Nel panorama digitale globale, la pressione su piattaforme e fornitori di servizi internet raggiunge livelli mai visti prima.
I numeri parlano chiaro: nel secondo semestre del 2025, le restrizioni geografiche sono esplose, con un incremento che non ha precedenti. Se nel 2024 si contavano appena 308 domini sottoposti a geoblocking, oggi la cifra ha toccato quota 2.791, segnando un balzo del 900%
In testa a questa corsa troviamo la Francia, con ben 1.238 domini bloccati, seguita dalla Corea del Sud (1.002) e dal Regno Unito (457). In Italia, intanto, arriva una stangata senza precedenti: una multa da oltre 14 milioni di euro colpisce Cloudflare, accusata di non aver filtrato i contenuti pirata attraverso il suo resolver pubblico.
Cloudflare contro l’Europa: cosa sta succedendo?
Il nuovo rapporto di trasparenza pubblicato dal colosso delle infrastrutture digitali fotografa un contesto in rapida evoluzione. Da una parte, i governi e le autorità giudiziarie spingono per un controllo sempre più serrato sui contenuti online, invocando strumenti come il geoblocking per tutelare il mercato interno e arginare la diffusione di materiale illegale. Dall’altra, le grandi piattaforme globali si trovano strette tra la necessità di conformarsi a normative locali spesso contraddittorie e la volontà di difendere i principi fondanti della rete: apertura, neutralità e performance.
L’impatto di queste richieste si misura non solo nei numeri dei blocchi, ma anche nell’intensità del dibattito pubblico e nelle azioni legali che ne derivano. Nel periodo analizzato, Cloudflare ha ricevuto 121.681 segnalazioni di copyright infringement, intervenendo poi in modo effettivo in 67.941 occasioni.
Un dato che rivela la pressione crescente esercitata da titolari di diritti e organismi di controllo, decisi a contrastare la pirateria online in tutte le sue forme. Ancora più impressionante è il numero di account chiusi su R2 storage: 59.843 profili eliminati per conformarsi alle richieste di rimozione di contenuti illeciti, un segnale della determinazione con cui si cerca di ripulire la rete da materiale non autorizzato.
Ma è il caso italiano a segnare un punto di svolta. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha inflitto una sanzione consistente a Cloudflare, sostenendo che la società avrebbe dovuto implementare filtri sui suoi servizi DNS globali per impedire l’accesso a siti pirata. Una decisione che non solo pone interrogativi tecnici – la società sostiene che tale misura comporterebbe un rallentamento delle prestazioni a livello mondiale e una violazione dei principi di neutralità della rete – ma che apre anche un fronte legale destinato a fare scuola.
Questo episodio riflette una tensione profonda tra esigenze di controllo e tutela dei diritti da un lato, e salvaguardia della libertà digitale dall’altro. I sostenitori del geoblocking vedono in questi strumenti un baluardo necessario per garantire il rispetto delle leggi nazionali e proteggere i mercati locali dalla concorrenza sleale della pirateria. Dall’altra parte, le organizzazioni per i diritti digitali mettono in guardia contro il rischio di una frammentazione della rete globale e di un trasferimento eccessivo del potere di censura nelle mani di pochi soggetti privati, spesso senza adeguate garanzie di trasparenza e accountability.