivolge ai Pixel è tecnica: la piattaforma offre una catena di avvio verificabile, un modello di patching relativamente prevedibile e componenti hardware che abilitano mitigazioni avanzate. La lista dei dispositivi supportati e le finestre minime di supporto sono pubblicate e aggiornate dal progetto (aggiornamento a febbraio 2026):

  • Pixel 10 Pro Fold (rango)
  • Pixel 10 Pro XL (mustang)
  • Pixel 10 Pro (blazer)
  • Pixel 10 (frankel)
  • Pixel 9a (tegu)
  • Pixel 9 Pro Fold (comet)
  • Pixel 9 Pro XL (komodo)
  • Pixel 9 Pro (caiman)
  • Pixel 9 (tokay)
  • Pixel 8a (akita)
  • Pixel 8 Pro (husky)
  • Pixel 8 (shiba)
  • Pixel Fold (felix)
  • Pixel Tablet (tangorpro)
  • Pixel 7a (lynx)
  • Pixel 7 Pro (cheetah)
  • Pixel 7 (panther)
  • Pixel 6a (bluejay)
  • Pixel 6 Pro (raven)
  • Pixel 6 (oriole)

I primi 12 dispositivi nell’elenco, fino al Pixel 8 compreso, non sono solo supportati ma anche consigliati da GrapheneOS.

Due concetti sono centrali: Verified Boot e la presenza del secure element (nelle generazioni recenti, Titan M2). Il primo serve a garantire che le partizioni del sistema operativo non siano alterate: se la verifica fallisce, l’avvio viene bloccato o si entra in modalità di ripristino, riducendo la possibilità di persistenza silenziosa.

Il secure element entra in gioco anche nella protezione contro attacchi offline e brute force, introducendo meccanismi di ritardo hardware e vincoli nella derivazione delle chiavi. L’idea è fornire protezione anche rispetto agli attacchi che sfruttano la disponibilità fisica del dispositivo.

Di recente GrapheneOS ha contestato Google: secondo il progetto, le nuove politiche sugli aggiornamenti Android – con patch rilasciate agli OEM mesi prima e pubblicate solo successivamente – allungano la finestra di esposizione alle vulnerabilità, riducendo trasparenza e sicurezza per gli utenti.

Web installer: cosa succede davvero quando “flashi” GrapheneOS

L’installazione di GrapheneOS può avvenire usando il Web installer ufficiale, basato su WebUSB e pensato per ridurre gli errori.

Lo schema da seguire è lineare: si prepara il dispositivo, si sblocca il bootloader, si scrive l’immagine del sistema e poi si riblocca per ripristinare la catena di fiducia. È un punto spesso sottovalutato: lasciare il bootloader sbloccato indebolisce drasticamente il modello di sicurezza perché rende più semplice riscrivere partizioni o manipolare l’avvio.

La preparazione include un aggiornamento completo del firmware stock e l’abilitazione temporanea di OEM unlocking nelle opzioni sviluppatore, perché senza quel flag il dispositivo rifiuta lo sblocco.

L’accesso alla schermata di fastboot avviene con la combinazione di tasti da dispositivo spento (tasto accensione + tasto volume giù) e, una volta collegato al PC, il sito guida l’utente nello sblocco e nel flashing dell’immagine corretta per il modello di Pixel scelto.

È possibile iniziare a provare GrapheneOS, ad esempio, su un dispositivo che non sia un top di gamma: è una strategia sensata quando non si ha ancora certezza sulle problematiche che possono presentarsi, sulla compatibilità delle app e sulle funzionalità presenti.

Un dettaglio pratico: il cavo USB per il collegamento tra PC e smartphone deve supportare i dati, non solo la ricarica. È una banalità che però spiega molti “no device found”.

Una volta ultimato il flashing di GrapheneOS, il passaggio realmente critico consiste nel nuovo blocco del dispositivo. La guida del progetto include anche la verifica dell’hash della chiave di avvio e strumenti come l’app Auditor per attestare che il dispositivo esegua un’installazione integra e non manomessa.

Hardening oltre lo slogan: compatibilità Google, memoria e isolamento

Una parte della forza di GrapheneOS sta nel rendere “modulare” il compromesso tra comodità e controllo.

È ad esempio possibile installare Play Store e i componenti di compatibilità in un profilo dedicato. Tecnicamente la compatibilità ruota anche attorno a componenti come GmsCompat, che consentono ai servizi Google di funzionare come app normali senza privilegi speciali.

In termini operativi, alcune funzioni restano più delicate: notifiche push, servizi di localizzazione, SafetyNet/Play Integrity e applicazioni bancarie possono comportarsi in maniera anomala, richiedendo configurazioni più conservative.

Sul piano delle mitigazioni, GrapheneOS investe anche su difese contro exploit di memoria, un vettore ricorrente nelle catene di attacco mobile. Componenti come hardened_malloc introducono controlli e randomizzazioni nell’allocazione dei dati in memoria, mentre su hardware compatibile entrano in gioco estensioni ARM come MTE, utili a rendere molto più difficile sfruttare vulnerabilità di corruzione della memoria. Il supporto a queste tecniche dipende dal SoC e dalla generazione del dispositivo, e il progetto documenta limiti e compatibilità in modo esplicito.

GrapheneOS pone attenzione anche all’isolamento dei dispositivi DMA e dei bus (in combinazione con le protezioni IOMMU e policy kernel restrittive): un accorgimento importante per ridurre classi di attacco che bypassano la CPU o puntano a periferiche e driver.  Non sono aspetti che cambiano la vita all’utente medio, ma definiscono quanto un sistema possa resistere a un attaccante con capacità elevate.

GrapheneOS permette una separazione netta delle identità: cosa significa

I profili Android isolano app e dati in modo netto: in GrapheneOS questa funzione è spesso usata per separare un profilo “di servizio” con dipendenze Google da un profilo “di vita digitale” con app essenziali, messaggistica e password manager.

Il vantaggio è duplice: questa configurazione riduce correlazioni tra app che “si osservano a vicenda” nello stesso spazio e consente una cancellazione rapida del profilo secondario senza factory reset, mantenendo un dispositivo funzionante ma privo dei dati spiccatamente personali o riservati.

È un modo per implementare una minimizzazione dei dati in linea con il proprio modello di minaccia, sfruttando una funzione del sistema operativo invece di affidarsi a trucchi o app di terze parti.

Oltre ai profili utente completi, Android 15 permette di creare uno spazio isolato all’interno dello stesso profilo: GrapheneOS lo supporta e lo propone come alternativa più integrata rispetto ai cosiddetti “work profile” (profili di lavoro, cioè ambienti separati per app e dati aziendali).

In GrapheneOS la funzione si chiama Private Space e svolge, di fatto, il ruolo di un utente secondario “annidato”: le app installate in questo spazio non sono visibili nel profilo principale, non inviano notifiche quando lo spazio è bloccato e i loro dati rimangono separati.

Va però considerato un limite pratico: alcune funzionalità, come i pagamenti tramite NFC o alcune integrazioni dell’operatore telefonico, funzionano solo con specifiche combinazioni di profilo, permessi e servizi installati; di conseguenza, la configurazione più sicura dal punto di vista dell’isolamento non coincide sempre con quella più comoda da usare.

App senza Play Store: aggiornamenti e fiducia nella supply chain

Quando si riduce la dipendenza dai servizi Google, la domanda diventa: come installare e soprattutto aggiornare le app senza degradare la sicurezza?

Una buona scelta è Obtainium, un’applicazione che automatizza il download e l’update di APK direttamente dalle pagine di release (tipicamente repository GitHub o sorgenti equivalenti).

È un modello interessante perché sposta la fiducia dalla “vetrina” centralizzata alla fonte del progetto, con notifiche e gestione delle versioni. Rimane però un vincolo: la qualità del processo dipende dalla disciplina del maintainer e dalla sicurezza del canale di pubblicazione.

Per app proprietarie o distribuite solo su Play Store, è spesso citato Aurora Store, ma i responsabili del progetto GrapheneOS avvertono che il modello di Aurora può violare i termini d’uso: va perciò considerato come uno strumento “di necessità”, non una soluzione ideale per tutti.

Permessi come leva di sicurezza reale: rete, sensori e file

GrapheneOS aggiunge un controllo esplicito sulla connettività: la Network permission può impedire tutti gli accessi diretti e indiretti alle reti disponibili, includendo anche localhost, azzerando tutti i possibili canali di comunicazione per le applicazioni Android installate. È un approccio più robusto di un semplice firewall perché blocca anche l’uso di API di rete mediate dal sistema operativo o da altre app.

Accanto alla rete, il controllo dei sensori è spesso trascurato nelle installazioni tradizionali di Android. GrapheneOS, invece, integra un’opzione dedicata che può disabilitare l’accesso a sensori non coperti da permessi Android standard, utile contro classi di tracciamento e fingerprinting basate su accelerometro, giroscopio e simili.

Sul versante del file system, funzioni come Storage Scopes permettono di concedere accesso selettivo senza regalare un permesso “tutto o niente”, riducendo l’esfiltrazione accidentale e rendendo più difficile per un’app indicizzare l’intero contenuto del dispositivo mobile.

Limiti e aspettative: quando GrapheneOS non “risolve tutto”

L’adozione di GrapheneOS non è come un vestito per tutte le stagioni. Le app bancarie e quelle con funzionalità anti-tampering aggressive possono richiedere configurazioni specifiche; inoltre, alcune funzioni dipendono ancora dai servizi Google, soprattutto per pagamenti NFC, push affidabili o integrazioni con Play Integrity.

Anche l’isolamento basato sui profili non è una bacchetta magica: riduce correlazioni e superficie d’attacco tra app, ma non trasforma automaticamente ogni scenario in una situazione “sicura”, soprattutto se l’attaccante ha già ottenuto lo sblocco e la collaborazione dell’utente.

La differenza più utile è che GrapheneOS rende visibili e manovrabili molte leve che su Android tradizionale restano implicite o difficili da gestire senza tool esterni.

Ti consigliamo anche

Link copiato negli appunti