Usare Internet come nel 1999: una scelta radicale contro il rumore

Un invito a semplificare l'uso di Internet: meno piattaforme e algoritmi, più controllo diretto tramite protocolli aperti come RSS, XMPP ed email.

Servirsi della rete Internet oggi implica accettare una serie di strumenti che sembrano diventati “indispensabili”, quando in realtà non lo sono affatto: piattaforme centralizzate, feed algoritmici, contenuti filtrati e una quantità crescente di tracciamento. Eppure non è sempre stato così. A fine anni ’90, la rete si presentava come un insieme frammentato ma leggibile di pagine statiche, directory manuali e protocolli semplici. Il traffico globale nel 1999 era inferiore all’1% di quello attuale, e il Web si basava in larga parte su HTML statico, server Apache e connessioni in dial-up a 56 kbps. Ripensare quell’approccio oggi non significa nostalgia, ma recuperare un modello operativo più trasparente e controllabile.

Joshua Blais, imprenditore e sviluppatore canadese che costruisce e scala sistemi tecnologici, ha lanciato in questi giorni una proposta per provare a riportare tutti con i piedi per terra:

Se utilizzi solo i social media e le piattaforme di hosting video, lasciandoti influenzare dagli algoritmi e visitando ogni giorno sempre gli stessi 5 siti in un continuo “doomscrolling“, allora Internet non è mai stato veramente vivo per te. Questa esperienza rappresenta forse solo il 3-5% di ciò che internet potrebbe essere.

Ridurre la dipendenza dalle applicazioni moderne

L’idea di usare Internet come nel 1999 nasce dalla volontà, secondo Blais, di ridurre la complessità introdotta negli ultimi 20 anni e tornare a un’interazione diretta con le risorse. Il punto è che molte delle tecnologie moderne non sono indispensabili per accedere all’informazione: spesso servono più agli intermediari che all’utente finale.

Lo sviluppatore richiama l’attenzione sul fatto che sopra all’ultimo livello della pila ISO/OSI (il livello 7) è stato costruito di tutto: interfacce complesse, framework client-side, sistemi di advertising, tracciamento comportamentale e interi livelli applicativi che, di fatto, si sovrappongono alla funzione originaria del Web: trasferire documenti.

Il riferimento alla pila ISO/OSI non è casuale. Il livello 7, quello applicativo, dovrebbe gestire protocolli come HTTP, FTP o SMTP. In pratica, oggi sopra HTTP si stratificano intere applicazioni: single page app, runtime JavaScript, rendering lato client. Il risultato è che una semplice richiesta di contenuto diventa un processo articolato, spesso dipendente da decine di richieste asincrone e librerie esterne.

La rete non è diventata più potente nel suo nucleo, ma più pesante nei suoi strati superiori. In altre parole, la complessità non risiede tanto nei protocolli di base quanto nell’uso che ne facciamo.

Se si osserva una pagina moderna attraverso strumenti di analisi come DevTools, emergono dettagli interessanti: richieste verso CDN multiple, script di analytics, framework caricati per gestire interazioni minime. In pratica, per visualizzare poche righe di testo si attiva un’infrastruttura che 20 anni fa sarebbe stata impensabile.

Feed RSS e XMPP: strumenti sottovalutati, ma sempre validi

In un’epoca in cui le piattaforme mainstream propongono contenuti potenzialmente interessanti per l’utente usando il loro algoritmi e, a monte di tutto ciò, studiando il comportamento degli utenti e i loro interessi, Blais rammenta che i feed RSS sono sempre lì ad aspettarci, utili per riprendere il controllo dell’informazione.

Un feed RSS permette di ricevere aggiornamenti direttamente dalla fonte, senza filtri algoritmici o interferenze di piattaforme terze. In pratica, si costruisce una propria selezione di siti e si leggono i contenuti in ordine cronologico, senza priorità decise da altri.

Il vantaggio non è solo legato alla privacy, ma anche alla qualità dell’esperienza: niente pubblicità invasive, niente contenuti suggeriti fuori contesto. Il limite, va detto, è che molti siti moderni hanno abbandonato o trascurato i feed, oppure li rendono incompleti proprio per spingere l’utente verso le proprie interfacce.

Sul fronte della comunicazione, Blais richiama l’attenzione su protocolli come XMPP, nato proprio nel 1999 per favorire un modello distribuito e interoperabile.

A differenza delle piattaforme chiuse di messaggistica, XMPP consente a server diversi di comunicare tra loro, un po’ come accade con l’email. In pratica, si può scegliere il proprio provider o gestire un server autonomo, mantenendo il controllo sui dati e sulle identità digitali. Tra l’altro con supporto per la crittografia end-to-end OMEMO.

È un modus operandi che riduce la dipendenza da servizi centralizzati, ma richiede anche maggiore consapevolezza tecnica. Inoltre, molte implementazioni moderne hanno abbandonato XMPP proprio perché più difficili da monetizzare rispetto a soluzioni proprietarie.

Motori di ricerca: usare meno, cercare meglio

Sul tema dei motori di ricerca, Blais non suggerisce di abbandonarli, ma di cambiare mentalità. Il punto è semplice: query vaghe producono risultati vaghi. Gran parte dei contenuti che emergono oggi nelle SERP è ottimizzata per intercettare traffico, non per risolvere problemi. In pratica, se si delega tutto all’algoritmo, si finisce per leggere materiale ridondante, spesso superficiale. Blais invita invece a formulare ricerche più precise, quasi “artigianali”, inserendo termini tecnici, vincoli e riferimenti concreti.

Accanto a questo approccio, suggerisce anche l’uso di strumenti alternativi come Searx, un metasearch engine open source che aggrega risultati da più motori senza tracciare l’utente.

Il funzionamento è piuttosto lineare: la query non è inviata direttamente a Google o Bing dal browser, ma passa attraverso un’istanza Searx che la inoltra a diversi provider, raccoglie le risposte e le restituisce in forma unificata. In questo modo si evita la personalizzazione basata su cronologia, IP o fingerprint. In pratica si ottiene una visione più neutra dei risultati, con meno interferenze legate alla profilazione.

Va detto però che Searx non è una soluzione magica. La qualità dei risultati dipende dalle sorgenti configurate nell’istanza e, soprattutto, da come si costruisce la query. Blais insiste su questo aspetto: operatori di ricerca, termini specifici e un minimo di metodo fanno la differenza. Il vantaggio reale non è solo la privacy, ma la possibilità di accedere a contenuti meno omologati, spesso più tecnici e meno filtrati da logiche commerciali.

Email: tornare a un protocollo aperto e controllabile

Quando Blais parla di email, non si limita a considerarla un semplice strumento di comunicazione, ma la propone come alternativa concreta ai sistemi chiusi che dominano oggi.

Il riferimento tecnico è chiaro: protocolli come SMTP, IMAP e POP3 definiscono ancora oggi un modello federato, dove server diversi comunicano tra loro senza dipendere da un’unica piattaforma. È lo stesso principio che ha reso possibile la crescita iniziale di Internet.

Il punto è che molti utenti utilizzano l’email attraverso interfacce Web moderne, spesso integrate in servizi che replicano dinamiche da social network: categorizzazione automatica, filtri intelligenti, integrazioni invasive. Blais suggerisce invece di tornare a un uso più diretto, privilegiando client locali e configurazioni semplici. Strumenti come Thunderbird o addirittura il vecchio Mutt permettono di gestire la posta senza intermediari e con maggiore trasparenza su cosa accade realmente a livello di protocollo.

L’email, ricorda Blais, offre qualcosa che le piattaforme moderne non garantiscono più: portabilità e indipendenza. Si può cambiare provider senza perdere identità, si possono implementare politiche di sicurezza personalizzate e i più coraggiosi possono anche gestire un server di posta in autonomia (anche se è cosa molto complessa, soprattutto per via delle scarse garanzie in termini di deliverability).

Blais mette anche in evidenza un aspetto spesso ignorato: l’email non è progettata per essere “intelligente”, ma affidabile. Non suggerisce contenuti, non ordina le conversazioni in base a priorità implicite, non filtra in modo opaco. In pratica, restituisce all’utente il controllo completo sul flusso comunicativo. Un approccio meno comodo, forse, ma decisamente più prevedibile.

Inoltre, PGP resta un ottimo modo per assicurarsi che le proprie email siano lette solo dai destinatari indicati: è una risorsa preziosa che permette di attivare una cifratura end-to-end senza dipendere da terzi.

POSSE: pubblicare prima sul proprio spazio, poi altrove

Tra i concetti più interessanti ripresi da Blais c’è il modello POSSE, acronimo di “Publish (on your) Own Site, Syndicate Elsewhere“.

L’idea è semplice ma potente: il contenuto originale dovrebbe vivere su un sito controllato direttamente dall’autore, mentre le piattaforme esterne servono solo come canali di distribuzione. In pratica, si ribalta la logica dominante: invece di scrivere direttamente su social network o servizi centralizzati, si pubblica prima sul proprio dominio e poi si condivide altrove.

Dal punto di vista tecnico, questo approccio si basa su strumenti relativamente semplici: CMS leggeri o siti statici, feed RSS per la distribuzione e, in alcuni casi, protocolli come Webmention per gestire interazioni distribuite. Il vantaggio principale è il controllo: contenuti, metadati e archiviazione restano sotto la responsabilità dell’autore: se una piattaforma cambia regole, limita la visibilità o chiude, il contenuto originale rimane intatto.

Blais presenta POSSE come un modo per recuperare autonomia senza rinunciare alla visibilità. Le piattaforme non scompaiono, ma cambiano ruolo: da luogo principale di pubblicazione a semplice amplificatore. Una distinzione sottile, ma che nel lungo periodo può fare la differenza tra possedere davvero i propri contenuti o affittare spazio digitale da terzi.

Una scelta tecnica più che nostalgica

Arrivati a questo punto, il messaggio di Blais emerge con una certa chiarezza: non si tratta di tornare indietro nel tempo, ma di scegliere con più attenzione come usare strumenti che oggi diamo per scontati.

Internet non è diventato inevitabilmente complesso; lo abbiamo reso tale stratificando funzioni, intermediari e logiche che spesso non servono davvero all’utente finale.

Recuperare protocolli semplici, flussi diretti e un controllo più esplicito sui propri dati non significa rinunciare alle comodità moderne, ma ridimensionarle. È importare capire quando la complessità aggiunge valore e quando invece diventa solo rumore. E da lì, decidere di conseguenza.

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