La transizione verso software indipendenti dai grandi fornitori tecnologici si sta rivelando più complessa del previsto per il governo danese.
L’obiettivo era ridurre la dipendenza dalle piattaforme statunitensi, puntando su strumenti aperti e sviluppati al di fuori dell’ecosistema Microsoft. Tuttavia, l’esperimento avviato dal ministero responsabile della digitalizzazione si è concluso senza raggiungere il risultato sperato.
Le difficoltà incontrate dai dipendenti e l’interruzione del percorso istituzionale hanno impedito di verificare pienamente la validità dell’alternativa scelta. La vicenda, ricostruita da TechSpot sulla base di documenti interni e testimonianze raccolte dalla stampa danese, offre uno spunto importante per le amministrazioni pubbliche che intendono ripensare la propria infrastruttura informatica.
Perché Collabora ha incontrato difficoltà
Il progetto prevedeva l’impiego di Collabora, una suite per ufficio open source basata su LibreOffice, integrata nel sistema di gestione documentale F2, già utilizzato dal ministero. La sperimentazione coinvolgeva un gruppo ristretto di dipendenti, chiamati a verificare la compatibilità con i documenti di lavoro e le procedure quotidiane.
I problemi sono emersi soprattutto nella gestione della formattazione. I modelli documentali esistenti contenevano stili complessi e dipendevano da caratteristiche tipografiche che non erano inizialmente disponibili nell’ambiente alternativo. Anche dopo alcuni interventi correttivi, i partecipanti hanno segnalato caratteri che assumevano formati inattesi, interruzioni di riga indesiderate e file che risultavano vuoti all’apertura. In alcune circostanze, persino la stampa produceva risultati diversi da quelli attesi.
Questi inconvenienti non riguardano soltanto l’aspetto estetico. Nelle amministrazioni pubbliche, la fedeltà dei documenti è essenziale per mantenere leggibili gli atti, rispettare i modelli ufficiali e scambiare informazioni con altri enti. Un programma può offrire funzionalità equivalenti sulla carta, ma richiedere comunque un lavoro aggiuntivo quando deve inserirsi in procedure consolidate.
La sperimentazione avrebbe dovuto concludersi con una valutazione strutturata, utile a stabilire se proseguire, ampliare il progetto oppure abbandonarlo. Questo passaggio, però, non è stato completato: il cambiamento politico seguito alle elezioni ha interrotto il percorso prima che fosse possibile ottenere un bilancio definitivo.
La sovranità digitale resta una questione aperta
La sospensione dell’iniziativa non dimostra che le alternative open source siano inadatte alla pubblica amministrazione. Evidenzia, piuttosto, quanto sia importante valutare la compatibilità con i flussi di lavoro reali, anziché limitarsi a confrontare le funzionalità dichiarate dai produttori.
Altre istituzioni europee stanno esplorando percorsi differenti per acquisire maggiore autonomia tecnologica. In Svizzera, per esempio, è in corso un progetto per trasferire le postazioni federali verso openDesk, mentre nei Paesi Bassi si lavora a una distribuzione Linux destinata agli ambienti governativi. Queste iniziative mostrano che la questione supera la semplice scelta di un programma per scrivere documenti: coinvolge il controllo delle infrastrutture, la gestione dei dati e la capacità di cambiare fornitore.
Per ottenere risultati duraturi, le amministrazioni dovrebbero considerare la migrazione informatica come un processo organizzativo, con verifiche tecniche, formazione del personale e criteri di valutazione trasparenti. La vera autonomia non consiste necessariamente nell’eliminare un marchio, ma nel poter scegliere consapevolmente gli strumenti più adatti senza compromettere la continuità dei servizi pubblici.