Rapporto shock: app Android divulgano oltre 730 TB di dati utenti

Studio su 38.630 app AI: 72% con credenziali hardcoded, 197k segreti, bucket pubblici e Firebase non protetti.
Rapporto shock: app Android divulgano oltre 730 TB di dati utenti

Quanto ci sentiamo davvero protetti quando utilizziamo un’app Android che promette funzionalità avanzate grazie all’Intelligenza Artificiale?

La risposta potrebbe sorprendere: un’analisi approfondita ha portato alla luce un quadro allarmante, in cui la gestione dei hardcoded secrets rappresenta una delle principali vulnerabilità per milioni di utenti e per le stesse infrastrutture cloud.

I dati parlano chiaro: su un campione di 1,8 milioni di applicazioni esaminate dal Google Play Store, ben il 72% di quelle dotate di AI incorporava almeno una credenziale direttamente nel codice sorgente. Questo significa che ogni singola app espone in media 5,1 segreti distinti, arrivando a un totale di oltre 197.000 chiavi e token unici. Una quantità che rende la sicurezza delle app una questione tutt’altro che marginale, soprattutto in un contesto dove la velocità di sviluppo sembra spesso avere la priorità sulla protezione dei dati.

Il rischio non si limita a semplici chiavi di accesso: l’81% dei segreti identificati puntava a risorse critiche su Google Cloud, tra cui chiavi API e non solo. Su 8.545 risorse di archiviazione analizzate, centinaia risultavano configurate in modo errato e accessibili senza restrizioni, mettendo a repentaglio oltre 200 milioni di file e 730 terabyte di informazioni potenzialmente sensibili. Questo scenario trasforma la gestione superficiale delle credenziali in una vera e propria minaccia per la privacy e l’integrità dei dati utente.

AI e app poco sicure: lo scenario è inquietante

Ancora più inquietante è la situazione emersa dall’analisi dei database Firebase: 285 repository, completamente privi di autenticazione, esponevano almeno 1,1 GB di dati in chiaro. E non si tratta solo di ipotesi teoriche: il 42% di questi database era etichettato come “proof of concept”, segno evidente che attacchi reali sono già avvenuti e che i dati sono stati alterati da soggetti esterni. Un ulteriore elemento che mette in discussione la capacità delle attuali policy di prevenire violazioni e abusi.

Le conseguenze concrete di questa situazione vanno ben oltre il rischio astratto. L’esposizione di una Stripe secret può garantire accesso diretto ai sistemi di pagamento, mentre le credenziali per servizi di comunicazione, analisi e CRM possono essere sfruttate per il furto di informazioni, frodi finanziarie e persino usurpazione di identità. In alcuni casi, sono stati individuati profili amministrativi associati a indirizzi email riconducibili a veri e propri “attaccanti certificati”, a conferma che il problema non è solo potenziale ma già ampiamente sfruttato nella realtà.

Alla base di questa fragilità c’è una scelta tecnica ben precisa: molti sviluppatori, per accelerare il rilascio delle applicazioni e semplificare l’architettura, inseriscono chiavi e credenziali direttamente nel codice. Una scorciatoia che si trasforma in un boomerang: il file apk può essere facilmente decompilato, mentre i repository pubblici vengono costantemente analizzati da strumenti automatici alla ricerca di pattern riconoscibili di segreti. In questo modo, la sicurezza viene sacrificata sull’altare della rapidità, con conseguenze che si riflettono su tutta la filiera digitale.

La reazione degli esperti

Per fortuna, la comunità di esperti non è rimasta a guardare. Le best practice suggeriscono l’adozione di gestori di segreti centralizzati e la generazione di token lato server, la limitazione dei privilegi sugli account cloud, una robusta autenticazione su Firebase e la definizione di regole di accesso dettagliate sui storage bucket. Fondamentale, inoltre, è l’integrazione di scanner automatici nelle pipeline di sviluppo e la rotazione periodica delle credenziali, strumenti che possono ridurre drasticamente il rischio di esposizione accidentale.

Ma resta una domanda cruciale: quanto sono davvero efficaci i controlli implementati dal Google Play Store per bloccare le app che espongono segreti o utilizzano infrastrutture mal configurate? Sempre più voci chiedono una revisione delle policy di pubblicazione e controlli automatici più stringenti prima del rilascio, affinché la sicurezza delle app non sia solo uno slogan ma una realtà concreta.

Nell’attesa di una risposta definitiva, gli utenti restano esposti: la presenza di credenziali visibili può tradursi in furti di identità, accesso non autorizzato a dati riservati e intercettazione di transazioni sensibili. Per proteggersi, è consigliabile ridurre i permessi concessi alle applicazioni, valutare con attenzione le recensioni e la reputazione degli sviluppatori, e preferire quei servizi che dimostrano trasparenza nella gestione dei segreti.

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