Chi passa da Ubuntu 24.04 LTS a Ubuntu 26.04 LTS non cambia solo versione: cambia proprio il profilo tecnico della macchina. La nuova release LTS (Long-Term Support) della distribuzione di Canonical, battezzata Resolute Raccoon, è il risultato di due anni di lavoro accumulato nelle release 24.10, 25.04 e 25.10, concentrato in una vasta schiera di modifiche e nuove funzionalità che toccano tocca desktop, tool di base, avvio, gestione dei pacchetti e sicurezza.
Canonical indica per Ubuntu Desktop 26.04 un processore dual core da 2 GHz, almeno 6 GB di RAM e 25 GB liberi su disco, con requisiti hardware aumentati rispetto al passato; la finestra di supporto standard arriva fino ad aprile 2031, con estensione fino a 10 anni tramite il programma Ubuntu Pro.
Ubuntu 26.04 LTS chiude davvero l’era X11 sul desktop GNOME
Uno dei cambiamenti più importanti di cui Ubuntu 26.04 LTS è foriero risiede nella sessione grafica: Ubuntu Desktop con GNOME gira ormai solo su Wayland. GNOME Shell ha abbandonato la possibilità di funzionare come sessione X.Org completa, quindi Canonical non può più offrire una sessione desktop GNOME su X11 come faceva in passato.
Per l’utente medio il passaggio è spesso trasparente: Ubuntu usa Wayland di default già da tempo e il software ancora legato a X11 continua in gran parte a funzionare tramite XWayland.
Il punto è il “margine di manovra” accordato fino a ieri, adesso non esiste più quindi chi usa applicazioni datate, workflow grafici particolari, software CAD, strumenti di automazione remota costruiti attorno a un ambiente X11 puro o script che dipendono da comportamenti storici di Xorg, deve valutare con attenzione l’aspetto compatibilità.
GNOME ha inoltre rimosso anche alcune vecchie integrazioni collegate alla pulizia del codice X11, comprese le routine PreLogin e PostSession usate in certi ambienti aziendali.
GNOME 50 cambia meno nell’aspetto, ma di più nella sostanza
Ubuntu 24.04 arrivava con GNOME 46; Ubuntu 26.04 porta in dote GNOME 50: quattro cicli di sviluppo “accumulati” entrano nella versione più recente della distribuzione.
Il cambiamento non appare come una trasformazione evidente a colpo d’occhio, ma consiste in numerosi miglioramenti mirati che rendono GNOME 50 più fluido, leggibile e coerente nell’uso quotidiano. Le notifiche sono ora organizzate per applicazione, facilitando la consultazione, mentre la gestione delle finestre è stata ottimizzata per schermi di piccole dimensioni, rendendo più semplice lavorare anche su display compatti.
La schermata di blocco integra i controlli multimediali basati su MPRIS (uno standard che permette alle applicazioni di esporre comandi come play, pausa o cambio traccia), e le animazioni dell’interfaccia risultano più scorrevoli grazie ai miglioramenti apportati a Mutter, il gestore delle finestre di GNOME, tra cui il triple buffering dinamico, una tecnica che utilizza tre buffer per ridurre scatti e migliorare la fluidità delle immagini durante il rendering.
Sono stati introdotti anche miglioramenti che incidono concretamente sull’esperienza quotidiana: il supporto HDR a livello di sistema; ottimizzazioni per il VRR (Variable Refresh Rate, una tecnologia che sincronizza la frequenza di aggiornamento dello schermo con quella della GPU per ridurre scatti e tearing); uno scaling frazionario più nitido, che permette di adattare meglio dimensioni e proporzioni dell’interfaccia su schermi ad alta risoluzione; l’opzione Reduce Motion, pensata per limitare le animazioni e migliorare accessibilità e comfort visivo; nuove funzioni di Digital Wellbeing, con limiti di utilizzo e promemoria per fare pause; la possibilità di preservare la batteria impostando una soglia di ricarica all’80% sui portatili che supportano questa funzione tramite firmware e driver.
Va però specificato che su Linux l’HDR è ancora supportato solo da poche applicazioni: la semplice presenza dell’opzione non garantisce risultati sempre ottimali, rappresentando più un punto di partenza promettente che una soluzione definitiva.
Le nuove applicazioni di default fanno pulizia dal punto di vista tecnico
Uno dei cambiamenti più visibili riguarda il set di applicazioni predefinite.
Ubuntu sostituisce Evince con Papers per i documenti PDF; Eye of GNOME con Loupe per le immagini; GNOME Terminal con Ptyxis per il terminale e System Monitor con Resources per il monitoraggio del sistema.

La decisione è dettata dal fatto che molte di queste applicazioni adottano GTK4, libadwaita e in diversi casi anche componenti scritti in Rust.
Papers, per esempio, nasce dal codice di Evince ma ne aggiorna l’impianto; Loupe usa la libreria Glycin per il rendering delle immagini; Ptyxis punta su interfaccia moderna, supporto ai container e resa grafica accelerata.
Per chi aggiorna in-place da 24.04 LTS la situazione può risultare poco elegante: i vecchi programmi spesso restano installati a fianco dei nuovi, con il rischio di ritrovarsi due terminali, due visualizzatori immagini o due lettori PDF. In un sistema già “stratificatosi” nel tempo conviene verificare cosa resta davvero utile e cosa no, perché il menu applicazioni può diventare ridondante in fretta.
Files e desktop: piccoli ritocchi, ma con effetti reali sulla produttività
Il file manager Nautilus, che nell’interfaccia appare semplicemente come Files, beneficia di molteplici migliorie nel passaggio da 24.04 a 26.04.

GNOME dichiara accelerazioni fino a 5 volte nel caricamento delle cartelle e fino a 10 volte nella generazione e nello scorrimento delle miniature all’interno di directory con tanti elementi al loro interno. Sono cambiamenti che non fanno notizia da soli, ma chi passa ore a gestire progetti multimediali li nota subito.
La nuova scorciatoia CTRL + . permette di aprire la cartella corrente nella finestra del terminale.
La ricerca è inoltre più raffinata, le proprietà possono aprirsi come finestra separata, c’è una migliore gestione dei file nascosti, l’integrazione con il terminale è più diretta, la barra laterale è stata riorganizzata. Anche Desktop Icons NG (DING) riceve affinamenti su selezione, ridimensionamento e resa grafica.
Nello specifico, adesso si possono ridimensionare le icone sul desktop usando CTRL +/ -, selezionare più icone usando MAIUSC+frecce e usare i tasti Home ed End per passare rispettivamente alla prima o all’ultima icona.
Dracut sostituisce initramfs-tools: cambio invisibile, ma non banale
Sotto la superficie entra in gioco uno dei passaggi più importanti: Ubuntu 26.04 LTS usa ora Dracut come infrastruttura predefinita per l’initial ramdisk, cioè l’ambiente temporaneo caricato all’avvio del sistema operativo prima che il sistema principale sia disponibile.
Canonical ha pianificato questa transizione nel corso di più versioni, fino a renderla la scelta principale nella versione LTS. Il motivo è tecnico: Dracut riduce l’uso di script shell sparsi nell’initrd, favorisce il riutilizzo di componenti più moderni, si integra meglio con systemd già nelle prime fasi del boot e gestisce in modo più solido e affidabile scenari che initramfs-tools supportava con maggiore complessità o fragilità.
Tra gli esempi citati ufficialmente compaiono, ad esempio, il supporto al Bluetooth durante lo sblocco di unità cifrate e NVMe over Fabrics, una tecnologia che consente di accedere a unità di archiviazione NVMe attraverso la rete invece che collegarle direttamente al sistema.
Chi usa Ubuntu come semplice desktop probabilmente non nota nulla di diverso. Viceversa, chi lavora con boot remoti, storage particolari, sblocco LUKS personalizzato o procedure di recovery costruite negli anni, invece, farebbe bene a verificare le proprie configurazioni e abitudini operative.
Cifratura del disco: TPM/FDE cresce, ma non sostituisce tutte le esigenze
Ubuntu 26.04 rafforza molto il percorso di installazione con TPM/FDE, cioè la cifratura completa del disco appoggiata al Trusted Platform Module.
È un meccanismo che “fa molto Microsoft” e che è stato già oggetto di critiche. Tuttavia, la nuova versione LTS della distro Canonical applica adesso un approccio molto simile a quello che conoscono bene gli utenti Windows.
Se il firmware, il percorso di boot e i componenti attesi sono corretti, la macchina Ubuntu si sblocca automaticamente; in caso contrario entra in gioco la chiave di ripristino che l’utente deve conservare fuori dal PC.
Canonical ha migliorato i controlli preliminari, l’integrazione del PIN e la messaggistica legata alle operazioni sensibili, comprese alcune situazioni come gli aggiornamenti firmware che possono alterare lo stato della configurazione TPM. È bene però osservare che non tutti i chip TPM sono supportati allo stesso modo, e non tutto l’hardware convive senza attriti con il modello di cifratura.
L’installer di Ubuntu 26.04 LTS ha migliorato anche la gestione dei sistemi dual boot, in particolare quando rileva una partizione Windows protetta con BitLocker. Durante la fase di partizionamento identifica correttamente i volumi cifrati NTFS e impedisce operazioni distruttive, proponendo invece configurazioni compatibili nella sezione Advanced Options.
Da qui è possibile installare Ubuntu su una partizione separata attivando la cifratura del sistema, tipicamente tramite LUKS con dm-crypt oppure tramite cifratura assistita da TPM, ma sempre come stack indipendente rispetto a BitLocker.
Non esiste alcuna condivisione di chiavi o integrazione tra i due sistemi: BitLocker usa un proprio schema basato su TPM, PCR e recovery key a 48 cifre, mentre Ubuntu genera header LUKS con keyslot separati o lega le chiavi al TPM con policy diverse.
Rust entra nei comandi di base, non solo nelle app
Ubuntu 26.04 prosegue una scelta tecnica che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata troppo ambiziosa per una LTS: alcuni strumenti chiave del sistema passano alle implementazioni in Rust.
Il comando sudo, ad esempio, ora è fornito di default da sudo-rs, (lo sviluppatore del sudo “originale” ha recentemente lamentato l’assenza di risorse) mentre gli strumenti base del sistema arrivano da rust-coreutils.
L’idea è quella di eradicare intere classi di bug legati alla gestione della memoria dai comandi di base del sistema operativo, modernizzando componenti storici con codice più facile da verificare e mantenere. Almeno a detta di Canonical.
Canonical stessa riconosce comunque che la compatibilità non e’ ancora assoluta al 100%. Chi usa script scritti a mano, test di compliance, ambienti industriali o strumenti che fanno affidamento su comportamenti delle utilità core GNU molto precisi dovrebbe verificare con attenzione le differenze.
La buona notizia è che i pacchetti GNU classici restano disponibili anche in Ubuntu 26.04 e il sistema permette di tornare alle implementazioni tradizionali.
APT 3 migliora davvero la vita a chi amministra sistemi
Molti si concentreranno su questioni come wallpaper, nuove icone e lettori PDF nel nuovo Ubuntu 26.04.
Gli amministratori, invece, noteranno subito l’introduzione di APT 3, il nuovo sistema di gestione dei pacchetti. L’output è più chiaro e organizzato, mentre il resolver delle dipendenze (il componente che decide quali pacchetti installare, aggiornare o rimuovere per soddisfare i requisiti) è stato migliorato per fornire risultati più prevedibili.
Canonical ha aggiunto comandi come apt why e apt why-not, utili per capire rispettivamente perché un pacchetto viene installato o perché non può esserlo, insieme a strumenti per consultare in modo più completo la cronologia delle operazioni effettuate.
Sul piano della sicurezza, APT utilizza ora OpenSSL per le connessioni TLS (cifratura del traffico di rete) e per le operazioni di hashing, mentre apt-key viene dismesso.
Capire perché una dipendenza non viene risolta, quali pacchetti saranno rimossi durante un aggiornamento o ricostruire con precisione cosa è accaduto su una macchina gestita da più persone, diventa più immediato con la release 26.04 di Ubuntu. Ne abbiamo parlato anche nell’articolo su come passare a Linux da zero.
Driver, firmware e grafica: meno monoliti
Sul fronte grafico Ubuntu 26.04 abbina Linux 7.0 al ramo Mesa 25.2.3, con aggiornamenti rilevanti per GPU, gestione display e hardware recente.
Il kernel introduce anche miglioramenti meno evidenti ma rilevanti nella pratica, come l’attivazione predefinita dei crash dump su desktop e server, cioè la raccolta automatica di informazioni diagnostiche in caso di blocco del sistema, utili per analizzare le cause dei problemi.
Ubuntu 26.04 LTS, inoltre, abbandona definitivamente il vecchio pacchetto linux-lowlatency, sostituito da un approccio più flessibile basato sull’ottimizzazione del kernel “generic” tramite il pacchetto userspace lowlatency-kernel, che applica regolazioni mirate senza richiedere una versione separata del kernel.
Un’altra novità interessante è la suddivisione del firmware in pacchetti distinti per produttore, invece del precedente pacchetto unico linux-firmware. È un cambiamento utile a ridurre le dimensioni degli aggiornamenti e rende il processo più efficiente: chi utilizza reti aziendali, workstation con GPU moderne o portatili con firmware e driver aggiornati di frequente scaricherà solo ciò che serve davvero.
Più discutibile, invece, è la rimozione dell’accesso diretto ai driver aggiuntivi dalla configurazione standard: se da un lato l’interfaccia risulta più pulita, dall’altro alcune operazioni diventano meno immediate e possono richiedere l’uso del terminale, spostando la complessità anziché eliminarla.
Software Center, Deb, Snap e utility rimosse: meno GUI, più scelte implicite
Una parte del lavoro svolto con Ubuntu 26.04 prova a ridurre la “dispersione” degli strumenti.
L’App Center gestisce meglio i pacchetti .deb (il formato tradizionale dei pacchetti Debian/Ubuntu), semplifica l’installazione di software di terze parti e si integra in modo più efficace con Snap, il sistema di pacchettizzazione isolata.

Allo stesso tempo, alcune applicazioni non sono più installate di default, come Software & Updates e Startup Applications: l’idea è evitare pannelli considerati ridondanti e spostare le opzioni più comuni direttamente nelle impostazioni principali, ad esempio la gestione dell’avvio automatico (autostart) all’interno di Impostazioni, App.
È una scelta, tuttavia, non priva di conseguenze. Gli utenti più esperti perdono alcune scorciatoie consolidate e devono ricorrere più spesso alla reinstallazione di pacchetti specifici o alla modifica manuale dei file .desktop nella cartella ~/.config/autostart (file di configurazione che definiscono quali applicazioni si avviano automaticamente).
Vale la pena passare da Ubuntu 24.04 LTS a Ubuntu 26.04 LTS?
La risposta dipende meno dall’elenco delle novità e più dal tipo di macchina e di abitudini del singolo.
Se si usa Ubuntu come desktop “generalista”, con hardware relativamente recente, display moderni, bisogno di cifratura solida e interesse per un ambiente GNOME più rifinito, Ubuntu 26.04 LTS è senza dubbio un aggiornamento convincente.
Porta infatti con sé una base più pulita, migliora componenti rimasti fermi per anni e concentra due anni di affinamenti in una release di lungo periodo che appare più coerente di Ubuntu 24.04.
Se invece vi trovate ancora bene con X11, dipendete da utilità storiche rimosse dal set predefinito, usate script molto aderenti al comportamento classico di sudo o coreutils, oppure amministrate macchine con configurazioni di boot particolari, la prudenza è la scelta migliore.
Non perché Ubuntu 26.04 sia fragile; piuttosto perché ci si trova dinanzi a una LTS che ha deciso di tagliare diversi “rami vecchi” tutti insieme.