Google sfida sentenza USA: non ha il monopolio sulle ricerche online?

Google ha avviato l'appello contro la sentenza antitrust USA sul monopolio Search e sugli accordi miliardari con Apple.
Google sfida sentenza USA: non ha il monopolio sulle ricerche online?

Google torna davanti ai giudici statunitensi per ribaltare una delle decisioni antitrust più pesanti mai emesse contro una Big Tech americana.

L’azienda ha presentato appello contro la sentenza federale che nel 2024 aveva definito illegale il monopolio esercitato nel mercato della ricerca online. Il caso nasce dalla causa avviata dal Dipartimento di Giustizia nel 2020 e porta la firma del giudice Amit Mehta della corte distrettuale di Washington.

Secondo il tribunale, Google avrebbe consolidato la propria posizione dominante attraverso accordi miliardari con produttori hardware e sviluppatori software, impedendo ai concorrenti di ottenere una distribuzione competitiva sui dispositivi moderni.

Il cuore del caso: accordi miliardari, Apple e il motore predefinito

Il nodo centrale riguarda gli accordi commerciali che rendono Google il motore di ricerca predefinito su smartphone e e sistemi operativi.

Durante il processo è emerso che nel 2022 Google avrebbe versato circa 20 miliardi di dollari ad Apple per mantenere questa posizione privilegiata su Safari, inclusa una quota dei ricavi pubblicitari generati dalle ricerche effettuate tramite il browser di Cupertino.

Secondo il Dipartimento di Giustizia, questi accordi azzerano le possibilità di concorrenti come Bing, DuckDuckGo o Yahoo di conquistare quote significative di mercato. Il giudice Mehta ha stabilito che il vantaggio del motore predefinito influenzi pesantemente il comportamento degli utenti, che raramente modificano le impostazioni iniziali del browser.

Apple ha avuto un ruolo decisivo nel processo pur non essendo formalmente imputata. Eddy Cue, responsabile dei servizi Apple, ha testimoniato che Microsoft avrebbe offerto condizioni economiche molto vantaggiose per portare Bing su Safari, ma Cupertino avrebbe rifiutato ritenendo Google qualitativamente superiore. Il tribunale ha letto questa dinamica in modo opposto: il potere economico di Google avrebbe reso quasi impossibile per gli altri operatori ottenere accesso competitivo ai dispositivi più diffusi al mondo.

Il meccanismo tecnico al centro della causa è il default search placement. Su iOS Safari utilizza Google come standard; nel mondo Android la situazione è ancora più integrata attraverso il pacchetto Google Mobile Services. Più ricerche riceve Google, maggiore è la quantità di dati per addestrare algoritmi pubblicitari e sistemi di ranking, rafforzando ulteriormente il predominio della piattaforma in un ciclo cumulativo difficile da interrompere.

La difesa di Google e le possibili conseguenze

Nell’appello depositato presso la corte federale, Google sostiene che la sentenza abbia interpretato erroneamente il mercato della ricerca.

L’azienda afferma che gli utenti scelgano Google per la qualità del servizio e non per obbligo tecnico, che cambiare motore richieda pochi secondi e che la leadership derivi dagli investimenti infrastrutturali e dall’efficacia degli algoritmi di ranking.

Google critica inoltre le misure correttive ipotizzate dal governo, che includono limitazioni agli accordi esclusivi, obblighi di condivisione dei dati e perfino la cessione di asset strategici come Chrome. Se l’appello venisse respinto, il modello commerciale dell’azienda potrebbe subire modifiche radicali.

Le conseguenze si estenderebbero anche all’Intelligenza Artificiale: Google sostiene che restrizioni aggressive rischierebbero di compromettere lo sviluppo dei sistemi AI basati sui dati di ricerca e sulle infrastrutture cloud integrate. Nel frattempo l’azienda affronta altri fronti aperti, tra cui accuse nel mercato adtech e le sanzioni miliardarie già imposte dall’Unione Europea legate ad Android e ai comparatori di prezzo. L’esito dell’appello potrebbe diventare un precedente decisivo per l’intero settore Big Tech occidentale.

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