Google vuole impedire a società specializzate nello svolgimento di attività di web scraping di raccogliere automaticamente i risultati del suo motore di ricerca, ma il primo tentativo di trasformare tale attività in una violazione del copyright ha incontrato un ostacolo. Il 20 luglio 2026, la Corte distrettuale federale del Northern District of California ha accolto la richiesta di archiviazione presentata da SerpApi, società che interroga Google in modo automatizzato e restituisce i dati ottenuti attraverso API (Application Programming Interfaces) utilizzate da sviluppatori, servizi di analisi, strumenti SEO e applicazioni basate sull’intelligenza artificiale.
La controversia tocca una questione che accompagna il Web fin dalla nascita dei primi motori di ricerca: chi pubblica informazioni accessibili senza autenticazione può controllare anche il modo in cui quelle informazioni sono consultate? Google ha costruito la propria attività indicizzando miliardi di pagine pubbliche mediante crawler automatici. Ora, però, sostiene che altri operatori non possano usare tecniche simili per raccogliere le sue pagine dei risultati (SERP), soprattutto quando contengono immagini, schede informative o materiali concessi in licenza da soggetti terzi. Lo stesso vale per i risultati restituiti da Google Discover, estratti con varie tecniche.
Come funziona lo scraping di SerpApi che ha fatto arrabbiare Google
Google ha citato in giudizio SerpApi il 19 dicembre 2025, accusandola di inviare centinaia di milioni di richieste automatizzate, mascherate in modo da sembrare ricerche effettuate da utenti reali. Al centro della causa c’è SearchGuard, una protezione anti-bot introdotta da Google nel gennaio 2025: SerpApi avrebbe aggirato tale meccanismo creando “browser simulati”, distribuendo le richieste tra numerosi indirizzi IP e modificando altri segnali tecnici usati per far passare sotto traccia i suoi bot.
Dopo la decisione sfavorevole incassata in California, i legali di Google hanno confermato di voler proseguire la battaglia, almeno sulla parte relativa ai contenuti protetti inseriti nelle pagine dei risultati. Il caso, quindi, non è chiuso del tutto. La sentenza ha però ridimensionato in modo netto la teoria giuridica scelta inizialmente e potrebbe influenzare altre controversie sullo scraping destinato ad alimentare motori di ricerca, assistenti AI e sistemi di analisi dei dati.
Da parte sua, il Garante privacy italiano aveva già a suo tempo chiarito che lo scraping non può essere considerato illecito, a meno che non coinvolga dati personali.
Google prova a usare il DMCA contro lo scraping
La causa non si basa principalmente sulla normale violazione del copyright, né sull’appropriazione di segreti commerciali. Anche perché nella stragrande maggioranza dei casi, i risultati proposti da Google nelle sue SERP sono estratti di pagine web prodotte da altri soggetti.
Google ha invocato la sezione 1201 del Digital Millennium Copyright Act (DMCA), la legge statunitense del 1998 che vieta di aggirare misure tecnologiche progettate per controllare l’accesso a opere protette.
Si tratta della norma comunemente associata alla rimozione dei sistemi DRM da film, videogiochi, ebook o software. In termini semplificati, non serve dimostrare soltanto che qualcuno abbia copiato un’opera: la sezione 1201 può colpire anche la produzione o l’uso di strumenti creati per superare una protezione tecnica che limita l’accesso al materiale.
Google ha cercato di applicare tale principio alle pagine dei risultati delle ricerche su Search. Secondo la denuncia, SearchGuard impediva a SerpApi di raggiungere sia le informazioni organizzate dal motore sia i contenuti coperti da copyright che Google mostra su autorizzazione dei rispettivi titolari.
Il punto è che una misura anti-bot non diventa automaticamente una protezione ai sensi del DMCA: deve controllare l’accesso a un’opera tutelata dal copyright e deve operare con il benestare del titolare dei relativi diritti. La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha esaminato la denuncia proprio alla luce di questi requisiti.
Perché la Corte ha respinto le richieste di Google
La decisione distingue due situazioni. La prima riguarda le pagine di ricerca che non contengono materiale protetto: URL, titoli, dati fattuali, collegamenti e altre informazioni pubblicamente accessibili non diventano opere di Google soltanto perché appaiono all’interno di una pagina organizzata dal motore.
Per questa categoria la Corte ha respinto definitivamente le contestazioni, senza concedere a Google la possibilità di correggerle con una nuova formulazione. Se SearchGuard limita l’accesso a risultati che non sono considerabili opere protette, il suo aggiramento non può rientrare nella sezione 1201 del DCMA. Una barriera tecnica non crea un diritto d’autore dove il diritto d’autore non esiste.
La seconda situazione riguarda elementi come le immagini concesse in licenza e mostrate nei Knowledge Panel, le schede che Google presenta accanto ai risultati per riassumere informazioni su persone, aziende, luoghi e altre entità.
Qui la conclusione è meno definitiva: la giudice ha osservato che la denuncia non spiega adeguatamente se SearchGuard agisca con l’autorizzazione dei titolari dei contenuti protetti.
Google sostiene di voler difendere centinaia di migliaia di editori e partner, ma non basta affermare di avere accordi per mostrare determinate immagini. La società deve indicare elementi dai quali emerga che i titolari abbiano autorizzato anche l’impiego di SearchGuard come misura di controllo dell’accesso alle loro opere. Per tale parte la Corte ha concesso 21 giorni per presentare una denuncia modificata.
Che cosa fa SerpApi e perché interessa a tante aziende
SerpApi offre interfacce di programmazione (API) che trasformano i risultati di motori di ricerca e piattaforme in dati strutturati. Un’applicazione può inviare una query e ricevere una risposta in formato JSON, con collegamenti organici, annunci, immagini, risultati locali, prezzi, mappe e altri elementi separati in campi facilmente elaborabili dal software.
Il servizio evita agli sviluppatori di gestire direttamente browser automatizzati, CAPTCHA, rotazione degli indirizzi IP, variazioni geografiche e continui cambiamenti nel codice HTML delle pagine.
Le API di questo tipo trovano impiego nel monitoraggio del posizionamento nelle SERP, nella verifica degli annunci, nelle ricerche accademiche, nella sicurezza informatica e nel confronto dei prezzi. Con la crescita dell’AI generativa hanno però assunto un altro ruolo: consentono a chatbot e agenti software di interrogare il web attraverso Google senza stipulare un accordo diretto con la società.
SerpApi sostiene che i dati restituiti siano gli stessi visibili a chiunque apra un browser senza effettuare l’accesso. Google replica che la scala e le modalità tecniche fanno la differenza: un conto è una persona che esegue alcune ricerche, un altro è un’infrastruttura commerciale che genera volumi enormi, supera intenzionalmente le difese e rivende il risultato.

Una contraddizione difficile da ignorare
SerpApi ha impostato gran parte della propria difesa su un’obiezione forte: Google è a sua volta uno dei più grandi operatori di crawling e indicizzazione esistenti. Il motore visita siti di terzi, estrae testi, immagini e metadati, li organizza e li usa per costruire un servizio commerciale. Bloccare ogni attività analoga significherebbe riconoscere a Google una libertà che i concorrenti non avrebbero.
L’equivalenza, naturalmente, non è completa. I webmaster possono intervenire sul file robots.txt, usare direttive come noindex o limitare Googlebot a livello di server.
Tali meccanismi, però, non costituiscono sempre un consenso granulare: escludere Google dalla scansione tradizionale può significare rinunciare alla visibilità nelle ricerche, mentre consentire l’indicizzazione può esporre i contenuti anche a funzioni AI che riducono i clic verso il sito originale.
Google afferma inoltre che operatori come SerpApi ignorano le scelte compiute dagli editori. Raccogliendo il contenuto già incorporato nelle pagine di ricerca, un intermediario può aggirare le restrizioni configurate sul sito di origine. È un problema reale, soprattutto quando Google mostra estratti estesi o immagini ottenute attraverso licenze specifiche.
La risposta, però, non può consistere nel trattare l’intera pagina dei risultati come un’opera protetta. La Corte ha ricordato indirettamente un principio essenziale: fatti, indirizzi web e informazioni pubbliche non diventano proprietà esclusiva della piattaforma che li indicizza e li organizza.
Il ruolo di Reddit e il collegamento con Perplexity
La battaglia non coinvolge soltanto Google. Ad ottobre 2025 Reddit ha avviato una causa contro SerpApi, Oxylabs, AWMProxy e Perplexity, sostenendo che alcuni operatori avessero raccolto contenuti della piattaforma in modo indiretto, attraverso le copie e gli estratti mostrati nei risultati di Google.
L’accusa descrive un passaggio particolare: invece di interrogare direttamente Reddit, i fornitori avrebbero ottenuto frammenti dei post dalle pagine del motore di ricerca e li avrebbero messi a disposizione di Perplexity. Reddit ha interesse a limitare operazioni del genere perché concede accesso ai propri dati tramite accordi commerciali, compreso un contratto annunciato con Google nel 2024.
SerpApi contesta anche la posizione di Reddit. A suo giudizio, entrambe le società tentano di usare il DMCA per attribuirsi un controllo retroattivo su informazioni pubblicate sul web, comprese opere che non hanno creato e delle quali non possiedono i diritti.
La posizione di Reddit presenta comunque una differenza: molti post nascono direttamente sulla piattaforma e i relativi diritti appartengono in genere agli utenti che li scrivono. Google, invece, organizza e mostra soprattutto materiali provenienti da siti esterni.
