OnePlus smetterà di lanciare nuovi prodotti in Europa e Nord America, mentre Oppo assume il controllo diretto del supporto, degli aggiornamenti e delle attività residue. La decisione chiude l’esperienza nei mercati occidentali di uno dei marchi Android più riconoscibili dell’ultimo decennio: il nome continuerà infatti a vivere soprattutto in Cina.
Fondata a dicembre 2013 da Pete Lau e Carl Pei, OnePlus ha conquistato rapidamente gli appassionati con il suo OnePlus One, presentato nel 2014 come alternativa molto meno costosa ai migliori smartphone del periodo. Vendite su invito, produzione iniziale contenuta, comunicazione provocatoria e lo slogan “Never Settle” (che suona come “mai accontentarsi” o “non accontentarti mai“) alimentarono l’immagine di una società indipendente e poco incline alle regole dei grandi produttori. Dietro quella narrazione esisteva però fin dall’inizio un legame industriale con Oppo e con il gruppo BBK Electronics.
Il legame divenne ancora più esplicito nel 2021, quando OnePlus integrò parte delle proprie attività di ricerca e sviluppo con quelle di Oppo. Da allora hardware, componenti, interfacce e basi software hanno mostrato somiglianze sempre più evidenti. La riorganizzazione del 2026 completa tale percorso: OnePlus interrompe i nuovi lanci nei mercati occidentali, realme sospende invece l’aggiornamento del catalogo in Cina e concentra le risorse sulle vendite internazionali.
OnePlus lascia l’Europa, ma non scompare ovunque
Oppo ha confermato che OnePlus non presenterà altri prodotti in Europa e Nord America dopo la generazione OnePlus 15. Le strutture commerciali regionali ridurranno progressivamente le attività, mentre la casa madre prenderà in carico gli obblighi già assunti nei confronti dei clienti. In Europa Oppo continuerà a vendere direttamente i propri dispositivi.
Il futuro smartphone OnePlus 16 potrebbe dunque debuttare in Cina e, forse, in India senza quindi mai raggiungere i negozi europei e nordamericani: il baricentro del marchio si sposta nettamente verso l’Asia e la sua autonomia operativa si riduce ancora.
La scelta arriva mentre l’intero settore affronta una fase particolarmente difficile. Counterpoint Research stima che nel secondo trimestre del 2026 le spedizioni mondiali di smartphone siano diminuite dell’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo il livello più basso per un secondo trimestre dal 2013. La società di analisi prevede inoltre una contrazione annuale vicina al 14%, fino a circa 1,08 miliardi di unità.
A pesare sono soprattutto la disponibilità limitata di memorie DRAM e NAND, l’aumento dei costi dei componenti, una domanda debole e le tensioni commerciali internazionali.
Cosa succede agli smartphone OnePlus già acquistati
Chi possiede uno smartphone OnePlus supportato non dovrebbe perdere aggiornamenti, garanzia o assistenza. Oppo ha dichiarato che rispetterà gli impegni esistenti sia in Europa sia negli USA.
I modelli ancora compresi nel periodo di manutenzione continueranno a ricevere patch di sicurezza e nuove versioni del sistema per la durata promessa al momento della vendita. Per dispositivi recenti come OnePlus 13 e OnePlus 15, l’impegno porta con sé diversi anni di aggiornamenti. Non cambia, almeno formalmente, il calendario dichiarato per ciascun prodotto.
La differenza più visibile riguarderà il software. Gli smartphone compatibili potranno passare da OxygenOS a ColorOS, il sistema sviluppato direttamente da Oppo.
La migrazione dovrebbe partire nei mesi successivi all’annuncio e raggiungere soltanto i dispositivi ancora idonei agli aggiornamenti. Oppo intende mantenere una sola piattaforma principale anziché continuare a sviluppare interfacce separate per marchi che appaiono ormai sempre meno autonomi.
Secondo le informazioni comunicate alla stampa, gli utenti potranno scegliere di tornare a OxygenOS. Tale scelta avrebbe però una conseguenza rilevante: il dispositivo potrebbe non ricevere più gli aggiornamenti futuri distribuiti attraverso ColorOS. Prima di eseguire un eventuale ripristino sarà quindi opportuno verificare la politica applicata al singolo modello, la possibilità di sbloccare il bootloader e gli effetti sulla cancellazione dei dati.
OxygenOS, ColorOS e realme UI verso una base unica
La convergenza non nasce nel 2026. OxygenOS e ColorOS condividono già da tempo gran parte del codice, dei servizi e dei componenti sottostanti: le differenze riguardano soprattutto l’interfaccia, alcune applicazioni preinstallate, le impostazioni predefinite e il modo in cui ciascun marchio presenta le proprie funzioni.
Dal punto di vista tecnico, mantenere tre sistemi distinti comporta costi difficili da giustificare. Oppo deve adattare ogni nuova versione di Android a molti dispositivi, integrare driver e firmware dei produttori di componenti, correggere vulnerabilità, superare test di compatibilità e distribuire pacchetti differenziati per Paese e operatore. A ciò si aggiungono la gestione della fotocamera, dei modem, dei sensori biometrici, dei profili energetici e delle funzioni proprietarie.
Con una sola base ColorOS, gli ingegneri possono ridurre il lavoro e uniformare i cicli di aggiornamento. Una correzione sviluppata per un componente comune può raggiungere più modelli senza doverla adattare a rami software troppo distanti.
Perché il modello dei flagship killer non reggeva più
Il successo iniziale di OnePlus dipendeva da un equilibrio difficile da replicare oggi. L’azienda vendeva pochi modelli, spendeva meno dei concorrenti nella distribuzione tradizionale e si rivolgeva a clienti capaci di acquistare direttamente online. Un SoC di fascia alta, molta memoria e un software leggero bastavano a creare un prodotto percepito come eccezionale, anche sacrificando fotocamera, impermeabilità, ricarica wireless o assistenza capillare.
Con il tempo le aspettative sono cambiate. Un telefono premium deve garantire qualità fotografica costante, certificazioni, aggiornamenti pluriennali, disponibilità di ricambi, funzioni di intelligenza artificiale, assistenza locale e una distribuzione affidabile. Sono attività costose. Ridurre il prezzo di listino senza compromettere i margini diventa molto più difficile, soprattutto quando memoria, display e semiconduttori aumentano di costo.
OnePlus ha quindi allargato il catalogo, introdotto la serie Nord e portato i modelli principali in fasce di prezzo sempre più vicine a Samsung, Apple, Google e Oppo.
La qualità dei prodotti è rimasta elevata; si è indebolito, invece, il motivo per scegliere il marchio. Non era più il produttore ribelle con un solo smartphone essenziale, ma neppure un gigante dotato della stessa distribuzione dei concorrenti.
Realme lascia la Cina e affida assistenza e aggiornamenti a Oppo
La riorganizzazione coinvolge anche il brand realme. Il vicepresidente Xu Qi ha annunciato una pausa per i nuovi prodotti nel mercato cinese, definendola una scelta maturata dopo una lunga valutazione. Il marchio concentrerà gli investimenti internazionali soprattutto su prestazioni e gaming, due aree nelle quali ha costruito una parte rilevante della propria reputazione.
Oppo non vuole più sostenere tre piattaforme software e tre organizzazioni commerciali sovrapposte negli stessi territori. Preferisce distribuire i marchi in aree differenti, centralizzare sviluppo e assistenza, quindi limitare la concorrenza interna.
La fine dell’indipendenza era iniziata molto prima
Carl Pei (che già a inizio 2026 ha parlato di costi in crescita per gli smartphone e di memoria arrivata a costare più del processore) lasciò OnePlus nel 2020 e fondò Nothing a Londra. Un anno dopo, Pete Lau annunciò una maggiore integrazione con Oppo. Da quel momento OnePlus iniziò a condividere sempre più tecnologie con la casa madre: piattaforme hardware, ricarica rapida, moduli fotografici, design e codice del sistema operativo.
L’operazione portò benefici concreti. OnePlus ottenne accesso a maggiori risorse di ricerca, catene di fornitura più robuste e un’infrastruttura software ampia. In cambio perse una parte della propria originalità. La distinzione tra un dispositivo OnePlus e un modello Oppo è diventata spesso una questione di finiture, fotocamere, configurazioni e posizionamento commerciale.
OnePlus non chiude in senso assoluto. Sopravvive come marchio asiatico, con un ruolo importante in Cina e una presenza per ora confermata in India. In Europa e Nord America, però, la sua storia commerciale termina con il OnePlus 15 e con il trasferimento delle responsabilità a Oppo.
È però la fine di un’idea, quella di un produttore capace di sfidare i grandi nomi Android con pochi telefoni, prezzi aggressivi e un rapporto diretto con gli appassionati.