Ubuntu funziona bene, allora perché continua ad avere una cattiva fama?

Ubuntu punta su semplicità, stabilità e supporto a lungo termine, ma alcune scelte di Canonical, da Snap alle nuove Coreutils in Rust, continuano a dividere la comunità Linux.

Un’utilizzatissima distribuzione Linux come Ubuntu ha un problema curioso: per moltissimi utenti fa esattamente ciò che dovrebbe fare un sistema operativo, e proprio questa caratteristica contribuisce a renderla poco affascinante agli occhi di una parte della comunità Linux. Installazione relativamente semplice, hardware riconosciuto senza lunghe configurazioni, software facile da reperire, aggiornamenti prevedibili e versioni LTS (Long Term Support) pensate per durare anni.

Se Ubuntu permette di installare il sistema e mettersi subito al lavoro, perché gode di una reputazione così controversa tra alcuni utenti Linux? Soprattutto se si mettono sulla bilancia le versioni LTS, rispetto alle distribuzioni che impongono aggiornamenti più frequenti.

Ubuntu ha trasformato Linux da hobby a strumento di lavoro

Una parte della cultura Linux nasce dalla possibilità di controllare, lato utente, quasi ogni elemento del sistema: scegliere il desktop environment, ricompilare software, modificare servizi, cambiare kernel, sostituire componenti fondamentali, costruire un ambiente estremamente personalizzato.

Ubuntu ha seguito una direzione un po’ diversa: l’obiettivo è fornire impostazioni sensate già alla prima accensione e limitare il numero di decisioni che l’utente deve prendere prima di poter aprire il browser, installare un IDE o collegare una periferica.

Tanti utenti apprezzano proprio questa caratteristica come il principale punto di forza della distribuzione: stabilità, ampia compatibilità e poche operazioni necessarie per la manutenzione del sistema. È facile imbattersi nelle testimonianze di amministratori che raccontano, per esempio, di gestire server Ubuntu LTS utilizzando Livepatch e i normali aggiornamenti APT; in lodi nei confronti della distro per la buona esperienza con driver e notebook.

Ubuntu permette comunque di approfondire ogni livello del sistema, dal kernel a systemd, passando per networking, container, filesystem e packaging. La differenza riguarda piuttosto quanta complessità il sistema espone all’utente prima che quella complessità diventi necessaria.

Le versioni LTS spiegano una parte enorme del successo

Uno degli elementi che distingue Ubuntu da molte distribuzioni orientate agli appassionati è il modello LTS.

Canonical pubblica una versione LTS ogni 2 anni. Ubuntu 26.04 LTS “Resolute Raccoon”, distribuita il 23 aprile 2026, riceverà aggiornamenti di sicurezza e correzioni critiche nel normale periodo di supporto fino ad aprile 2031. Ubuntu Pro consente poi di estendere la copertura attraverso il programma Extended Security Maintenance (ESM).

Per una workstation aziendale, un server, un PC utilizzato per attività di sviluppo software o semplicemente il notebook di qualcuno che non vuole eseguire un grande aggiornamento del sistema ogni pochi mesi, tale prevedibilità ha un valore considerevole.

Canonical stessa indica le LTS come le versioni destinate agli utenti che privilegiano stabilità e supporto prolungato; il ciclo ordinario comprende 5 anni di manutenzione standard.

È anche uno dei motivi per cui confrontare direttamente Ubuntu con Arch Linux, CachyOS o altre distribuzioni rolling release è un po’ fuori luogo in quanto rispondono a priorità differenti. Da una parte software molto recente e intervento frequente sul sistema, dall’altra maggiore prevedibilità delle versioni installate.

Snap è ancora il centro della polemica

Ubuntu non è semplicemente Debian con GNOME e qualche pacchetto aggiuntivo: Canonical assume decisioni importanti sulla configurazione predefinita, sulle tecnologie da promuovere e sui componenti che considera fondamentali. Quando tali scelte coincidono con quelle dell’utente, Ubuntu offre un’esperienza estremamente coerente. Quando non coincidono, può sembrare invece una distribuzione eccessivamente “manovrata” da Canonical.

Se si ricercano le principali fonti di polemica nei confronti di Ubuntu, Snap è sempre ai vertici.

Molti utenti indicano proprio il formato sviluppato da Canonical come il motivo principale della loro distanza da Ubuntu. Le critiche riguardano soprattutto l’integrazione molto spinta nella distribuzione, il comportamento di alcune applicazioni e la sensazione che Canonical privilegi la propria soluzione rispetto ad alternative come Flatpak.

Snap nasce come sistema per distribuire applicazioni insieme alle dipendenze necessarie, riducendo il legame tra programma e specifica versione delle librerie presenti nella distribuzione. snapd, il componente che gestisce i pacchetti sul sistema, è open source; la questione che divide maggiormente la comunità riguarda invece l’infrastruttura di distribuzione e il controllo esercitato da Canonical sullo Snap Store.

Dal punto di vista tecnico, comunque, Snap risolve problemi: permette a uno sviluppatore di distribuire lo stesso pacchetto su più versioni della distribuzione, consente aggiornamenti automatici e introduce meccanismi di isolamento delle applicazioni.

Firefox e il caso emblematico di APT che porta a Snap

Uno degli episodi che ha alimentato maggiormente le polemiche riguarda niente meno che il browser Firefox.

Per l’utente abituato al modello Debian tradizionale, apt install nomepacchetto significa normalmente chiedere ad APT di installare un pacchetto .deb. Ubuntu ha però utilizzato in alcuni casi pacchetti che portano dritti dritti all’installazione della corrispondente applicazione Snap.

Per chi considera APT un’interfaccia verso il mondo .deb, il comportamento appare come una sorta di obbligo, uno schiaffone alla libertà di scelta. Tecnicamente il package manager esegue ciò che Canonical ha definito nel repository, ma dal punto di vista dell’utente la scelta del formato sembra essere stata sottratta.

I detrattori citano esplicitamente situazioni del tipo sudo apt install ... installed via snap come uno degli elementi che hanno incrinato la fiducia verso le decisioni di Canonical. Ed è questo un tema che tocca una questione più profonda della cultura Linux: chi deve decidere com’è amministrato il computer, il manutentore della distribuzione oppure l’utente?

Canonical paga ancora decisioni prese molti anni fa

Per capire un po’ di più sulla reputazione odierna di Ubuntu bisogna guardare anche alla sua storia.

Nel corso del tempo Canonical ha promosso diverse tecnologie proprie, alcune poi abbandonate o radicalmente trasformate. Alla mente tornano soluzioni come Unity, Ubuntu Touch, Mir e, appunto, Snap; diversi utenti interpretano quella sequenza come la tendenza a sviluppare soluzioni proprie anche quando erano disponibili progetti alternativi.

Anche tecnologie associate ad altre grandi distribuzioni, però, sono nate da aziende e organizzazioni con interessi propri. Il fatto che una soluzione diventi successivamente uno standard de facto non significa che fosse tale al momento in cui si dovevano prendere le decisioni progettuali.

In alcuni casi Canonical ha perso la battaglia tecnologica; in altri ha contribuito ad accelerare innovazioni che sarebbero poi arrivate attraverso strumenti differenti.

Il risultato, però, resta nella memoria collettiva della comunità: ogni nuova decisione fortemente caratterizzata da Canonical è giudicata anche alla luce di quelle precedenti.

Ubuntu 26.04 aggiunge un nuovo terreno di discussione: Rust

Ubuntu 26.04 LTS ha fornito un esempio particolarmente interessante. Canonical ha portato nel sistema nuove implementazioni scritte in Rust di componenti storicamente associati al mondo Unix: rust-coreutils fornisce ora le utilità fondamentali del sistema, mentre sudo-rs diventa l’implementazione predefinita di sudo. Le versioni tradizionali GNU Coreutils e sudo rimangono comunque disponibili come strumenti di compatibilità e fallback.

Canonical aveva pubblicamente illustrato già nel 2025 l’obiettivo di introdurre le implementazioni Rust prima in Ubuntu 25.10 e poi, qualora fossero risultate sufficientemente mature, nella successiva LTS.

Anche questo cambiamento compare tra le critiche più ricorrenti: alcuni utenti considerano troppo aggressiva l’introduzione delle nuove Coreutils in una release LTS.

Dal punto di vista di Canonical, invece, Rust offre caratteristiche di memory safety particolarmente interessanti per software che operano a basso livello. In ogni caso, aver deciso di cambiare “i pesi” in una distro che fino a ieri si avvaleva di componenti Unix utilizzati da decenni non può non destare almeno qualche mugugno.

Essere “noiosa” è forse la qualità migliore di Ubuntu

C’è un elemento che si mette in evidenza molto spesso tra i commenti favorevoli: Ubuntu è spesso utilizzata proprio perché non richiede attenzione.

Per installare Ubuntu si può deliberatamente scegliere di comportarsi come una persona senza esperienza Linux: niente controlli ossessivi delle risorse, niente modifiche avanzate, applicazioni installate dal Software Center e utilizzo quotidiano anche da parte della famiglia. Il risultato, in questi casi, è un sistema che funziona senza interventi dal terminale.

Non è però possibile fare “classifiche”: driver, GPU, firmware, periferiche, kernel, desktop environment e applicazioni utilizzate possono cambiare radicalmente l’esperienza d’uso. Una distribuzione impeccabile su un PC può creare problemi su un altro.

La diffusione di Ubuntu ha avuto anche un altro effetto: molti produttori di software, guide tecniche e progetti open source prendono proprio Ubuntu come riferimento per le istruzioni Linux. Ubuntu viene utilizzata sul desktop, sui server, nelle piattaforme cloud e nei dispositivi IoT; Canonical continua infatti a svilupparla esplicitamente per tutti questi ambiti. Essere il riferimento più visibile significa diventare anche il bersaglio più ovvio.

Ubuntu contro Fedora, Debian e Arch

Chiedersi quale sia la “migliore distribuzione Linux” ha quindi sempre meno senso. Debian privilegia un’impostazione conservativa e lascia all’utente un maggiore margine nella composizione del sistema. Fedora tende a portare rapidamente tecnologie Linux recenti sul desktop. Arch offre un modello rolling release e un controllo estremamente granulare. Distribuzioni derivate da Arch, come CachyOS, puntano anche su kernel, compilazioni e configurazioni orientate alle prestazioni.

Ubuntu, come abbiamo visto, sceglie invece una via più “prescrittiva”: Canonical decide una parte significativa dell’esperienza e cerca di consegnare un sistema già utilizzabile.

Proprio tale caratteristica produce contemporaneamente il suo maggiore vantaggio e la sua principale debolezza.

Chi condivide quelle decisioni ottiene una distribuzione che richiede poca manutenzione. Chi vuole decidere personalmente formato dei pacchetti, componenti, politiche di aggiornamento e dettagli del desktop può percepirla come inutilmente restrittiva. Tutto qui.

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