La Free Software Foundation Europe (FSFE) ha pubblicato un rapporto che mette sotto accusa il modo in cui Apple ha risposto agli obblighi di interoperabilità previsti dal Digital Markets Act. Il documento, intitolato “Le sfide della regolamentazione dell’interoperabilità”, si basa su dati pubblici provenienti dal tracker ufficiale di Apple e offre un quadro preciso e documentato di come la normativa europea stia faticando a tradursi in accesso reale per gli sviluppatori.
Apple e il DMA: 56 richieste, zero soluzioni
Al 22 marzo 2026, nessuna delle 56 richieste formali di interoperabilità presentate ad Apple ha portato a una soluzione concreta.
Gli sviluppatori che hanno chiesto l’accesso a funzionalità come la compilazione Just-in-Time, i protocolli NFC e il Bluetooth Low Energy Audio si sono visti opporre rifiuti motivati dal fatto che tali funzionalità “non rientrerebbero nell’ambito della legge”, una posizione che la FSFE contesta citando la documentazione tecnica della stessa Apple.
Il modello adottato da Apple obbliga gli sviluppatori a gestire creazione di account, costi, richieste dettagliate, revisione interna e tempi di implementazione potenzialmente lunghi, con il rischio concreto di una chiusura improvvisa e ingiustificata del proprio account sviluppatore durante l’intero processo.
Matthias Kirschner, Presidente della FSFE, è diretto: nonostante sia legalmente obbligata dalla Commissione Europea, Apple continua a ostacolare un’interoperabilità efficace, e agli sviluppatori viene negato l’accesso con argomentazioni che contraddicono la documentazione stessa dell’azienda.
Il nodo dell’interoperabilità e il software libero
Il caso Apple è il punto di partenza, ma il rapporto della FSFE tocca una questione più strutturale: l’interoperabilità come condizione necessaria per un ecosistema digitale aperto e competitivo. Il DMA rappresenta un’opportunità per gli sviluppatori di software libero di competere ad armi pari con i servizi dei gatekeeper, garantendo l’accesso alle stesse funzionalità controllate dal sistema operativo utilizzate internamente.
Il problema del vendor lock-in non riguarda solo le grandi piattaforme consumer: lo stesso meccanismo si riproduce nelle pubbliche amministrazioni, dove l’adozione di software proprietario può limitare il controllo sui dati, ridurre la flessibilità operativa e aumentare i costi nel lungo periodo. L’accesso al codice sorgente, la possibilità di audit indipendenti e l’uso di standard aperti sono elementi che la FSFE considera non negoziabili, soprattutto per sistemi che gestiscono dati di interesse collettivo.
Cosa serve perché le norme funzionino davvero
Il rapporto della FSFE auspica standard aperti, procedure trasparenti e una maggiore applicazione delle normative, affinché gli sviluppatori di software libero possano partecipare in condizioni più eque all’interno dell’ecosistema mobile. Lucas Lasota, Responsabile del Programma Legale FSFE, sottolinea che l’interoperabilità funziona solo quando è integrata nella piattaforma fin dall’inizio, non gestita caso per caso attraverso un sistema di richieste che di fatto rallenta e scoraggia l’accesso.
Le decisioni tecnologiche prese oggi, sia dalle grandi piattaforme sia dalle istituzioni pubbliche, definiranno l’infrastruttura digitale del prossimo decennio. Il rapporto della FSFE è un promemoria che le norme, da sole, non bastano: contano le modalità di attuazione, i meccanismi di controllo e la volontà di farle rispettare.