È possibile affermare che, nel 2026, la programmazione sta cambiando? No, perché la programmazione è già cambiata in modo radicale, tanto che possiamo parlare della fine dello sviluppo software come lo abbiamo conosciuto prima che l’AI rivoluzionasse, per sempre, il lavoro di chi ha fatto del coding un mestiere.
Nessun cliente, e in particolare nessuna azienda, è più disposto a firmare assegni in bianco per migliaia di ore di sviluppo senza vedere un impatto immediato e misurabile sul business. L’intelligenza artificiale ha abbattuto i tempi di scrittura del codice e, di riflesso, ha aumentato le aspettative del management sulla velocità dei team.
È uno degli effetti collaterali della rapida affermazione del vibe coding. Apri l’IDE, lanci il tuo agente e descrivi quello che vuoi ottenere in linguaggio naturale. Poi lasci che i modelli linguistici consumino grandi quantità di token mentre generano di righe su righe di codice in pochi secondi. La tentazione di delegare un po’ tutto agli LLM può diventare fortissima.
Ma in ambito Java enterprise le applicazioni sono spesso destinate a durare decenni. Quindi, chi si occuperà in futuro di mantenere il codice generato dall’IA? Chi ci metterà la faccia quando andrà in produzione e inizieranno i problemi?
Per rispondere a queste domande cerchiamo di capire come i componenti forniti da una piattaforma come Jmix, un’architettura condivisa e tool per agenti IA rappresentano delle soluzioni ottimale nei contesti professionali e aziendali. Scopriremo poi come sia possibile testare questo particolare approccio con un CRM B2B open source in italiano e, infine, parleremo di un evento gratuito dedicato all’ecosistema Jmix che si terrà il 5 novembre a Bologna.
Benefici dell’IA nello sviluppo: quali metriche considerare?
Scrivere codice più velocemente non significa rilasciare software più rapidamente, si tratta di un equivoco che molti manager e qualche sviluppatore faticano a comprendere. Il costo marginale della singola riga di codice è forse crollato, nello stesso tempo però la complessità di un sistema enterprise resta intatta lungo tutto il suo ciclo di vita. Come evidenziato anche dall’immagine seguente, l’IA non risolve da sola le problematiche relative al design delle architetture, alla tenuta delle integrazioni, alla sicurezza dei dati, ai test end-to-end e alla manutenibilità nel tempo.

Chi pratica il vibe coding, presto o tardi può doversi confrontare con due colli di bottiglia. Il primo riguarda la Code Review, se infatti i developer usano gli agenti per sfornare feature a una velocità superiore alla capacità di verifica del team, la coda delle Pull Request diventa facilmente ingestibile. Il tempo risparmiato nella scrittura del codice viene divorato in parte, quando non del tutto, dai senior che devono leggere, capire e correggere il codice scritto da una macchina.
Il secondo collo di bottiglia ha invece a che fare con il fatto che, quando un requisito di business presenta zone grigie o ambiguità, un LLM sceglie spesso un’interpretazione a caso e la implementa troppo velocemente. Quando il codice arriva al controllo qualità o al cliente, diventa spesso necessario buttare via tutto e riscriverlo, cosa che azzera il vantaggio iniziale.
In realtà a un CTO, a un Software Architect o a chi gestisce una software house non interessa quante righe di codice al minuto produce un team. Le metriche che contano davvero sono il tempo che passa dall’approvazione di un requisito al deploy, la rilavorazione e i bug rilevati in fase di post produzione. È lì che si vede se il ricorso all’IA sta portando effettivamente del valore nei workflow.
A cosa servono “guardrail” architetturali?
Uno dei problemi del vibe coding è che un LLM lasciato libero in un progetto Java/Spring Boot rischia di inventarsi pattern diversi a ogni prompt. Se chiedi a un agente di implementare un controllo sui permessi oggi, e a un altro di farlo tra un mese in un modulo differente, ti ritroverai a mantenere due o tre implementazioni diverse dello stesso meccanismo di sicurezza.
La soluzione non è rinunciare all’IA ma lavorare a partire da un’impalcatura fatta di regole, convenzioni e componenti standardizzati. Quando sviluppatori e agenti IA operano all’interno di una piattaforma con un’architettura condivisa e fortemente tipizzata, le regole da rispettare sono chiare per tutti. Data model, livelli di accesso ai dati, componenti UI e struttura del progetto diventano un linguaggio comune.
In questo modo, l’agente non deve più “inventare” l’infrastruttura o decidere come gestire la sicurezza, gli viene richiesto invece di usare feature della piattaforma. Nello stesso modo, durante la Code Review lo sviluppatore non perde ore con il debug di codice generato dall’IA e può controllare che un componente standard sia stato applicato in modo corretto alla logica di business.
L’ecosistema Jmix in pratica
Un esempio di come applicare questa metodologia a Java, è rappresentato da Jmix, piattaforma open source costruita sopra uno stack che ogni sviluppatore Java conosce bene. Parliamo infatti di Java e Spring Boot. L’idea alla base di Jmix è quella di fornire un modello architetturale unico, documentato e leggibile tanto dagli umani quanto dagli LLM, in cui il developer scrive in Java la logica di business, mentre la piattaforma e gli strumenti si occupano del resto.

Il workflow di sviluppo viene così diviso da una combinazione di generazione deterministica e intelligenza artificiale. Nella fase iniziale architetti e analisti definiscono il dominio e i vincoli, usano poi eventualmente l’IA per tradurre i desiderata di un progetto in specifiche tecniche da validare. Fatto questo, invece di sprecare token e rischiare allucinazioni chiedendo a un LLM di dedicarsi a configurazioni e task ripetitivi, si usa Jmix Studio. Attraverso strumenti visuali e generatori deterministici, la piattaforma produce codice boilerplate riproducibile, vengono infatti chiamati in causa dei componenti enterprise pronti all’uso che riducono drasticamente il codice da testare.
Quando invece serve l’intervento dell’IA generativa, entra in gioco il Jmix Agent Toolkit. Uno strumento che inietta nell’agente IA tutto il contesto richiesto per il progetto corrente. Le regole relativa all’architettura di quest’ultimo, le convenzioni di naming, i task ricorrenti e l’accesso a documentazione e ambiente di sviluppo. L’agente scrive codice “Jmix compliant” e il programmatore mantiene il ruolo di supervisore finale prima del rilascio.
Un vantaggio non indifferente che deriva dall’operare nell’ecosistema Jmix riguarda poi la possibilità di liberare il team dalle modifiche banali. Analisti e integratori possono gestire in autonomia diverse personalizzazioni, dalla configurazione dei processi aziendali all’aggiunta di attributi ai dati e alla modifica delle schermate, il tutto con gli strumenti messi a disposizione dalla piattaforma. Per la modellazione dei processi, Jmix integra un designer BPM visuale compatibile con lo standard BPMN 2.0. La funzionalità Dynamic Model consente invece di creare nuove entità, aggiungere campi e modificare le schermate direttamente dal browser, senza interrompere le attività degli utenti e senza dover ricompilare o riavviare l’applicazione. In ogni caso, i programmatori vengono coinvolti solo quando serve e dove serve.
LLM locali e agenti IA
Per chi sviluppa in ambito enterprise gli aspetti che hanno a che fare con la scelta dei modelli non sono mai secondari. Non a caso molte aziende guardano con interesse ai modelli locali per ragioni di privacy o di costi.
Bisogna tenere però conto del fatto che un modello locale, di dimensioni ridotte, può manifestare facilmente dei comportamenti anomali quando deve confrontarsi con una codebase complessa. Con Jmix, il compito dell’LLM viene circoscritto invece all’uso di componenti noti e documentati. La qualità del codice non dipende più solo dai miliardi di parametri del modello, contano anche la qualità del contesto, degli strumenti e dei guardrail che sono stati forniti. I team possono così operare benchmark sui modelli on-premise e valutare con precisione il rapporto tra costi di gestione dell’infrastruttura locale e numero di correzioni necessarie dopo la generazione dei contenuti.
Una modalità di lavoro ispirata al contenimento delle risorse si rivela vitale anche quando l’IA non è più solo nell’IDE dello sviluppatore e diventa una feature dell’applicazione stessa. In questo caso gli esempi sono tantissimi, basti pensare a un assistente integrato in un gestionale che analizza le scadenze dei clienti e segnala le fatture a rischio.
I meccanismi di controllo degli accessi e di audit di Jmix aiutano a impedire che l’interfaccia conversazionale estenda i permessi dell’utente. Il team resta responsabile della corretta configurazione dell’integrazione e della verifica del comportamento dell’agente. Il permesso di analizzare i pagamenti insoluti, per esempio, non autorizza di per sé l’agente ad approvare una spedizione o a modificare le condizioni commerciali.
Risorse: un CRM open source per i test
Chi preferisce giudicare dopo aver preso visione del codice ha a disposizione un ottimo banco di prova. Parliamo di un CRM B2B completo, gratuito, open source e con interfaccia in Italiano realizzato su Jmix. Si tratta di un’applicazione che gestisce clienti, contatti, cataloghi, ordini, fatture e pagamenti, con all’interno un assistente IA integrato per l’analisi della pipeline di vendita. Una volta scaricato il codice si può studiare tutto ciò che riguarda il funzionamento dei permessi, il data model e l’integrazione con gli LLM.

Il tutto con la possibilità di prendere spunto per i propri progetti di lavoro.
“Jmix Italy Meetup”, a Bologna il 5 novembre
Per chi vuole confrontarsi dal vivo con altri sviluppatori riguardo a come tenere sotto controllo l’IA in contesti enterprise, l’appuntamento da non perdere è il Jmix Italy Meetup. Un evento che si terrà il 5 novembre 2026 a Bologna dalle 14:00 alle 18:00 presso l’Hotel Mercure Bologna Centro, proprio davanti alla stazione Centrale.
Sarà un pomeriggio di confronto su Java, LLM locali e architetture manutenibili, con due casi di studio da analizzare:
- Fulvio Superga (CEO di Excogito srl) e Michele Tramonti (Senior Software Architect) racconteranno l’architettura di RDMes, un sistema MES industriale che fa dialogare i macchinari di fabbrica con gli ERP in decine di stabilimenti tra Italia ed Europa.
- Marino Federico (Product Manager di Requiro Rise) e Vittorio Boseggia (Senior BPM Developer di Archiva Group) mostreranno il dietro le quinte di Requiro Rise, piattaforma per l’automazione dei processi e la gestione documentale. Condivideranno così la loro esperienza sul campo nell’uso quotidiano di Claude abbinato a Jmix per lo sviluppo.
La partecipazione è gratuita (con posti limitati) e ci sarà ampio spazio per le domande ai relatori e il networking davanti a un caffè.

È possibile creare applicazioni che reggano l’urto degli anni nell’era del vibe coding? Scoprilo partecipando al Jmix Italy Meetup!