Una distribuzione Linux come Ubuntu può essere installata, utilizzata, modificata e ridistribuita secondo le condizioni delle licenze che regolano i diversi componenti. Canonical non basa il proprio modello economico sulla vendita di una licenza d’uso del sistema operativo, come accade tradizionalmente con molti prodotti software proprietari.
Ubuntu raccoglie infatti software distribuito sotto licenze differenti, tra cui GPL, LGPL, BSD, MIT e Apache (In un altro articolo abbiamo parlato delle differenze tra open source e software libero), alle quali si aggiungono componenti con condizioni specifiche. Il kernel Linux, per esempio, usa la licenza GPLv2; una parte consistente dello user space deriva invece dai pacchetti Debian e mantiene le rispettive licenze upstream. Canonical cura integrazione, repository, immagini di installazione, aggiornamenti e manutenzione, ma il valore commerciale si concentra soprattutto altrove: supporto, sicurezza estesa, gestione centralizzata, certificazioni e servizi destinati alle imprese.
È proprio qui che i conti del 2025 iniziano a diventare interessanti: Canonical Group ha raggiunto circa 345 milioni di dollari di ricavi, contro 291,5 milioni del 2024, con una crescita superiore al 18% in 12 mesi. Nel 2020 il fatturato si fermava attorno a 138 milioni di dollari: in 5 anni il volume d’affari è quindi aumentato di circa due volte e mezzo.
La parte più significativa, però, non è soltanto l’aumento dei ricavi. Dai bilanci emerge con chiarezza come Canonical stia monetizzando un sistema operativo basato in larga parte su software libero: Ubuntu rimane liberamente utilizzabile secondo le rispettive licenze, ma attorno alla sua gestione in ambito professionale Canonical ha costruito un’attività sempre più redditizia.
Il vero motore di Canonical non è Ubuntu Desktop
La distribuzione per PC, Ubuntu Desktop, rimane importantissima perché offre visibilità al marchio, attira sviluppatori e alimenta una vastissima comunità; economicamente, però, il punto centrale si trova altrove.
Nel bilancio 2025 circa l’83% dei ricavi deriva dagli abbonamenti: la voce è cresciuta di quasi il 22% in un solo anno, mentre i servizi professionali sono saliti di appena il 2,7%. Canonical sta riuscendo a trasformare una quota crescente delle proprie attività in contratti ripetibili e pluriennali, meno dipendenti dalla vendita di singoli progetti di consulenza.
Il prodotto simbolo di questo modello è Ubuntu Pro: questo abbonamento estende la manutenzione di sicurezza delle versioni Ubuntu LTS oltre la normale copertura prevista per i pacchetti del repository Main e comprende anche il vastissimo archivio Universe. Ad essa si affiancano Livepatch per applicare alcune correzioni al kernel senza riavviare la macchina, strumenti di hardening, profili per standard di conformità, Landscape per la gestione centralizzata dei sistemi e dei servizi di supporto.
A novembre 2025 Canonical ha inoltre esteso a 5 anni il Legacy add-on: una release Ubuntu LTS può così arrivare a ottenere fino a 15 anni di aggiornamenti di sicurezza: 5 anni di copertura standard, altri 5 tramite Expanded Security Maintenance e ulteriori 5 anni attraverso il componente Legacy.
Per un’azienda che mantiene migliaia di server, dispositivi industriali o appliance certificate, pagare per evitare una migrazione affrettata può costare molto meno che aggiornare applicazioni, rifare test e ottenere nuove certificazioni.
Ubuntu come base per server, cloud e infrastrutture aziendali
La seconda chiave di lettura riguarda la posizione di Ubuntu fuori dal PC tradizionale. Canonical distribuisce il sistema in edizioni Desktop, Server e Core e lavora da anni con cloud provider, produttori hardware, operatori di telecomunicazioni e aziende che utilizzano Linux su infrastrutture proprie.
Ubuntu Server rappresenta soltanto il primo livello: Canonical commercializza supporto e strumenti anche per Kubernetes, OpenStack, Ceph, MAAS, database open source e infrastrutture distribuite.
Parte dei contratti interessa inoltre dispositivi embedded e IoT gestiti con Ubuntu Core, dove gli aggiornamenti atomici basati su snap e le lunghe finestre di manutenzione risultano particolarmente interessanti per apparati destinati a rimanere operativi molti anni.
Il software di base resta aperto e utilizzabile senza pagare Canonical, mentre le organizzazioni che richiedono SLA (Service Level Agreement), manutenzione prolungata, conformità, certificazioni, aggiornamenti controllati e assistenza possono sottoscrivere servizi commerciali.
Open source non significa assenza di ricavi
Un amministratore può installare Ubuntu gratuitamente su un server. Un’impresa con migliaia di sistemi, requisiti normativi e applicazioni critiche ha però esigenze differenti: deve sapere per quanti anni riceverà patch, chi risponderà a un problema urgente, quali CVE risultano coperte, come evitare riavvii indesiderati e come dimostrare agli auditor di aver applicato determinate politiche di sicurezza.
Canonical non deve necessariamente trasformare ogni utente Ubuntu in un cliente. È sufficiente che una piccola quota delle installazioni della distro appartenga a organizzazioni disposte a pagare per servizi ad alto valore aggiunto.
I 345 milioni di dollari del 2025 mostrano che la formula sta funzionando. E il dato forse più rilevante è che gli abbonamenti crescono molto più rapidamente dei servizi professionali.