Avviare oggi un sistema operativo degli anni Settanta o Ottanta non significa semplicemente trovare un file ISO e servirsi di una macchina virtuale. Spesso manca l’emulatore corretto; altre volte servono versioni specifiche del firmware, configurazioni hardware molto precise oppure patch che nessuno aggiorna più da decenni. Virtual OS Museum, è una mastodontica collezione che riunisce oltre 1700 installazioni storiche già configurate all’interno di una singola VM Linux pronta all’uso.
Dietro al progetto c’è Andrew Warkentin, sviluppatore canadese che da oltre 20 anni raccoglie immagini disco, emulatori, documentazione tecnica e sistemi operativi ormai quasi scomparsi. La sua idea non consiste nel creare un semplice archivio di software storico, ma qualcosa di molto più ambizioso: una piattaforma realmente eseguibile, accessibile anche a chi non vuole passare giorni interi a configurare emulatori, file ROM e supporti di boot. In pratica si scarica una VM, si apre il launcher e si avvia qualunque sistema disponibile con un clic.
Dietro il museo virtuale dei sistemi operativi c’è un enorme lavoro di conservazione tecnica
La parte interessante è che il museo virtuale messo a punto da Warkentin non tenta di preservare soltanto i file originali; cerca invece di conservare anche le condizioni tecniche necessarie per eseguirli oggi. Il sito sottolinea infatti che numerosi sistemi funzionano solo con determinate versioni degli emulatori, mentre alcune release più recenti introducono regressioni insormontabili. In diversi casi l’autore del progetto ha persino modificato emulatori esistenti oppure applicato patch specifiche per mantenere operative installazioni che altrimenti sarebbero andate perse.
Il museo virtuale copre quasi 80 anni di storia informatica: si parte dal Manchester Baby del 1948, considerato il primo computer dotato di un programma memorizzato direttamente nella memoria interna della macchina, fino ad arrivare alle build preliminari di Windows Longhorn (sistema che ha portato alla nascita di Windows Vista), attraversando sistemi storici come CTSS, Multics, IRIX, OS/2, Solaris per architettura SPARC, BeOS, NeXTSTEP e PalmOS, oltre a centinaia di altri sistemi operativi oggi praticamente scomparsi, al punto da non comparire più nemmeno negli archivi specializzati.
Il progetto include oltre 570 sistemi operativi distinti distribuiti su più di 250 piattaforme hardware emulate.
Il valore dell’iniziativa risiede soprattutto nella parte invisibile all’utente: ogni installazione richiede test, snapshot, configurazioni dedicate e spesso anche workaround specifici.
L’autore ammette apertamente che il processo di verifica è ancora in corso: meno della metà delle installazioni presenti nella VM è stata testata completamente sulle versioni più recenti dell’infrastruttura. Una precisazione importante, anche perché stiamo parlando di un archivio enorme, costruito quasi interamente da una sola persona.
Una piattaforma centralizzata invece di migliaia di VM isolate
La scelta tecnica più intelligente del progetto riguarda probabilmente la struttura stessa della piattaforma: invece di distribuire migliaia di macchine virtuali separate, Virtual OS Museum utilizza una singola appliance Linux che incorpora launcher, emulatori, immagini disco e sistemi di aggiornamento centralizzati.
Il launcher funziona in modo indipendente dall’hypervisor host e supporta QEMU, VirtualBox e UTM. Hypervisor, script di avvio e configurazioni principali risultano già inclusi nella VM, con collegamenti dedicati per Windows, macOS e Linux.
Il sistema integra anche snapshot automatici per ripristinare rapidamente installazioni danneggiate: molti ambienti storici usano filesystem fragili oppure software che accede direttamente all’hardware virtualizzato; basta una configurazione errata per compromettere intere immagini disco difficili da ricostruire.
Due versioni della VM e aggiornamenti incrementali
Il progetto è distribuito in due edizioni differenti: la versione completa occupa circa 120 GB compressi e supera i 170 GB una volta estratta; include tutte le immagini disco già scaricate e può funzionare completamente offline. La versione lite invece pesa molto meno – circa 14 GB compressi – ma scarica automaticamente supporti e immagini la prima volta che un sistema operativo viene eseguito.
La differenza non riguarda il catalogo disponibile: entrambe le edizioni accedono allo stesso repository e supportano identici guest virtuali. Cambia soprattutto il modello di distribuzione. L’approccio incrementale evita infatti di dover riscaricare l’intera appliance ogni volta che l’autore aggiunge nuove installazioni.
Gli aggiornamenti possono avvenire automaticamente all’avvio della VM oppure manualmente tramite la funzione “Check for updates” integrata nel launcher. Una scelta sensata: distribuire nuovamente oltre 100 GB di dati per ogni modifica sarebbe poco realistico.
Dai primi mainframe ai desktop grafici degli anni Novanta
La varietà della raccolta impressiona soprattutto per ampiezza storica.
Come accennato in precedenza, il museo virtuale accoglie software per Manchester Baby, EDSAC e Mark 1, ma anche sistemi mainframe come VM/370, TOPS-20, ITS e Multics. Per chi studia l’evoluzione dell’informatica, avere accesso diretto a queste piattaforme significa osservare la nascita concreta di concetti oggi considerati normali: timesharing, multiutenza, filesystem gerarchici e virtualizzazione.
La sezione UNIX e workstation include sistemi come SunOS, IRIX, A/UX, OSF/1, HP-UX, Solaris SPARC e NeXTSTEP. Molte installazioni contengono già software dell’epoca: ambienti X11, utilità di sviluppo, browser storici, giochi e strumenti amministrativi configurati come sarebbero stati utilizzati realmente.
Anche il mondo consumer risulta rappresentato in modo molto esteso: DOS, Windows dalla versione 1.0 fino alle build Longhorn, Mac OS classico, OS/2, CP/M, BeOS e decine di distribuzioni Linux storiche convivono accanto a piattaforme meno conosciute come Oberon, Inferno, Smalltalk environments e Plan 9.
Non mancano infine sistemi embedded e mobile: PalmOS, Newton OS, Symbian, Windows CE e prime versioni di Android e iOS. In alcuni casi, però, i limiti hardware impediscono una replica completa del comportamento originale.
Un archivio costruito quasi interamente da una sola persona
Uno degli aspetti più sorprendenti riguarda la natura stessa del progetto. Virtual OS Museum non nasce da una fondazione, un’università o una grande azienda tecnologica: è un lavoro personale sostenuto quasi esclusivamente dal tempo libero del suo autore.
Il fatto è che gran parte della memoria informatica mondiale dipende ancora da iniziative del genere: documentazione tecnica perduta, nastri magnetici deteriorati, software proprietari abbandonati e hardware ormai irreperibile, rischiano di scomparire definitivamente senza archivi indipendenti costruiti da appassionati.
Virtual OS Museum prova a rendere questa storia nuovamente utilizzabile. Non solo consultabile o teoricamente recuperabile; utilizzabile per davvero. Ed è probabilmente proprio questa la differenza che rende il progetto così interessante per sviluppatori, storici dell’informatica e ricercatori di sicurezza.